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Alla ricerca del calamaro colossale: come fanno gli scienziati a scandagliare i fondali marini?

Ricerca e studio del calamaro colossale Mesonychoteuthis hamiltoni sarebbero difficili senza l’impiego del ROV sottomarino SuBastian: ecco cosa può fare.

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Filmato per la prima volta nel suo habitat naturale nel 2025, il calamaro colossale non è solo una meraviglia biologica: è la prova concreta di quanto la tecnologia abbia cambiato l’esplorazione dei fondali marini. Per osservare una creatura che vive centinaia di metri sotto la superficie, oggi servono robot sofisticati, sonar di precisione e telecamere in altissima definizione. E una buona dose di pazienza.

Un incontro a 600 metri di profondità

Nel marzo 2025 un esemplare giovanile di Mesonychoteuthis hamiltoni, lungo circa 30 centimetri, è stato ripreso a 600 metri di profondità nell’Atlantico meridionale durante una spedizione dello Schmidt Ocean Institute.

Era la prima volta che un calamaro colossale veniva filmato vivo nel suo ambiente naturale. Fino a quel momento gli scienziati avevano potuto studiare solo esemplari recuperati morti o catturati accidentalmente dalle reti da pesca.

L’animale ripreso è ancora lontano dalle dimensioni che hanno alimentato leggende per decenni. Da adulto può superare i 7 metri di lunghezza e arrivare a pesare fino a 500 chilogrammi, diventando il cefalopode più grande per massa.

Eppure anche questo “adolescente” degli abissi ha segnato un passaggio storico: dimostra che oggi la ricerca riesce a osservare la vita profonda senza distruggerla.

Il robot che esplora gli abissi

A rendere possibile l’impresa è stato un ROV sottomarino, un veicolo filoguidato chiamato SuBastian, progettato per operare fino a 4.500 metri di profondità. Non si tratta di un sommergibile con equipaggio, ma di una piattaforma robotica comandata dalla nave madre tramite un cavo che trasmette energia e dati.

SuBastian è equipaggiato con telecamere 4K capaci di riprendere in condizioni di oscurità quasi totale, sonar multibeam per mappare il fondale e sensori che registrano temperatura, ossigeno e composizione chimica dell’acqua.

Può raccogliere campioni con bracci meccanici, prelevare acqua con bottiglie speciali e persino trasportare strumenti sperimentali. In altre parole, è un laboratorio mobile che scende dove l’uomo non può arrivare.

L’esplorazione dei fondali marini, infatti, richiede tecnologie che compensino pressioni estreme, temperature basse e totale assenza di luce solare.

A 600 metri la pressione è circa 60 volte superiore a quella atmosferica. A 4.000 metri si entra nella zona abissale, un ambiente che fino a pochi decenni fa era quasi irraggiungibile.

Vedere senza disturbare

Riprendere un calamaro colossale adulto resta però una sfida. Gli scienziati sanno che questa specie possiede gli occhi più grandi del regno animale, con un diametro che può superare i 27 centimetri. È probabile che riesca a percepire la presenza di un ROV molto prima di essere inquadrato.

Per questo la ricerca sta puntando su strumenti sempre meno invasivi. Oltre alle telecamere ad alta sensibilità e ai sistemi di illuminazione calibrati per non spaventare gli animali, si sta studiando l’uso del DNA ambientale: minuscole tracce genetiche disperse nell’acqua potrebbero indicare la presenza di una specie in una determinata area, restringendo il campo delle spedizioni.

Le immagini raccolte nel 2025 non hanno risolto tutti i misteri. Restano aperte domande fondamentali sul ciclo vitale del calamaro colossale, sulla durata della sua vita e sulle differenze tra maschi e femmine. Ma hanno dimostrato che la combinazione di robotica, sensori avanzati e analisi dei dati sta trasformando l’oceanografia.

Tecnologia e meraviglia

Per un pubblico abituato a pensare allo Spazio come ultima frontiera, vale la pena ricordare che gran parte degli oceani rimane inesplorata.

Ogni missione robotica amplia la mappa dei fondali marini e, talvolta, regala incontri inattesi. Il calamaro colossale, oltre a essere un gigante degli abissi, è il simbolo di una nuova fase della ricerca scientifica, in cui la tecnologia non serve a dominare l’ambiente, ma a comprenderlo meglio.