Fossili in Alto Adige: forse è stato scoperto un rettile marino appartenente a una specie sconosciuta
Una vertebra e una placca dentaria scoperte nel Bletterbach anticipano la comparsa dei rettili marini corazzati e rivelano nuove specie sopravvissute alla grande catastrofe.

- In Alto Adige nuovi fossili del Bletterbach anticipano la comparsa dei rettili marini corazzati, spingendola forse al Triassico inferiore.
- Una vertebra e una placca dentaria rinvenute negli strati di Aldino raccontano ecosistemi antichi sopravvissuti alla grande estinzione di 252 milioni di anni fa.
- Il canyon bolzanino resta un laboratorio naturale di rilevanza mondiale, utile per studiare la ripresa biologica e persino per addestrare missioni su Marte.
Le rocce dell’Alto Adige tornano a far parlare la paleontologia internazionale. Un recente studio condotto su un osso fossile e su una placca dentaria emersi nella gola del Bletterbach sta ridefinendo i tempi di comparsa dei rettili marini e la dinamica della più grave estinzione di massa mai avvenuta sulla Terra. I reperti suggeriscono che alcune specie corazzate siano comparse molto prima di quanto ipotizzato.
- Il mistero di una vertebra tra gli strati del Bletterbach
- Una placca dentaria inedita
- Un laboratorio naturale tra geologia e Spazio
Il mistero di una vertebra tra gli strati del Bletterbach
Nel territorio di Aldino, il rio Bletterbach ha inciso nel tempo un canyon straordinario, una spaccatura naturale capace di esporre decenni di stratificazione geologica legati ai periodi Permiano e Triassico.
Nell’estate del 2010, durante un’ispezione negli strati superiori di Werfen, i ricercatori hanno recuperato un osso fossile la cui natura è rimasta a lungo indecifrata.
La svolta è arrivata grazie a un’indagine internazionale focalizzata sul grande evento catastrofico di 252 milioni di anni fa.
In quella drammatica fase, causata da un intenso vulcanismo, da un forte riscaldamento globale e dalla progressiva acidificazione degli oceani, svanì circa il 95% delle specie marine e il 75% di quelle terrestri.
L’analisi approfondita della vertebra ha chiarito l’enigma: appartiene a un esemplare riconducibile ai rettili marini corazzati, parenti stretti dei plesiosauri.
Finora la comunità scientifica riteneva che questi animali avessero popolato i mari bassi del Triassico in un arco temporale compreso tra 248 e 242 milioni di anni fa.
L’elemento di novità risiede nel fatto che il reperto altoatesino risulta più antico di diversi milioni di anni, collocandosi già nel Triassico inferiore.
Tale discrepanza cronologica suggerisce che la stirpe di questi vertebrati potesse affondare le proprie radici già nel Permiano tardo, precedendo la grande catastrofe globale.
Una placca dentaria inedita
La ricerca, i cui dettagli sono stati pubblicati sul Journal of Vertebrate Paleontology, analizza anche un secondo reperto di notevole valore: una rara placca dentaria fossile ritrovata negli strati di Bellerophon, più vecchi di circa 5 milioni di anni rispetto alla vertebra.
Il reperto si trovava inserito in una lastra ricca di resti di pesci grandi quanto una mano, recuperata durante le prime campagne di indagine svolte nella gola con il supporto di Josef Perwanger.
L’esame della struttura indica che il pesce, appartenente al genere Bobasatrania, popolava quelle acque poco prima dell’evento estintivo. La sopravvivenza di questo genere alla catastrofe era già stata documentata da un altro ritrovamento in Alto Adige, precisamente al Kühwiesenkopf a Braies.
Tuttavia, la conformazione anatomica della placca dentaria del Bletterbach mostra caratteristiche del tutto peculiari rispetto a ogni forma nota, lasciando ipotizzare l’esistenza di una specie del tutto sconosciuta.
Un laboratorio naturale tra geologia e Spazio
I risultati emersi sottolineano ancora una volta il valore scientifico del sito bolzanino. Riscoperta tra gli anni ’60 e ’70 grazie ai lavori di Piero e Giuseppe Leonardi, la gola è oggi riconosciuta come patrimonio Unesco e considerata un vero e proprio laboratorio a cielo aperto per studiosi di tutto il mondo.
I suoi strati rocciosi, celebri anche per le impronte degli antenati del T-Rex, offrono uno spaccato unico per ricostruire i modelli di ripresa biologica dei vertebrati marini.
La rilevanza del canyon ha travalicato persino i confini della paleontologia: dal 2016 l’area viene impiegata da ESA e NASA come terreno di addestramento per preparare le future missioni umane su Marte, sottolineando come queste rocce storiche continuino a custodire chiavi di lettura fondamentali sia per il passato della Terra sia per l’esplorazione dello Spazio.

















