L’IA diventa malware: il nuovo worm intelligente può prendere di mira ogni dispositivo online
Una ricerca accademica mostra come un worm alimentato dall’AI possa modificare il proprio comportamento durante la diffusione, adattandosi ai sistemi colpiti.

- Una ricerca dell'Università di Toronto mostra un prototipo di worm che usa IA open-weight per adattare attacchi a dispositivi diversi.
- Test in una rete simulata di 33 macchine hanno evidenziato la capacità del worm di compromettere gran parte della rete senza supervisione umana.
- La minaccia sfrutta falle pubbliche e risorse di sistemi infetti; difesa richiede aggiornamenti, hardening, segmentazione e monitoraggio continuo.
Secondo una nuova ricerca dell’Università di Toronto, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare il motore operativo di un worm in grado di adattarsi durante la propagazione, modificando la propria strategia da un dispositivo all’altro senza richiedere alcun intervento umano.
Lo studio, pubblicato il 2 giugno 2026 in forma di preprint e non ancora sottoposto a revisione paritaria, descrive un prototipo sviluppato all’interno di un ambiente digitale isolato. I ricercatori hanno scelto di non divulgare i dettagli tecnici dell’esperimento per evitare che possano essere utilizzati da criminali informatici.
- Come funziona il worm alimentato dall’IA?
- Perché la minaccia è diversa dai malware tradizionali?
- Cosa possono fare aziende e utenti
Come funziona il worm alimentato dall’IA?
Un worm tradizionale si diffonde sfruttando una vulnerabilità specifica. Una volta corretta la falla, la propagazione può essere interrotta. Il prototipo sviluppato dai ricercatori canadesi adotta invece un approccio differente: utilizza un modello di intelligenza artificiale open-weight per analizzare il bersaglio, individuare debolezze già note e costruire una strategia di attacco su misura per il singolo dispositivo.
La sperimentazione è stata condotta su una rete simulata composta da 33 macchine, tra sistemi Linux, Windows e dispositivi IoT. Nel corso di 15 esecuzioni indipendenti, il worm è riuscito in media a compromettere circa tre quarti della rete nell’arco di una settimana, senza alcuna supervisione umana.
L’aspetto più delicato riguarda la capacità di sfruttare le risorse delle macchine infette. Dopo aver compromesso un sistema dotato di sufficiente potenza di calcolo, il worm può utilizzare tali risorse per eseguire il modello linguistico e preparare nuovi attacchi. In questo modo riduce i costi operativi per chi lo distribuisce e trasforma ogni dispositivo compromesso in un potenziale punto d’appoggio.
Perché la minaccia è diversa dai malware tradizionali?
Il prototipo non è stato progettato per individuare vulnerabilità sconosciute. Si basa esclusivamente su falle già pubbliche e configurazioni deboli. Questo aspetto non lo rende meno preoccupante, considerando che una parte significativa degli attacchi informatici reali sfrutta proprio problemi noti, ma non ancora corretti.
I ricercatori hanno inoltre osservato che il worm è in grado di consultare avvisi di sicurezza pubblicati dopo la fase di addestramento del modello, utilizzando queste informazioni per tentare nuovi attacchi. In uno scenario reale, ciò potrebbe ridurre il tempo a disposizione di aziende e organizzazioni per applicare aggiornamenti e misure di mitigazione.
Nicolas Papernot, tra gli autori dello studio, ha spiegato che l’obiettivo della ricerca era comprendere e analizzare questa minaccia in un contesto accademico controllato prima che possa essere sviluppata da attori malevoli. Il gruppo di ricerca ha inoltre condiviso i risultati con organismi scientifici e della difesa prima della pubblicazione.
Cosa possono fare aziende e utenti
La ricerca non dimostra che un worm di questo tipo sia già in circolazione. Mostra però che una simile possibilità esiste dal punto di vista tecnico, anche utilizzando modelli accessibili pubblicamente e non necessariamente le soluzioni di intelligenza artificiale più avanzate.
Per le organizzazioni, la priorità resta quella di ridurre la superficie d’attacco attraverso l’aggiornamento costante dei sistemi, l’eliminazione delle configurazioni deboli, la segmentazione delle reti e il monitoraggio dei comportamenti anomali. Per gli utenti comuni valgono invece le regole più semplici, ma spesso trascurate: installare gli aggiornamenti disponibili, utilizzare password robuste, attivare l’autenticazione a più fattori ed evitare di inserire credenziali in siti potenzialmente non sicuri.
La novità riguarda anche la possibilità che l’intelligenza artificiale entri direttamente nel processo decisionale di un attacco informatico, rendendolo più adattabile e difficile da prevedere.
FAQ
Un prototipo che usa un modello di intelligenza artificiale per adattare la strategia di attacco a ciascun dispositivo senza intervento umano.
È stato sperimentato in una rete simulata di 33 macchine, tra sistemi Linux, Windows e dispositivi IoT.
No, si basa su falle già pubbliche e configurazioni deboli, non su vulnerabilità sconosciute.
Può adattarsi consultando avvisi di sicurezza e usare risorse compromesse per lanciare nuovi attacchi, rendendosi più dinamico.
Aggiornare sistemi, rimuovere configurazioni deboli, segmentare reti, monitorare anomalie e usare password robuste e MFA.



















