Gli ultimi cani dell'Antartide? Scomparsi dal 1994
Per quasi un secolo i cani hanno esplorato l’Antartide. Nel 1994 un trattato internazionale ne ha imposto la rimozione definitiva dal continente.
Per quasi un secolo i cani hanno fatto parte della storia dell’Antartide. Non come semplici accompagnatori, ma come veri strumenti di sopravvivenza, lavoro ed esplorazione. Poi, improvvisamente, tutto è finito. Nell’aprile del 1994, un trattato internazionale ha imposto la rimozione definitiva degli ultimi cani dal continente più estremo del pianeta, segnando la chiusura di una parentesi storica tanto affascinante quanto controversa. Da allora, l’Antartide è rimasta senza impronte di zampe.
- I primi cani in Antartide e l’era delle esplorazioni eroiche
- Quando i cani erano anche una riserva d'emergenza
- Dal lavoro scientifico alla compagnia morale
- Rischi per l’ecosistema e per la fauna locale
- L’addio definitivo nel 1994
I primi cani in Antartide e l’era delle esplorazioni eroiche
La prima presenza documentata di cani in Antartide risale al 1899, quando l’esploratore norvegese Carsten Borchgrevink portò con sé circa 70 cani per affrontare il primo svernamento umano sul continente. In un ambiente dove le temperature estreme rendevano ogni spostamento quasi impossibile, i cani da slitta rappresentavano una risorsa fondamentale.
Durante la cosiddetta Heroic Age dell’esplorazione antartica, tra inizio Novecento e Prima guerra mondiale, spedizioni leggendarie come quelle di Robert Falcon Scott, Douglas Mawson e dell’Australasian Antarctic Expedition fecero largo uso dei cani per trainare slitte cariche di viveri e strumenti scientifici. In alcuni casi, tuttavia, il loro impiego si rivelò rischioso, soprattutto in presenza di crepacci nascosti sotto il ghiaccio, tanto che Scott decise di rinunciare ai cani nell’ultima parte della sua spedizione verso il Polo Sud.
Quando i cani erano anche una riserva d’emergenza
Uno degli episodi più duri e noti della storia dell’esplorazione antartica riguarda proprio il ruolo estremo che i cani finirono per ricoprire. Nel 1912, durante una spedizione nell’area di Cape Denison, Belgrave Ninnis precipitò in un crepaccio profondo oltre 50 metri, trascinando con sé la maggior parte delle provviste e dei cani.
I due uomini rimasti, Douglas Mawson e Xavier Mertz, si ritrovarono a dover affrontare un lungo viaggio di ritorno con scorte insufficienti. In quelle condizioni, i cani superstiti divennero l’unica fonte di cibo possibile. Una scelta disperata, che lasciò segni profondi sia fisicamente sia psicologicamente. Il consumo del fegato dei cani, ricchissimo di vitamina A, si rivelò fatale per Mertz, che morì durante il rientro. Mawson riuscì a sopravvivere, ma quell’episodio segnò uno dei capitoli più cupi della storia antartica.
Dal lavoro scientifico alla compagnia morale
Nel secondo dopoguerra, con l’avvio delle grandi basi scientifiche permanenti, i cani continuarono a essere presenti in Antartide, ma in un contesto molto diverso. Dagli anni Quaranta in poi, vennero impiegati soprattutto per il trasporto e come supporto logistico alle missioni di ricerca, oltre a svolgere un ruolo importante nel mantenere alto il morale del personale durante lunghi periodi di isolamento.
Nel frattempo, però, la tecnologia stava cambiando le regole del gioco. Veicoli cingolati, motoslitte e mezzi meccanici iniziarono progressivamente a sostituire il lavoro degli animali, rendendo la loro presenza sempre meno indispensabile dal punto di vista operativo.
Il punto di svolta arrivò con il Protocollo di protezione ambientale legato al Antarctic Treaty. Già dal 1964 l’introduzione di specie non native era vietata, ma i cani avevano ottenuto una deroga in quanto considerati strumenti di lavoro. Nel 1994 questa eccezione venne eliminata. Il testo del trattato fu chiaro: nessun cane avrebbe potuto restare sul continente oltre il 1° aprile di quell’anno. Le motivazioni erano molteplici. Da un lato, i cani non erano più ritenuti essenziali per il supporto alla ricerca scientifica; dall’altro, cresceva la preoccupazione per l’impatto ambientale.
Rischi per l’ecosistema e per la fauna locale
Uno dei timori principali riguardava la trasmissione di malattie, in particolare il cimurro canino, un virus potenzialmente letale per le foche. Anche il semplice disturbo alla fauna locale veniva considerato incompatibile con i nuovi standard di tutela ambientale.
Secondo il British Antarctic Survey, consentire la presenza e la riproduzione di cani risultava ormai incoerente con una politica che imponeva regole rigidissime su qualsiasi altra specie non autoctona. In un’Antartide sempre più orientata alla conservazione, i cani rappresentavano un’eccezione difficile da giustificare.
L’addio definitivo nel 1994
Gli ultimi cani lasciarono l’Antartide nel febbraio del 1994, con qualche settimana di anticipo rispetto alla scadenza ufficiale. Da allora non sono mai più tornati. La loro uscita di scena ha segnato la fine di un’epoca fatta di esplorazioni estreme, sacrifici e scelte oggi difficilmente accettabili, ma che hanno contribuito in modo decisivo alla conoscenza del continente. Oggi l’Antartide è un laboratorio naturale protetto, silenzioso e regolato da norme ambientali rigorose. Un luogo dove la storia dei cani sopravvive solo nei diari degli esploratori e nelle fotografie d’archivio, come testimonianza di quanto fosse diversa, e più brutale, l’esplorazione polare di un secolo fa.


















