Come Artemis II cambierà la storia del viaggio degli astronauti nello spazio, e forse ci porterà su Marte
Dalla Luna a Marte, perché la missione Artemis II è storica e di fondamentale importanza: gli astronauti saranno delle cavie umane

Il 1° aprile 2026 è divenuta una data storica per l’esplorazione spaziale. L’umanità ha varcato una soglia rimasta inviolata per oltre mezzo secolo. Il megarazzo SLS (Space Launch System) ha acceso i motori sulla rampa 39B del Kenney Space Center. Il tutto per la missione Artemis II.
Non un remake della missione Apollo, bensì il primo capitolo di una nuova era che vede la Luna come banco di prova fondamentale per l’approdo su Marte. Le regole sono appena cambiate per sempre perché, a differenza delle missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale (che orbita a soli 400 km dalla Terra), Artemis II porterà l’equipaggio nello spazio profondo.
Artemis II è una missione storica
Per la prima volta dal 1972 vedremo quattro esseri umani uscire dall’orbita bassa terrestre per fronteggiare le radiazioni e il vuoto assoluto. Si tratta di Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Si riprende dunque un discorso interrotto tempo fa, ma l’importanza risiede sia nei progetti futuri che questa missione renderà possibili, sia nell’equipaggio stesso.
Per la prima volta, infatti, una donna, un afroamericano e un canadese voleranno verso la Luna. È il chiaro simbolo di un’esplorazione spaziale globale e inclusiva. Si riflettono così i migliori valori della società moderna, in un ambiente che fino a pochi decenni fa era appannaggio esclusivo di una ristretta élite.
Il viaggio più lontano nella storia umana
È facile leggere in questi giorni che Artemis II porterà gli astronauti più lontano di quanto qualsiasi essere umano abbia fatto prima. Scendiamo però nel dettaglio e spieghiamo cosa significa tutto ciò. Le missioni Apollo sono già arrivate sulla Luna, questo è vero, ma la particolare traiettoria di questa missione, nota come traiettoria di ritorno libero, è la risposta alla domanda che molti si stanno ponendo.
La capsula Orion non si limiterà a orbitare vicino al satellite naturale. Effettuerà un passaggio che la spingerà tra le 5mila e le 9mila miglia nautiche oltre il lato lontano della Luna. In termini più comprensibili, parliamo di 9.260 e 16.668 km.
Un balzo nel vuoto, per così dire, che sfrutterà la gravità lunare per ottenere un “effetto fionda”. Grazie a quest’ultimo l’equipaggio tornerà a casa senza dover riaccendere i motori principali. In quella fase del viaggio, gli astronauti stabiliranno il nuovo record di distanza dalla Terra mai raggiunto da un essere umano. Per capire quanto estremo sia tutto ciò, saranno in una regione dello spazio dove le radiazioni solari e cosmiche non sono più filtrate dal campo magnetico del nostro pianeta.
Dalla Luna a Marte
Sotto l’aspetto tecnologico, possiamo pensare ad Artemis II come a un ponte verso Marte. Di certo il pianeta rosso non si raggiunge in tre giorni. Occorrono ben sei mesi e la NASA sta sfruttando questa missione per studiare nel dettaglio l’elemento che rappresenta l’ostacolo maggiore di quella esplorazione storica: l’essere umano.
Entrano qui in gioco gli AVATARs, ovvero dei microchip che simulano il comportamento degli organi umani, come il midollo osseo. Gli scienziati osservano in tempo reale l’effetto delle radiazioni dello spazio profondo sulle cellule.
Al tempo stesso, i dati psicologici raccolti nello spazio costringente della Orion (delle dimensioni di un furgone da carico) forniranno indicazioni cruciali su come gestire la convivenza forata e l’isolamento durante questa missione epocale.



















