Essere "immortali" sui social, quando l'AI pubblica dall'aldilà. Ma vogliamo davvero sfidare la morte?
Il business del lutto elabora sempre nuove tecnologie basate sull'AI, pensate per "confortare" i parenti del defunto. L'ultima è un brevetto di Meta.

Si dice che la morte sia l’unica cosa certa. E se non fosse più così? Nel mondo dei social network anche questo confine sta sfumando, prendendo pieghe che probabilmente non avremmo mai pensato potessero diventare realtà.
L’ultima tappa di questa “sfida all’aldilà” è emersa dalle pagine di Business Insider: Meta ha ottenuto un brevetto per un’Intelligenza Artificiale capace di mantenere attivi i profili degli utenti anche dopo la loro dipartita.
E no, non parliamo di un semplice archivio di vecchie foto e contenuti che restano online ad imperitura memoria, piuttosto di un “clone digitale” che viene addestrato per parlare, postare e interagire come se il proprietario dell’account fosse ancora lì, davanti allo schermo.
Come funziona l’AI che “sfida la morte”?
La tecnologia depositata da Mark Zuckerberg e dal suo braccio destro, il CTO di Meta Andrew “Boz” Bosworth, si basa su un concetto tanto semplice quanto inquietante: trasformare ogni nostra traccia digitale in una sorta di DNA per algoritmi. Il sistema analizza anni di post, commenti, “mi piace”, messaggi privati, persino note vocali per catturare cosa diciamo, ma soprattutto come lo diciamo. Una volta che l’utente viene dichiarato deceduto o risulta assente per un lungo periodo (magari ha solo bisogno di un sacrosanto detox dai social), entra in gioco un bot alimentato da un modello linguistico avanzato.
“Il modello linguistico può essere utilizzato per simulare l’utente quando quest’ultimo è assente dal sistema di social networking, ad esempio quando l’utente si prende una lunga pausa o se l’utente è deceduto”, si legge nel testo del brevetto. Questa sorta di “fantasma digitale” è in grado di pubblicare nuovi contenuti, rispondere agli amici nei commenti, simulare chiamate vocali o videochiamate, imitando alla perfezione voce e atteggiamento del defunto.
La giustificazione di Meta per un’idea così estrema? “L’impatto sugli utenti è molto più grave e permanente se l’utente è deceduto e non può più tornare sulla piattaforma di social networking”, si legge. In breve: se sparisci dai social, gli “amici” soffriranno troppo la tua mancanza.
Il business del lutto
Dietro questa innovazione si nasconde una realtà che ormai è un vero e proprio mercato in continua espansione. Parliamo della cosiddetta tecnologia del lutto o grief tech.
Secondo le stime, il settore dell’immortalità digitale raggiungerà un valore di circa 35,8 miliardi di dollari entro la fine del 2026, crescita sostenuta anche dal mercato dell’eredità digitale che, tra gestione di account e patrimoni virtuali, potrebbe superare i 25,6 miliardi di dollari proprio nel corso di quest’anno.
Meta, in sostanza, ha semplicemente avviato un’operazione che si inserisce in un contesto già esistente e che vede protagonisti diversi attori. Alcune startup offrono già servizi digitali di questo genere, creati per “consolare” i parenti rimasti in vita, e gli esempi non mancano. In America esistono HereAfter AI, che permette di registrare ore di interviste per creare un avatar capace di rispondere vocalmente alle domande dei parenti, StoryFile, che utilizza video interattivi per simulare conversazioni reali col defunto, e ancora Eternos (Uare.ai), che crea dei “gemelli digitali” in grado di evolvere nel tempo.
Etica e dubbi legittimi
Inevitabile che su un tema del genere il dibattito sia aperto, considerandolo sia dal punto di vista etico che pratico. Sono in molti a porre l’accento sul rischio effettivo di alimentare sempre più un web dove la maggior parte delle interazioni non avviene tra esseri umani, ma tra bot che si rincorrono per generare traffico e visualizzazioni. Come se le piattaforme, pian piano, si trasformassero in un “cimitero virtuale” in nome di uno sciacallaggio volto esclusivamente al profitto.
L’idea stessa di poter conversare e interagire con la versione digitale di chi non c’è più, dal punto di vista psicologico, solleva altrettante preoccupazioni. Edina Harbinja, docente di diritto presso la Birmingham Law School, ha dichiarato a Business Insider che questa tecnologia “influisce non solo sulle questioni legali, ma anche su molte questioni sociali, etiche e profondamente filosofiche molto importanti”.
Joseph Davis, professore di sociologia all’Università della Virginia, ha affermato di essere preoccupato per l’impatto che strumenti del genere potrebbero avere sul modo in cui gli esseri umani vivono il lutto: “Uno dei compiti del lutto è affrontare la perdita effettiva. Lasciate che i morti restino morti. L’idea di riportarli in vita è ingannevole, ma in realtà non è così, anche se di fatto sembra proprio di sì. È proprio questa la confusione”.
Cosa dice la legge in Italia?
Mentre la tecnologia corre, la legge in Italia cerca di mettere dei paletti per proteggere la dignità delle persone defunte. L’Art.2 – terdecies del Codice della Privacy (D.Lgs. 196/2003, modificato dal D.Lgs. 101/2018) riconosce ai familiari il diritto di accedere, modificare o cancellare i dati di una persona scomparsa, ma prevede anche che ogni utente possa decidere in anticipo di vietare l’accesso ai propri dati dopo la morte, purché lo faccia con una dichiarazione scritta chiara e informata.
Con l’arrivo delle nuove regole europee sull’Intelligenza Artificiale, inoltre, Meta e le altre aziende saranno obbligate a dichiarare esplicitamente quando un contenuto è generato da un bot, evitando che le persone vengano ingannate da simulazioni troppo realistiche.
La decisione di Meta
Se è vero che la concessione del brevetto è una certezza, un portavoce di Meta ha dichiarato a Business Insider: “Non abbiamo piani per andare avanti con questo esempio”.
Lo sviluppo di nuove tecnologie e delle AI ci pone di fronte a nuove sfide per il futuro. Ma vogliamo davvero che un algoritmo prenda il nostro posto nel racconto della nostra vita, trasformandoci in prodotto artificiale?




















