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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Ci affideremo all'AI per curarci? In Italia uno su tre si fida, meno le donne

Report Censis: il 35% degli italiani usa l’AI per dubbi sulla salute. Le donne sono più prudenti degli uomini e prevale l’idea che le informazioni vadano sempre verificate.

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AI Overview di Google e salute 123RF

Una volta si parlava di “Dottor Google”, cioè dell’abitudine di utilizzare il motore di ricerca per capire se determinati sintomi potessero corrispondere a una specifica malattia. Oggi quel ruolo viene sempre più spesso sostituito dall’intelligenza artificiale.

A dirlo è l’ultima indagine Censis “Gli italiani, l’IA e la salute: percezioni, comportamenti e differenze di genere”, secondo cui il 35% degli italiani ricorre all’AI quando ha un dubbio sulla propria salute o su quella dei propri cari, con le donne però decisamente più caute rispetto agli uomini.

AI e automedicazione: il 35% la usa per avere informazioni mediche

Presentato in occasione dell’evento “Salute al femminile: la conoscenza che cura. Health Literacy e intelligenza artificiale per le pari opportunità”, promosso da Farmindustria, il sondaggio Censis fotografa un rapporto ormai consolidato tra italiani e intelligenza artificiale.

Anzi, praticamente quotidiano: secondo i dati, il 63% degli italiani ha già utilizzato strumenti AI e quasi una persona su quattro li usa con regolarità. Con appunto il 35% che utilizza l’intelligenza artificiale per avere informazioni legate a sintomi, disturbi o condizioni mediche.

Più prudenti e consapevoli invece le donne a livello di approccio. Il 92,3% delle intervistate ritiene che le informazioni ottenute tramite strumenti digitali debbano sempre essere verificate con il medico, considerato la fonte primaria per le questioni di salute, una posizione condivisa anche dagli uomini, ma solo dall’88%.

Inoltre, il 65,3% delle donne afferma di non sentirsi a proprio agio nell’affidarsi esclusivamente all’intelligenza artificiale per informarsi su temi sanitari, soprattutto per il timore di fake news e per la maggiore fiducia nelle informazioni fornite da figure umane. Un approccio dunque equilibrato, né diffidente né totalmente fiducioso, condiviso anche dagli uomini (seppur al 58%); e in cui resta centrale il ruolo del medico e del rapporto umano.

Nel 2025 quasi 1 su 2 chiedeva informazioni ai chatbot per disturbi e farmaci

C’è da dire che il Censis non è nuovo a questo tipo di analisi. Già in una precedente ricerca pubblicata a novembre 2025, “L’automedicazione al tempo dell’Intelligenza Artificiale e delle fake news”, l’istituto aveva approfondito l’uso dell’AI nella cosiddetta “medicina domestica”.

E i risultati non sono troppo dissimili da quelli odierni. Secondo il report di allora, il 49,6% degli italiani dichiarava di utilizzare chatbot di intelligenza artificiale (come ChatGPT, Grok o Gemini) per cercare informazioni su piccoli disturbi e farmaci da automedicazione. Nel dettaglio, il 13,3% lo fa regolarmente, mentre il 36,4% lo utilizza saltuariamente.

Si segnalano anche forti differenze nella popolazione. Il ricorso ai chatbot per informazioni sanitarie riguarda il 71,2% dei giovani, il 63,7% degli adulti e appena il 10% degli anziani. Guardando invece a livello territoriale, i valori risultano più omogenei ma comunque differenziati: 47,8% nel Nord Ovest, 46,7% nel Nord Est, 50,3% al Centro e 52,5% nel Sud e Isole.

Interessante è il livello di istruzione, che incide in modo significativo: il 30,2% tra chi ha al massimo la licenza media, il 50,2% tra i diplomati e il 58,3% tra i laureati.

Nel complesso, dal survey firmato Censis emerge un utilizzo dell’intelligenza artificiale che diminuisce con l’età e cresce con il titolo di studio, con un divario più marcato tra giovani e anziani e una diffusione sempre più ampia tra le fasce più istruite.

Dobbiamo fidarci dell’IA per curarci?

Non è propriamente sbagliato usare l’IA per ottenere indicazioni preliminari su sintomi o piccoli disturbi. Ma ricordiamoci di Dottor Google: gli strumenti digitali alla fine non hanno le competenze mediche certificate dei professionisti, e non possono sostituire il parere di uno specialista.

Tutti noi alla fine usiamo già l’intelligenza artificiale e ha già dimostrato di essere preziosa in diversi campi. Soprattutto nella ricerca e Sviluppo, “dove il numero di molecole identificate dall’IA è cresciuto del 300% dal 2023 e i tempi nella fase preclinica si sono ridotti del 40% sempre grazie all’IA”, ha dichiarato Marcello Cattani, presidente di Farmindustria.

Questo però non implica che l’intelligenza artificiale debba diventare un’autorità assoluta. Al contrario, è necessario accompagnarne lo sviluppo e governarne l’utilizzo, soprattutto per proteggere le categorie più vulnerabili, come i più giovani, che risultano anche i più esposti ai rischi di un uso non consapevole delle nuove tecnologie.

FAQ

Quanti italiani usano l'IA per dubbi di salute?

Secondo il Censis il 35% degli italiani ricorre all'IA per informazioni su sintomi o condizioni mediche.

Le donne si fidano dell'IA quanto gli uomini?

No: le donne sono più caute. Il 92,3% ritiene necessario verificare le informazioni con il medico, rispetto all'88% degli uomini.

Possiamo affidare all'IA le cure mediche?

L'IA può dare indicazioni preliminari ma non sostituisce lo specialista; serve governarne l'uso e tutelare i più vulnerabili.