“Ho avuto un tumore, non mi è mai piaciuto mettere in piazza le sofferenze", Vinicio Marchioni e la sua confessione più intima
L’attore racconta il nuovo libro, le trasformazioni fisiche per i suoi ruoli, la balbuzie, il tumore benigno alle ossa e il legame con il teatro e la famiglia.

Vinicio Marchioni ha costruito alcuni dei suoi personaggi più intensi partendo dal corpo, trasformandolo, piegandolo e perfino mettendolo alla prova. A cinquant’anni, però, l’attore ha iniziato a guardare quel corpo con occhi diversi: non più soltanto uno strumento al servizio del mestiere, ma una parte fondamentale della propria storia. È ciò che rivela nell’intervista a La Repubblica, dove parla del suo nuovo libro, Le vite in atto, in cui ripercorre sette personaggi che hanno segnato la sua carriera e racconta il rapporto tra arte, fragilità e trasformazione. Un viaggio personale che passa anche attraverso un tumore e la necessità di non fermarsi.
Vinicio Marchioni: il tumore e il rapporto con il corpo che cambia
In un’intervista a La Repubblica, Vinicio Marchioni racconta il rapporto tra corpo e recitazione, tema centrale del suo libro Le vite in atto, in uscita a ottobre per Marsilio. Nel corso della carriera ha trasformato più volte la propria fisicità per entrare nei personaggi e oggi considera il corpo il vero strumento dell’attore: "Tutto passa attraverso il corpo dell’attore. Superati i cinquant’anni ti rendi conto che il corpo ti parla molto di più e, in fondo, comanda molto più di noi". Marchioni ricorda anche la balbuzie e le difficoltà dell’adolescenza, che lo hanno spinto verso la scrittura e poi verso il teatro: "Credo che quel fuoco nasca da un grande bisogno di esprimermi. Mi sono sempre rifugiato nella scrittura, nei diari. La balbuzie e le difficoltà dell’adolescenza hanno creato dentro di me mondi che avevano bisogno di uscire. La fortuna è stata incontrare il teatro". Parlando di Un tram che si chiama desiderio, racconta l’esperienza di Stanley Kowalski e la contemporanea scoperta di un tumore benigno alle ossa: "È stato il primo spettacolo con Antonio Latella e l’incontro con una mascolinità violentissima, con un uomo quasi animale. Come si mette in scena un uomo così violento? Ed è successo che proprio durante le prove scoprii di avere un tumore benigno alle ossa. Fortunatamente è rientrato, è stato curato, ma quell’esperienza mi ha portato a ripensare anche il rapporto con il mio corpo. Tra l’operazione, la fisioterapia e le cure, mentre cercavo di costruire il corpo di Stanley, mi ritrovavo a fare i conti con il mio. Stanley era un uomo guidato da una potenza fisica enorme. Io, invece, stavo cercando un nuovo equilibrio nel mio corpo".
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Entra nel canale WhatsAppSulla malattia aggiunge: "Non mi è mai piaciuto mettere in piazza le sofferenze. L’ho vissuta come un’esperienza, quasi come se avessi incontrato un altro personaggio".
Vinicio Marchioni, il tumore non lo ha allontanato dal lavoro: "Volevo continuare a vedere il sole"
L’esperienza, spiega, non lo ha allontanato dal lavoro: "Il teatro si fa sempre con quello che sei, nel bene e nel male". In quel periodo nacquero anche i suoi figli e la sua carriera cinematografica proseguiva. A guidarlo fu una frase di Čechov: "Domani mattina il sole sorgerà comunque", "e io quel sole volevo continuare a vederlo". Nel libro si chiede anche quale sia il senso del mestiere dell’attore e risponde: ""Servire" è uno dei verbi più belli. Se un attore non è utile a qualcosa che va oltre sé, perde il senso del mestiere".
Vinicio Marchioni e il rapporto con Milena Mancini
Infine, parlando della famiglia e del rapporto con Milena Mancini, sottolinea il valore del "noi": "Con Milena abbiamo sempre pensato al "noi" come a un’entità autonoma. Non è semplicemente lei più me. È qualcosa di più importante delle nostre individualità. È una conquista quotidiana".