X Factor è un malato ancora in vita: il deserto discografico dopo Mengoni e i Maneskin non basta a spegnere Sky, che anzi rilancia

Riparte XFactor: la Signora Giorgia fa da badante a una sfilata di dilettanti, mentre le classifiche si reggono solo sui fantasmi del passato

Maria Francesca Troisi

Maria Francesca Troisi

Giornalista

Dal 2015 scrive di musica, TV e cinema. Analizza lo showbiz senza peli sulla lingua, ma giura: «Io non sono cattiva, mi disegnano così».

Mani in alto, questa è una rapina. Il calendario segna 10 settembre 2026 e noi siamo ancora qui, inchiodati davanti allo schermo, a praticare il massaggio cardiaco a un cadavere eccellente, che puzza di contratti discografici sfiniti. Stasera riparte XFactor, ventesima edizione di un format nato quando i telefoni avevano ancora i tasti e la musica si comprava nei negozi. Un compleanno che non si sa bene se festeggiare con lo champagne o con il modulo per il trapasso assistito.

Sky ha blindato i diritti di trasmissione fino al 2028, confermando che l’accanimento terapeutico, se ben sponsorizzato, può durare persino più del matrimonio del Pupone. Il bancone dei giudici si rifà il trucco: debutta Irama, chiamato a sedersi sulla sedia "pesante" di Achille Lauro, affiancato dai reduci Jake La Furia, Paola Iezzi e Francesco Gabbani. Al leggere il gobbo, la Signora Giorgia, fuoriclasse assoluta delle corde vocali, prestata alla conduzione per il terzo anno di fila. Una specie di operazione di greenwashing culturale, messa lì a fare da "badante" di una sfilata di dilettanti che, nella migliore delle ipotesi, canteranno in playback in qualche centro commerciale l’anno prossimo.

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La fabbrica delle illusioni

Questa catena di montaggio non ha sempre prodotto bulloni difettosi. Prima del trasloco sul satellite c’è stata un’altra era archeologica, un quadriennio pionieristico su Rai 2 (2008-2010) guidato da Francesco Facchinetti e governato dall’intuito anarchico di Morgan, Mara Maionchi, Simona Ventura e della "Signora Molleggiato" Claudia Mori. Lì il mercato rispondeva con i milioni di copie di Giusy Ferreri (vincitrice morale della prima edizione) o consacrando la stella polare di Marco Mengoni. Poi, le casse vuote di Viale Mazzini imposero la resa economica (come ammise l’allora direttore Massimo Liofredi) e il format traslocò nel feudo di Sky. Sotto il decennio felpato di Alessandro Cattelan e la lunga egemonia di Fedez (ben sette edizioni), il programma si è trasformato in un lucido, elegantissimo involucro, che ha progressivamente spento i microfoni per accendere la pura narrazione catodica.

Il bluff delle classifiche

Spente le luci, è rimasto solo il grande bluff delle classifiche, che fotografa un deserto biologico impressionante. Quasi tutto il bottino è nelle mani di pochi giganti, con Mengoni a quota 5,6 milioni o i Måneskin a sfiorare i 4 milioni. E gli altri? Tolte le eccezioni di Francesca Michielin, Noemi, Michele Bravi, Gaia (e Mahmood!), l’ultimo decennio si è trasformato in una catena di montaggio di fantasmi.

Un malato in fin di vita

Chi si ricorda più di Baltimora (2021)? Che fine ha fatto la cameretta elettronica di Sarafine (2023)? Perfino Mimì Caruso (2024), osannata dalla critica sotto l’ala protettrice di Manuel Agnelli è rimasta schiacciata tra il plauso dei puristi e la timidezza delle classifiche streaming. Fino ad arrivare all’ultima stagione, quella vinta da una Rob scomparsa prima ancora di fare le valigie, lasciando lo streaming residuo a eroCaddeo e la visibilità estiva a una Delia, spinta dal traino di Serena Brancale ("Al mio paese") e dalle polemiche politiche (Concertone Primo Maggio). Se da almeno un decennio lo show produce solo nomi che finiscono a fare i vocal coach in altri lidi, i residenti nei piccoli club o meteore da un singolo e via, significa che la "fabbrica del talento" ha i macchinari arrugginiti.


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