Libero
SCIENZA

Chi è l'antenato fantasma nascosto nel nostro DNA prima dell'Homo sapiens

Un metodo computazionale individua nel DNA moderno tracce di antenati arcaici mai identificati nei fossili, incluso un lignaggio separato dal nostro risalente a 830.000 anni fa.

4 min di lettura

Immagine scolpita di uomo della Preistoria 123RF
  • Un metodo computazionale ha individuato nel DNA moderno tracce di antenati arcaici sconosciuti, incluso un lignaggio separato dal nostro 830.000 anni fa.
  • Le analisi su popolazioni attuali hanno rilevato segnali di Neanderthal, Denisoviani e di un antenato fantasma presente oggi nel genoma umano.
  • La genetica computazionale sta ricostruendo una storia evolutiva più complessa, fatta di incroci antichi e popolazioni che si sono intrecciate più volte.

Un metodo computazionale individua nel DNA moderno tracce di antenati arcaici mai identificati nei fossili, incluso un lignaggio separato dal nostro 830.000 anni fa.

Il DNA come archivio dell’evoluzione umana

Non tutti i nostri antenati hanno lasciato ossa, denti o crani da ritrovare. Alcuni potrebbero essere sopravvissuti soltanto sotto forma di sequenze genetiche, disperse nel patrimonio ereditario delle popolazioni contemporanee.

È da questa possibilità che parte uno studio pubblicato su Science, dedicato alla ricerca di DNA arcaico senza ricorrere a un genoma fossile di riferimento.

Il punto interessante è soprattutto tecnologico. I ricercatori hanno utilizzato un approccio computazionale basato sui grafi di ricombinazione ancestrale, o Ancestral Recombination Graph.

Si tratta di grandi ricostruzioni genealogiche che seguono il passaggio di frammenti di DNA lungo centinaia di migliaia di anni, cercando le impronte lasciate dagli incroci tra lignaggi umani molto distanti.

In pratica, invece di chiedere al computer se una sequenza assomiglia al DNA di un Neanderthal o di un Denisoviano già noto, il metodo prova a riconoscere direttamente le anomalie compatibili con un’ascendenza arcaica.

Per verificarne l’affidabilità, gli studiosi lo hanno applicato a casi conosciuti di incrocio con i Neanderthal, ottenendo un’elevata precisione.

Le tracce di un antenato mai trovato

Quando il sistema è stato applicato ai genomi di popolazioni moderne di diverse aree del mondo, sono riemerse le firme genetiche già note di Neanderthal e Denisoviani.

Accanto a queste, però, è comparso un segnale inatteso: tra lo 0,5 e l’1,1% del DNA analizzato sarebbe riconducibile a un antenato fantasma, cioè a un gruppo umano del quale non possediamo ancora resti fossili o un’identificazione certa.

Secondo le stime dello studio, tale lignaggio si sarebbe separato dalla linea che conduce a noi circa 830.000 anni fa.

Molto tempo dopo avrebbe però incrociato nuovamente gli antenati dei sapiens. Le sue tracce sarebbero presenti oggi in oltre il 70% del genoma umano, soprattutto in geni collegati al sistema immunitario e al metabolismo.

Un altro dettaglio complica la storia. Questa componente genetica non compare soltanto nelle popolazioni africane, come ipotizzato in precedenza, ma anche fuori dall’Africa in proporzioni simili.

Se l’interpretazione è corretta, quindi, l’incrocio deve essere avvenuto prima delle migrazioni dei sapiens fuori dal continente africano, datate tra 70.000 e 50.000 anni fa.

Un lignaggio ancora più antico in Oceania

Il metodo ha individuato anche una possibile ascendenza ancora più remota nel DNA degli abitanti dell’Oceania. In questo caso, il lignaggio si sarebbe separato dai nostri antenati circa 1,77 milioni di anni fa, una stima che gli stessi ricercatori invitano a considerare con cautela.

L’identità di questi gruppi rimane incerta. Per l’antenato fantasma, gli studiosi ipotizzano una popolazione del Pleistocene medio o gruppi africani di Homo heidelbergensis.

Per il lignaggio super-arcaico, invece, il candidato indicato come più plausibile è Homo erectus, compatibile sia con la cronologia stimata sia con la sua ampia distribuzione geografica.

Quando gli algoritmi trovano ciò che i fossili non mostrano

La parte più interessante dello studio non è soltanto il nome, ancora sconosciuto, dei possibili antenati. È il modo in cui vengono cercati.

La genetica computazionale permette infatti di trattare il DNA delle persone viventi come un archivio storico, capace di conservare eventi di mescolamento avvenuti centinaia di migliaia di anni fa.

Se le ricostruzioni saranno confermate, l’albero dell’evoluzione umana apparirà ancora meno lineare di quanto sembri.

Non una successione ordinata di specie, ma una rete di popolazioni che si separano, si incontrano e lasciano nel nostro genoma tracce abbastanza profonde da essere riconosciute dagli algoritmi molto prima che da un fossile.