Veronica Lucchesi, fondatrice de La Rappresentante di Lista: "Certe figure istituzionali raccontano la femminilità in modo vergognoso, noi donne dobbiamo unirci"
Performer fulminante ma anche giurata del Concorso Internazionale Cortometraggi al Lucca Film Festival, Veronica Lucchesi è un'artista dai mille volti. Ecco cosa ci ha raccontato in occasione della nuova esperienza col cinema: l'intervista per Libero Magazine

Cantautrice carismatica, performer travolgente e voce inconfondibile de La Rappresentante di Lista, il progetto fondato insieme a Dario Mangiaracina che ha contribuito a ridisegnare i confini del pop in Italia, Veronica Lucchesi continua a muoversi seguendo ciò che la appassiona, senza mai chiedersi troppo dove la porti. Dopo un anno di pausa e riflessione, quella sua natura poliedrica trova una nuova e naturale espressione nel mondo della settima arte come giurata del Concorso Internazionale Cortometraggi al Lucca Film Festival 2026 – dal 26 settembre al 4 ottobre -in una città che conosce da sempre e in una Toscana in cui ha scelto di tornare a vivere.
Dal silenzio sospeso che precede l’inizio di un film al ricordo del set corale di Gloria! di Margherita Vicario, Veronica riflette sulla dignità autonoma della forma breve, sul valore del fermarsi dopo tour intensi, sul valore delle donne nella musica e su quanto la battaglia per superare il divario di genere sia tutt’altro che conclusa.
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppUn ragionamento denso, che costruisce insieme a noi, attraversato dall’idea che invecchiare – le persone come i dischi – sia una forma di rinascita e non una perdita, e che culmina in un manifesto d’intenti limpido come la sua anima: in un’opera, così come nella vita, ciò che conta davvero è avere il coraggio di rischiare.
Giurata del concorso internazionale di cortometraggi al Lucca Film Festival: quando ti hanno chiamata, come hai reagito?
Devo dire con grande entusiasmo fin da subito. Le cose che mi appassionano e mi muovono ricevono subito una grande esplosione di felicità, perché sono una grande appassionata di cinema. Inoltre, il contesto di Lucca mi piace particolarmente: è una città a cui sono molto legata, vicina a casa, e questa proposta mi ha reso davvero felice.
Essendo l’unica persona esterna al mondo del cinema all’interno del gruppo, senti più responsabilità su di te?
Non vorrei avvertire troppa responsabilità, perché comunque, pur trattandosi di una giuria, siamo lì per dialogare, per vedere dei bei lavori e dei bei progetti. L’obiettivo è creare uno scambio, una rete, e far sì che l’arte e il cinema circolino il più possibile. Sono sicuramente più esterna degli altri, perché il mio mondo principale è un altro, ma cercherò di integrarmici appieno, anche con il mio essere un po’ aliena.
Hai visto i 12 corti in concorso? Li vedrai in sala?
Ho la fortuna, come gli altri giurati, di poterli visionare prima: in pratica li ho già visti quasi tutti.
Che cosa ti fa dire che un corto funziona più di un altro?
Non saprei parlarne in maniera strettamente tecnica, ma amo molto gli errori, le storture e l’armonia nel modo di fluire del film: dalle immagini alla musica, fino al ritmo e alla recitazione degli attori e delle attrici. Per me deve esserci una sorta di "armonia sbagliata": un lavoro stupendo in cui, a un certo punto, nemmeno io riesca a prevedere cosa succederà. Che si tratti dei colori o di una certa ritmica nel montaggio, mi piace quando c’è qualcosa che intona o che stona in un’armonia apparentemente perfetta.
Pensi che il corto sia la forma più vicina alla canzone, proprio per la sua brevità?
Un corto è effettivamente un’opera completa che ha semplicemente una durata diversa, più breve. Una canzone è effettivamente un’opera completa che ha una durata specifica, più breve di un disco. Stanno in piedi bene così come sono. Se mettessi dieci corti insieme per fare un lungometraggio, non so se è come mettere insieme 10 canzoni per un disco. Se inserisci la canzone in un concept album, dove i brani sono legati appunto da un filo conduttore, allora diventa parte di un discorso più ampio che troverai sviluppato in tutto il disco. Nei corti c’è una drammaturgia, un ritmo e una conclusione. Anche nelle canzoni. Forse sì, si somigliano.
In Italia il corto viene spesso vissuto come un semplice passaggio o una palestra per arrivare al lungometraggio. Secondo te dovrebbe invece avere una sua forma autonoma?
Ho fatto teatro per tanti anni e il lavoro che svolgevamo procedeva molto per gradi e per step, che chiamavamo "studi": un primo studio, un secondo studio, spesso presentati al pubblico dopo una residenza artistica. Quello che cercavamo di fare era rendere tali studi il più autonomi possibile: anche se erano parti embrionali di un tutto che sarebbe diventato lo spettacolo finale, dovevano reggersi in piedi da soli. E poteva capitare che rimanessero in quella forma e che poi lo spettacolo lungo, diciamo, fosse un’altra cosa completamente. Il pubblico di quello studio aveva effettivamente visto uno spettacolo integro di 30 minuti. Il cortometraggio è una scelta di narrazione. Può anche, in certi casi, essere propedeutico a una versione più estesa immagino, ma è decisamente un’opera.
Quando guardi un lavoro, lo osservi più da musicista o da attrice?
Da entrambe. Lo guardo con tutto ciò che sono, compresa la mia parte di spettatrice appassionata di cinema. Ci metto il mio gusto, la mia identità e tutto ciò che ho costruito nel tempo: la teatralità, la musica, il canto, la pittura. Sono tutti elementi che costituiscono i tuoi filtri culturali e personali. Cerchi di ridimensionare il tuo ego per lasciarti stupire da ciò che osservi, ma la tua identità rimane comunque presente.
Quando guardi un corto o un film, noti prima il suono, le voci o il corpo degli attori?
Ci sto ragionando adesso, in modo molto naturale. Quando la vita nasce, si manifesta attraverso il corpo e il suono: il bambino piange, urla e poi impara a muoversi. Credo però che prima di tutto ci sia un silenzio, una pausa, il momento esatto prima che tutto abbia inizio. In quel momento si percepisce la "temperatura" di ciò che sta per accadere. In un’orchestra potrebbe essere il respiro del direttore, prima di un film è una lieve tensione; la stessa tensione che si prova a teatro. C’è una tensione e una necessità tangibile da parte del regista o della regista, e questo mi aiuta a entrare subito in quel mondo. La tensione è l’elemento che avverto di più.
Come sei entrata nel mondo del film Gloria!?
Sono entrata emozionatissima. Con Margherita Vicario siamo molto amiche, ci siamo conosciute nell’ambito musicale frequentando vari festival. Per me è stato un periodo molto intenso, venivo da tour impegnativi ed è stato un bel momento per fermarmi. Il fatto che fosse un film corale al femminile, lavorando tutti i giorni con altre donne per raccontare le loro storie, mi ha costretta a fermarmi e a essere pienamente presente, cosa che non mi capitava da tempo. Quando vai sempre veloce rischi di perdere il contatto con ciò che ti piace e con dove ti trovi. Fermarmi per questo film mi ha fatto ripiombare addosso molte sensazioni: mi ha scossa, ma mi ha resa estremamente presente e felice.
Secondo te come viene trattata la musica in Gloria!? Il racconto di donne che fanno musica in un’epoca che non lo prevedeva appartiene davvero al passato o è una condizione non ancora superata?
Non è facile essere positivi in questo periodo, il mondo attuale non mostra molta umanità e la questione del divario genere continua a essere un campo di battaglia. Caratterialmente tendo a essere un po’ pessimista e a sentire il peso delle cose, anche se dentro di me vive un forte desiderio di luce. Certamente i nostri nomi oggi non vengono più cancellati dalle opere o dalle partiture come accadeva a quelle donne, ma c’è ancora molta fatica nella rappresentazione, dai social alla televisione. Vedere come certe figure istituzionali raccontano la femminilità fa male ed è vergognoso. Bisogna fare rete, comunicare e unirsi tra donne per scardinare certe dinamiche radicate. Attraverso il cinema possiamo proporre nuovi modelli e raccontare una realtà sociale diversa.
Ti sei appena definita pessimista, quindi devo chiedertelo: come è invecchiato Giorni Felici a distanza di tre anni?
Un anno fa ci siamo fermati con La Rappresentante di Lista dopo un tour molto intenso, dedicandoci a una pausa di riflessione e riposo. In quel disco ci sono testi per me molto importanti che mi rispecchiano ancora profondamente e rappresentano una compagnia sempre fresca.
Quindi sta invecchiando bene.
È bello invecchiare. Ne parlavo proprio ieri sera con un’amica attrice: quando avevo vent’anni facevo più fatica a lasciare andare le cose e a non pretendere di avere tutto sotto controllo. Ben venga quindi l’invecchiare, sia personale che dei dischi. Alcuni album invecchiano bene perché riescono a rimanere attuali. È un peccato dover ribadire concetti che si sperava fossero ormai acquisiti, ma siamo qui anche per questo.
Il rapporto tra te e Dario (Mangiaracina, ndr) è cambiato?
Vivere per quasi quindici anni come se si fosse la stessa persona crea un binomio fortissimo, in cui ci si può quasi perdere nell’altro.È un processo di ritrovo della propria singolarità, ed è una dinamica naturale in qualsiasi tipo di relazione. Essendo stati a strettissimo contatto per tanto tempo, è giusto ritagliarsi del tempo per se stessi. Entrambi continuiamo a fare bene e a ritrovare il nostro modo di esprimerci. Abbiamo sempre condiviso uno sguardo simile sulla vita, ma nell’ultimo anno c’è stato anche il tempo di dedicarsi alla propria vita privata.
Come è stato tornare nel territorio in cui sei cresciuta in veste di giurata?
In questo momento della mia vita trovo che il concetto di rinascita sia molto sano: capita più volte nel corso dell’esistenza ed è bellissimo darsi nuovamente alla luce. Ho scelto di tornare in Toscana da un po’ di tempo perché ne avevo bisogno, amo questi paesaggi. Sono sempre stata una grande estimatrice di Lucca: con la mia famiglia era una delle mete preferite nel nostro tempo libero. Mi sono sempre piaciute le passeggiate e i luoghi storici della città. Tornare vicino a casa per una manifestazione così importante è stato un unire cose belle.
Se dovessi assegnare un premio non previsto dal regolamento, a cosa lo daresti: al rischio, alla precisione o alla voce più nuova?
Al rischio. Bisogna saper osare, quindi scelgo decisamente il rischio.
