No, non è fantascienza: la NASA ha fondato la prima base permanente sulla Luna
Al via la costruzione di un’infrastruttura stabile sul nostro satellite: tre lanci privati entro il 2026 aprono la strada a una colonia energeticamente autonoma grazie all'atomo.

- La NASA e partner privati come Blue Origin avviano Moon Base One per creare la prima colonia stabile al Polo Sud lunare con lanci robotici già dal 2026.
- Il progetto prevede tre fasi con moduli come l'Endurance Mark One, carichi da Astrobotic e missioni successive per testare sistemi prima di inviare astronauti.
- La base sfrutterà riserve di ghiaccio, centinaia di chilometri di infrastrutture, energia nucleare e numerosi lanci fino a oltre cento tonnellate per presenza continua.
La NASA, in collaborazione con colossi privati come Blue Origin, ha dato il via al progetto Moon Base One, un piano industriale in tre fasi per costruire la prima colonia umana stabile presso il Polo Sud lunare, con i primi lanci robotici previsti entro il 2026 e l’impiego futuro di reattori nucleari.
Il grande ritorno sulla Luna
C’è stato un tempo in cui guardare la Luna significava sognare l’impossibile. Oggi, per la generazione che ha vissuto il passaggio al nuovo millennio, quel sogno si trasforma in un cantiere a cielo aperto.
L’agenzia spaziale statunitense ha rotto gli indugi annunciando una strategia pragmatica che non punta a una semplice visita di cortesia, ma alla fondazione di una vera e propria infrastruttura stabile.
Secondo i dati diffusi dall’agenzia di stampa EFE, la macchina operativa è già partita. Tra settembre e novembre di quest’anno, un lander senza equipaggio toccherà il suolo lunare per iniziare i primi test sul campo.
Non si tratta di speculazioni teoriche, ma di un cronoprogramma serrato che prevede altri due lanci analoghi già pianificati entro la fine del 2026.
La nuova corsa allo Spazio ha cambiato pelle, abbandonando le vecchie logiche statali per abbracciare una sinergia totale con il mondo dei privati.
I pionieri privati dello Spazio
L’elemento di rottura rispetto al passato è proprio il modello di finanziamento. La missione inaugurale passerà alla storia come il primo tentativo di allunaggio interamente sostenuto da capitali privati.
Il protagonista di questo debutto sarà il veicolo Endurance Mark One, un gioiello tecnologico sviluppato da Blue Origin, la compagnia aerospaziale guidata da Jeff Bezos. Questo primo modulo si poserà sulla cresta del cratere Shackleton, un punto strategico situato nel Polo Sud della Luna.
Durante una conferenza stampa a Washington, fonti istituzionali hanno confermato che il lander trasporterà anche due strumenti scientifici governativi. L’obiettivo iniziale è testare la sicurezza dei sistemi prima di inviare astronauti in carne e ossa. Subito dopo entreranno in gioco altre aziende.
Un secondo lancio vedrà protagonista la società Astrobotic Technology, che sposterà oltre cinquecento chilogrammi di carico utile e un rover esplorativo. Successivamente, un terzo lander della Intuitive Machines analizzerà le anomalie magnetiche del terreno.
Una città tra i ghiacci
Il piano complessivo è mastodontico. Si parla di trasportare oltre quattro tonnellate di materiale entro il 2029 attraverso venticinque lanci.
Come spiega Carlos García Galán, scienziato spagnolo tra i responsabili del programma per la base lunare NASA, l’area si estenderà per centinaia di chilometri quadrati.
La scelta del Polo Sud della Luna è legata alla presenza di grandi riserve di ghiaccio d’acqua nei crateri in ombra, risorsa vitale per la sopravvivenza umana.
La tabella di marcia si svilupperà poi in una seconda fase tra il 2029 e il 2032, muovendo sessanta tonnellate di materiale e avviando missioni con equipaggio ogni sei mesi. Solo dopo il 2032, con l’invio di altre centocinquanta tonnellate di infrastrutture, la presenza umana diventerà continua, supportata da droni e reti satellitari.
Resta da vincere la sfida del clima, con temperature che oscillano tra i centoventi gradi del giorno lunare e gli oltre cento sotto lo zero della notte.
Per sopravvivere a questo gelo, gli ingegneri integreranno i pannelli solari con un sistema nucleare da quindici o venti kilowatt, l’unica tecnologia in grado di tenere accesa la prima città extraterrestre della nostra storia.



















