AI e tasse: ma se ci sono meno lavoratori chi pagherà davvero le imposte?
L'intelligenza artificiale promette maggiore produttività, ma rischia di ridurre la platea dei contribuenti. E poi chi manterrà in piedi i conti pubblici?

Anche se ancora non ci sono veri e propri licenziamenti di massa, l’intelligenza artificiale sta comunque erodendo il mondo del lavoro, spingendo diversi settori a preferire l’automazione al personale umano. Tutti lavoratori con contratti regolari, e che versano le tasse al Fisco ogni anno.
E qui una domanda interessante: se una parte crescente dei lavoratori viene sostituita dall’IA, chi pagherà davvero le imposte?
- L'intelligenza artificiale sostituisce sempre più lavoratori
- Ma poi chi pagherà le tasse? I rischi per lo Stato
- Cosa fare per evitare il peggio
- La proposta italiana del "contributo automazione"
L’intelligenza artificiale sostituisce sempre più lavoratori
La domanda può sembrare provocatoria, ma è tutt’altro che banale. Dati OCSE alla mano: solo negli Stati Uniti circa il 67% delle entrate pubbliche deriva dai redditi da lavoro. In Italia, invece, le imposte e i contributi sul lavoro dipendente rappresentano circa il 54% delle entrate pubbliche.
Parliamo di redditi prodotti da lavoratori di qualsiasi genere di aziende, dall’HO.RE.CA all’industria, dall’agroalimentare fino al terziario/quaternario. Tutti settori in cui l’intelligenza artificiale può fare la differenza, ottimizzando la produzione e l’erogazione di servizi senza dover per forza aumentare l’organico.
O addirittura senza doverlo mantenere come prima. Da tempo infatti diverse imprese hanno provveduto a licenziare molti dei suoi dipendenti pur di favorire l’automazione e il risparmio complessivo. Lasciando dentro però solo alcuni lavoratori, praticamente “super”: tutte persone che, grazie proprio all’intelligenza artificiale, riescono a svolgere da soli attività che in passato avrebbero richiesto il lavoro di dieci o venti persone.
Per le imprese è un vantaggio evidente. Invece di mantenere interi reparti con stipendi da decine di migliaia di dollari/euro all’anno, le aziende possono limitarsi a un numero molto più ridotto di professionisti, però altamente qualificati e capaci di moltiplicare la propria produttività grazie agli strumenti AI. Riducendo così il costo del lavoro, e aumentando al tempo stesso i profitti.
Anche chi rimane avrebbe i suoi vantaggi, in primis uno stipendio molto più corposo, soprattutto nel caso dei programmatori (almeno quelli non ancora licenziati dall’IA).
Ma poi chi pagherà le tasse? I rischi per lo Stato
Se è questo il futuro delle imprese, e quindi dei lavoratori che pagheranno le tasse allo Stato, allora sarà un bel guaio per le casse pubbliche. Perché difficilmente uno Stato potrà garantire le stesse entrate se il numero dei contribuenti diminuisce drasticamente, anche nel caso in cui i lavoratori rimasti percepiscano stipendi molto elevati.
Rimaniamo nel settore della programmazione: un’azienda licenzia decine di sviluppatori e mantiene soltanto un professionista altamente specializzato. Dunque, il gettito fiscale arriverà esclusivamente dal suo stipendio. E come riuscirà lo Stato a compensare la somma delle imposte che prima venivano versate dall’intero organico?
C’è da dire che tutto ciò dipenderà comunque dalla distribuzione degli oneri fiscali all’interno della popolazione. Ad esempio, negli Stati Uniti il 10% più ricco della popolazione, ovvero tutti coloro che guadagnano almeno 187.608 dollari, versano 1,51 trilioni di dollari all’IRS (l’omologo dell’Agenzia delle Entrate), circa il 71% del totale delle entrate annue.
Diversa la situazione in Italia, il cui sistema fiscale si regge soprattutto sui redditi della classe media. In questo caso, se l’intelligenza artificiale dovesse ridurre proprio le posizioni intermedie, come impiegati, tecnici o programmatori junior, verrebbe colpita una delle principali fonti di finanziamento del bilancio pubblico. E poi che ne sarà di servizi essenziali come scuola, istruzione, sicurezza e tanto altro?
Senza contare le pensioni: chi le pagherà agli odierni percettori se nessuno lavorerà più grazie all’AI?
Cosa fare per evitare il peggio
Forse “tassare” l’intelligenza artificiale, così da compensare le perdite dovute dal calo dei lavoratori. Ma non necessariamente con un’imposta diretta sull’IA.
Ad esempio, nello Stato della Virginia, area ad alta concentrazione di data center al mondo dove l’enorme domanda di energia elettrica contribuisce ad aumentare anche il costo delle bollette, l’amministrazione ha introdotto un prelievo speciale di 0,011 dollari per ogni kilowattora consumato dai data center.
Anche la Finlandia, altro Paese ad alta densità di queste infrastrutture, cerca di fare qualcosa di simile, imponendo alle Big Tech di pagare 2,2 centesimi per kilowattora di consumo, invece di 0,05.
Sono misure coraggiose, che quasi stonano se si pensa che sempre più Paesi cercano di accaparrarsi quanti più centri di calcolo possibili, pur di accedere a investimenti miliardari (anche se questo significa rischiare grossi danni ambientali).
La proposta italiana del “contributo automazione”
E noi in Italia? Per fortuna non mancano le iniziative. Ne è un esempio la proposta di legge “Contributo automazione”, presentata al Senato dal commercialista Stefano Bacchiocchi, che mira a tassare il reddito sostitutivo misurabile, attraverso la differenza tra il costo del personale atteso (benchmark settoriale) e quello effettivamente sostenuto dall’impresa.
Sostanzialmente non va a tassare la macchina, ma solo quanto produce quando va a rimpiazzare l’attività umana.
Tra l’altro, tutto il ricavato andrà a sostenere attività di riqualificazione professionale, così come ammortizzatori sociali e il rafforzamento previdenziale, così da bilanciare meglio l’esigenza delle imprese con la tutela dei lavoratori.
FAQ
Non completamente: anche stipendi alti possono non compensare la perdita delle tante buste paga medie che finanziavano servizi pubblici e pensioni.
L'automazione AI va a sostituire posti di lavoro, e in molti Paesi una grande parte delle entrate deriva dai redditi da lavoro; quindi la riduzione dei contribuenti potrebbe comprimere il gettito.
Il sistema italiano dipende molto dai redditi della classe media; se le posizioni intermedie diminuiscono, si rischia di perdere una fonte primaria di finanziamento pubblico.


















