Quattro Oscar vinti con attori presi dalla strada: il metodo geniale (e controcorrente) di Vittorio De Sica
Con l'uscita di Vittorio De Sica – La vita in scena, è il momento di ricordare chi era davvero l'uomo dietro quattro Oscar: il regista che ha trasformato la miseria del dopoguerra italiano in uno specchio per il mondo intero

Com’è quella frase?!? Il mondo è bello perché vario… Ci sono artisti che nascono già con la camicia e ci sono artisti che la carriera la costruiscono partendo dal basso, come Vittorio De Sica. Perché spiegare chi è Vittorio De Sica dobbiamo salire sulla macchina del tempo e fare un salto temporale fino al 7 luglio 1901 a Sora, in provincia di Frosinone. Arrivati a destinazione grazie al protossido d’azoto troviamo il figlio di un impiegato di banca con più sogni che soldi in tasca. De Sica cresce in quella che lui stesso definì una condizione di "tragica e aristocratica povertà": una frase bellissima, che dice tutto sull’uomo ancora prima dei suoi film. Perché De Sica era così: riusciva a trovare la poesia anche dove c’era solo miseria, e lo ha fatto per tutta la vita, con la macchina da presa e senza.
La famiglia si sposta tra Napoli, Firenze e poi Roma, e il giovane Vittorio si arrangia come può – lavora alla Banca d’Italia, si diploma in ragioneria, recita in piccole parti nei teatri – finché il palcoscenico non lo prende per mano e non lo lascia più. Negli anni Venti e Trenta diventa una delle facce più amate del cinema dei "telefoni bianchi", quel cinema leggero e un po’ frivolo dell’Italia fascista, in cui lui interpreta sempre il galantuomo elegante, l’uomo affascinante che fa battere il cuore alle signore in platea. È un periodo che molti studiosi e addetti liquidano in fretta, come se fosse solo un antipasto, un riscaldamento prima del vero De Sica. Ma se è vero che i grattacieli si costruiscono partendo dalle fondamenta… beh, in quegli anni De Sica affina il suo talento naturale per la presenza scenica, impara a muoversi davanti con destrezza e disinvoltura davanti all’obiettivo come se fosse casa sua, costruisce quella naturalezza che avrebbe poi preteso anche dagli attori che avrebbe diretto.
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Entra nel canale WhatsAppVittorio De Sica, l’incontro con Zavattini e la nascita di un sodalizio storico
Il vero punto di svolta arriva nel 1943, con I bambini ci guardano, scritto insieme a Cesare Zavattini. È qui che nasce una delle collaborazioni più fruttuose della storia del cinema italiano, forse la più importante in assoluto. Zavattini e De Sica erano due facce della stessa medaglia: uno portava le idee, la vena poetica e la capacità di trovare storie nella vita di tutti i giorni, l’altro le traduceva in immagini con una precisione e una sensibilità che non avevano paragoni. Senza Zavattini, probabilmente non avremmo avuto il De Sica che conosciamo. Ma senza De Sica, le sceneggiature di Zavattini sarebbero rimaste bellissimi pezzi di carta.
Il dopoguerra è il loro momento. L’Italia è a pezzi, letteralmente e moralmente, e De Sica decide che il cinema deve uscire dagli studi e andare per strada, a guardare in faccia quella realtà che il regime aveva nascosto per vent’anni. Nel 1946 esce Sciuscià, la storia di due ragazzini lustrascarpe che finiscono in riformatorio: vince l’Oscar speciale e spedisce il nome di De Sica in tutto il mondo. Due anni dopo arriva Ladri di biciclette, e a quel punto il gioco è fatto.
Ladri di biciclette, il film che ha cambiato tutto
Bisogna fermarsi un attimo su Ladri di biciclette, perché è impossibile parlare di De Sica senza dedicare almeno un po’ di tempo a questo lungometraggio. È un film molto lineare, che sembra essere semplice fino a sembrare quasi banale: un operaio ha bisogno della bicicletta per lavorare, gliela rubano, va in giro per Roma a cercarla con il figlio piccolo. Fine. Non ci sono colpi di scena e non c’è nemmeno una conclusione consolatoria. Eppure Ladri di biciclette è considerato ancora oggi uno dei più grandi film della storia del cinema, e lo è per una ragione precisa: De Sica riesce a fare di una storia microscopica uno specchio enorme.
Quella bicicletta non è solo una bicicletta: è la dignità di un uomo, è la speranza di una famiglia, è tutta la fragilità di un paese che cerca di rimettersi in piedi e rischia di cadere a ogni passo. Per realizzarlo, De Sica sceglie attori non professionisti, dichiarando che a parer suo la verità si poteva trovare solo nei volti di chi quella realtà la viveva davvero, non in quelli di chi la recitava. È una cosa che oggi si fa spesso – basta pensare a produzioni come Gomorra – ma nel 1948 era un approccio che potremmo definire rivoluzionario.
Umberto D, il capolavoro che nessuno voleva vedere
Se Ladri di biciclette è il film che ha reso De Sica famoso in tutto il mondo, Umberto D del 1952 è quello che, secondo me, rappresenta il punto più alto della sua arte. La storia è ancora più semplice: un vecchio pensionato, Umberto Domenico Ferrari, lotta per non perdere la stanza in affitto e non separarsi dal suo cane. Non succede quasi niente, eppure il film è devastante, nel senso migliore della parola.
De Sica realizzò Umberto D come un omaggio al padre, con cui aveva un rapporto molto stretto, e forse è per questo che il film ha una profondità emotiva che va oltre la critica sociale. È un ritratto di una situazione delicata e sempre attuale, oggi forse più che mai: la solitudine degli anziani in società che cresce velocemente e si dimentica di chi rimane indietro. La critica lo amò, il pubblico – purtroppo – lo ignorò quasi del tutto. De Sica andò avanti lo stesso, ma se non lo avete mai visto è un recupero che vi consiglio caldamente.
La combo fatale di un attore che non ha mai smesso di recitare
De Sica non era solo il regista del neorealismo: era anche uno dei migliori attori italiani del Novecento, capace di passare dalla commedia leggera al dramma senza mai perdere quella grazia naturale che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Ha recitato accanto ad Alberto Sordi, Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida, Totò ed Eduardo De Filippo, e in ognuno di questi film portava qualcosa di suo, una presenza discreta ma inconfondibile. InIl generale Della Rovere di Roberto Rossellini, uno dei suoi ruoli più belli come attore. Qui interpreta un impostore che finisce per diventare l’eroe che fingeva di essere: è una prova di recitazione straordinaria, e dimostra che De Sica davanti alla macchina da presa era esattamente come dietro: capace di trovare la verità dove meno te lo aspetti.
La commedia, Sophia Loren e i quattro Oscar
Nella seconda parte della sua carriera, De Sica allarga il campo. Continua a lavorare con Zavattini, ma si avvicina alla commedia folkloristica, a storie più leggere e più commerciali. È il periodo di Pane, amore e fantasia, de L’oro di Napoli, di Ieri, oggi, domani e Matrimonio all’italiana, tutti con Sophia Loren, che diventa la sua attrice feticcio, la sua collaboratrice più preziosa. Con La ciociara, Sophia Loren vince l’Oscar e la Palma d’Oro a Cannes come migliore attrice, e lo fa sotto la direzione di De Sica, che riesce a tirare fuori dalla Loren una performance drammatica di una potenza rara. In tutto questo, De Sica raccoglie quattro Oscar per il miglior film straniero – con Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri, oggi, domani e Il giardino dei Finzi Contini – un record che dice tutto sull’impatto internazionale di un uomo che aveva cominciato a recitare in ospedali militari durante la Prima Guerra Mondiale.
Il lato umano: il gioco, i debiti e la doppia vita
Non si può parlare di De Sica senza dire che era anche un uomo pieno di contraddizioni. Era noto per la sua generosità e per uno stile di vita lussuoso, con una passione viscerale per il gioco d’azzardo che lo perseguitò per tutta la vita, tenendolo perennemente in bolletta nonostante il successo. Conduceva una doppia vita familiare: si racconta che alla Vigilia di Natale regolasse l’orologio avanti di due ore in casa della seconda compagna, per fare il brindisi di mezzanotte con entrambe le famiglie. Era un uomo capace di raccontare con precisione chirurgica la solitudine degli altri, e che allo stesso tempo non riusciva a stare fermo un momento, come se la quiete lo spaventasse più di qualunque cosa. Era un artista che capiva tutto della condizione umana, ma che viveva come se quelle lezioni non riguardassero lui.
L’eredità che non finisce mai
Vittorio De Sica si spense il 13 novembre 1974 a Neuilly-sur-Seine, dopo un’operazione per asportare un tumore polmonare. Fino alla fine aveva continuato a lavorare, apparendo in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, uno dei film più belli degli anni Settanta italiani, quasi a chiudere il cerchio con quella tradizione di cinema che lui stesso aveva contribuito a costruire.
Ma la vera misura di un artista non è quello che lascia al momento della morte: è quello che lascia decenni dopo. E De Sica ha lasciato tutto. Ha lasciato un modo di fare cinema che ancora oggi viene studiato nelle scuole di regia di mezzo mondo, una poetica degli ultimi e dei dimenticati che ha ispirato generazioni di registi, da Ken Loach a Gianni Amelio, da Abbas Kiarostami – che citava Ladri di biciclette come uno dei suoi film fondamentali – a decine di altri autori che magari non lo dicono ma che senza De Sica non avrebbero saputo da dove cominciare. Ha lasciato anche qualcosa di più difficile da misurare: l’idea che il cinema possa e debba guardare le persone comuni con rispetto, con affetto, senza giudicarle e senza pietismo. Quell’operaio che cerca la bicicletta, quel pensionato con il cane, quei ragazzini lustrascarpe: sono persone, con la loro dignità intatta anche nel mezzo della disperazione. E questo, nel cinema, non era scontato prima di De Sica. Dopo di lui, è diventato uno standard.
Oggi che esce un film sulla sua vita, Vittorio De Sica – La vita in scena uscita, vale la pena ricordarlo non solo come il "padre del neorealismo" – un’etichetta giusta ma un po’ fredda – ma come un uomo che ha avuto il coraggio di puntare la macchina da presa verso chi non aveva voce, in un paese che cercava di ricostruirsi e aveva tutto l’interesse a non guardare troppo in faccia la propria miseria. De Sica quella miseria l’ha guardata, l’ha filmata, e l’ha trasformata in qualcosa di eterno. Non è poco. È tutto.
