Ylenia Lucisano, l'artista poliedrica che canta in dialetto calabrese: "Son dovuta fuggire da Milano, facevo anche 2/3 lavori oltre la musica"

Dopo 15 anni a Milano, Ylenia Lucisano torna al Sud con 'Fuija Fuija (Slow)', il nuovo singolo in dialetto calabrese che ci invita a rallentare. L'intervista per Libero Magazine

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Ylenica Lucisano, intervista cantautrice calabrese
Ufficio Stampa Ylenica Lucisano

Caffè presi al volo, call una dopo l’altra, due o tre lavori oltre alla musica e un sì dopo l’altro per dimostrare di essere sempre sul pezzo. In rossanese, il dialetto della città in cui Ylenia Lucisano è nata, la spinta che ti fa correre così ha un nome preciso: fuija, che vuol dire "scappa". Ylenia l’ha seguita a lungo, fin da quando, a vent’anni, è partita dalla Calabria con un’unica certezza: andare sempre avanti, senza voltarsi. Era lo spirito di Movt Movt, il suo primo singolo in dialetto, un inno alla partenza che nel 2015 l’ha portata fino al palco del Primo Maggio in Piazza San Giovanni.

Da lì la strada si è riempita di tappe: il Concerto di Natale di Roma subito dopo l’esordio con Quando non c’eri, il Premio Lunezia per l’album Piccolo Universo, Area Sanremo con Riverbero, la produzione di Taketo Gohara per Virgin Records, un secondo Primo Maggio nel 2019, le aperture dei tour di Francesco De Gregori e Roby Facchinetti. Poi, dopo quindici anni a Milano, è arrivato il giorno in cui quel correre non somigliava più a un viaggio ma sembrava più una fuga.

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Fuija Fuija (Slow), disponibile dal 4 settembre, matura proprio in quello spazio sottile tra la foga e il bisogno di un ritmo più umano. Ylenia l’ha scritto mentre progettava il ritorno al Sud, e oggi vive a Bari da un paio di mesi. È il secondo capitolo del progetto ethnotronico inaugurato con Terra Rossa, dove la tradizione calabrese incontra l’elettronica e il dialetto diventa la lingua della verità. Perché per lei non serve capire alla perfezione, ma sentire la vibrazione che va dritta alla memoria, fino a svegliare qualcosa di antico. È l’unica abbastanza vera per ammettere che da se stessi non si può scappare.

Ed è qui che la canzone non parla più solo lei e comincia a parlare a noi. Più che a fermarci, Ylenia ci invita a partire: a rimetterci in cammino con il nostro passo, a concederci il lusso di un tramonto tra una scadenza e l’altra, a chiederci dove stiamo andando prima di accelerare ancora. Perché la vita è un viaggio a tempo, e i chilometri macinati di corsa, con gli occhi fissi sull’agenda, rischiano di non lasciarci nemmeno un ricordo. Il tempo è l’unico bagaglio che nessuno può restituirci, e di questo dobbiamo tornare a essere padroni.

Con lei abbiamo parlato di cosa significhi rallentare senza smettere di camminare, delle maschere che ci costruiamo e della paura di toglierle, del potere salvifico della voce, che oggi esplora anche attraverso il voice healing. E di come tre minuti di canzone, vissuti a occhi chiusi, possano diventare una forma di meditazione.

Come è nato il nuovo singolo Fuija Fuija?

È nato dall’esigenza di trasformare la mia solita routine milanese – un po’ priva di poesia – in qualcosa che avesse un valore artistico. Dopo 15 anni a Milano ero entrata nella classica "ruota del criceto": tra mille caffè, call e impegni vari, sembra quasi che più sei occupato, più hai valore per la società. Negli ultimi tre anni ho avvertito un sottofondo costante che mi suggeriva di staccarmi da questo ritmo frenetico per dare più spazio a me stessa e capire cosa volessi davvero. Così è nato Fuija Fuija (Slow), un brano incentrato sul contrasto tra la foga di correre a tutti i costi e il bisogno di ritmi di vita più naturali.

Qual è la prima cosa a cui hai detto basta quando hai deciso di rallentare? Principalmente al dover dimostrare costantemente il mio valore agli altri, dicendo sempre di sì per far vedere che ero sul pezzo. A un certo punto facevo due o tre lavori oltre alla musica per essere sempre presente su tutto. Mi sono resa conto che stavo facendo tanto per gli altri, ma stavo perdendo il mio baricentro. È stata un’idea maturata a lungo; anche adesso che mi sono trasferita a Bari da un paio di mesi mi sento ancora in quel turbine, nonostante la città chieda di rallentare.

Nel brano canti che non si può scappare da se stessi. Qual è la verità più grande che hai scoperto nel tuo viaggio di ritorno?

Dire di avere la verità in mano richiederebbe una consapevolezza enorme. Ho scoperto di avere paura di molte cose, soprattutto nel lavoro. Oggi si tende molto all’omologazione di suoni, linguaggi e immagini, e temevo di perdermi in un mercato musicale in cui sei quasi costretto ad accontentare gli altri piuttosto che te stesso. Sto imparando a conoscermi e a capire quanto la musica e il canto abbiano un valore salvifico. Esiste un tipo di musica più ricercata, con messaggi profondi, che può davvero sostenerti in momenti particolari della vita.

Mi ricollego al discorso sul suono: questa canzone è cantata in dialetto. Pensi che cantare in dialetto aggiunga un elemento di verità al racconto?

Dal mio punto di vista il dialetto non esclude, ma include. Anche quando si usa un dialetto specifico, come il calabrese di Rossano, ciò che arriva per primo è la vibrazione, l’emozione: una verità che bypassa la mente. L’italiano è costruito su regole logiche, mentre il dialetto va diretto alla memoria e risveglia qualcosa di antico. Non serve comprenderlo alla perfezione; si lavora sul suono più che sul significato formale.

Movt Movt è un brano che ti ha portato lontano. Guardandoti indietro, come ti vedi rispetto all’artista che eri agli esordi?

Fuija Fuija è un po’ la versione 2.0 di Movt Movt. A vent’anni la mia unica certezza era andare sempre avanti senza guardarsi indietro, ed è il motto che mi ha permesso di partire dalla Calabria e fare tante esperienze. Fuija Fuija rappresenta invece il bisogno di ritornare alle origini quando quel correre diventa uno scappare senza meta. Se sai da dove vieni, capisci meglio dove stai andando. La mia musica si muove insieme a me.

La tua carriera sembra un eterno ritorno. Ci sono stati traguardi importanti come il Premio Lunezia, il Concerto di Natale, il Primo Maggio… Ma qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe stata la tua vita?

L’ho capito fin da piccola, a prescindere dai riconoscimenti esterni. Nella vita di tutti i giorni spesso mi sento fuori posto, mentre quando scrivo e canto mi sento esattamente dove devo essere. Continuando a studiare voice healing e la connessione con il suono, ho compreso che la voce è la nostra prima vibrazione. Oltre alla musica mainstream, mi piace l’idea di lavorare a contatto diretto con le persone per far loro conoscere il potere della propria voce.

A proposito di scrittura, nella tua carriera compaiono collaborazioni con autori molto diversi tra loro, come Pacifico, Zibba e Giuseppe Anastasi. Come mai queste scelte?

In quella fase del mio percorso volevo esplorare diverse sfaccettature della musica e ogni collaborazione per me era una scuola. A vent’anni ci si lascia affascinare dalle opportunità e non si ha ancora la maturità per dire "no" o per capire esattamente la propria direzione. Erano tentativi necessari all’interno di una fase di ricerca.

C’è qualcosa che non rifaresti?

Sarebbe inutile dire che non rifarei qualcosa, perché anche gli errori sono serviti. Forse mi sarei imposta di più nel rifiutare alcune esibizioni poco adatte al mio genere, ma a vent’anni è normale dire di sì a tutto per mettersi alla prova e trovare la propria strada.

Se potessi regalare un momento slow ai tuoi ascoltatori mentre ascoltano il tuo singolo, cosa consiglieresti di fare?

Consiglierei di chiudere gli occhi e lasciarsi immergere nel testo e nelle immagini. Chiudere gli occhi permette di bypassare la vista e di far vibrare il suono dentro di sé, respirandoci insieme. Vivere i tre minuti di una canzone in piena presenza è una vera e propria forma di meditazione.

Non hai un po’ paura di incontrare te stessa?

Sì, assolutamente. Più mi avvicino a me stessa, più emergono conflitti profondi. Con il tempo ci costruiamo delle maschere e quando entriamo in contatto con la parte più vera di noi possiamo fare fatica a riconoscerci. In questi momenti è fondamentale farsi aiutare, che sia dagli affetti cari o da un professionista, perché rimanere soli con se stessi non è semplice.

Cosa ti riserva il futuro? Rallentare significa anche non preoccuparsi troppo del futuro e vivere giorno per giorno. La priorità assoluta ora è tornare a suonare dal vivo. Essendomi trasferita a Bari da poco, sto cercando dei musicisti in zona per rimettere in piedi una band e portare la musica sul palco. Tutto il resto sarà una conseguenza naturale di un lavoro autentico.


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