Venezia 83, Houston: abbiamo una Coppa Volpi. Vanessa Scalera spodesta le sorelle Rooney e Kate Mara in “Il fuoco che ti porti dentro”
L’amore per una madre, la rabbia di chi grida, il dolore di chi tiene tutto dentro. Edoardo De Angelis a Venezia con Il fuoco che ti porti dentro e Vanessa Scalera

L’incipit di Anna Karenina è uno dei più famosi della letteratura. Con 15 parole Lev Tolstoj racchiude i tormenti familiari, la ricchezza variopinta dell’infelicità sanguinea: "Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo".
Quella di Antonio (Lino Musella) è una famiglia infelice: napoletano, ‘core ‘e mamma Angela (Vanessa Scalera) che ha scelto Milano per inseguire il sogno editoriale e che ora ha moglie e figli ma non sono sufficienti per smettere di esserlo, un figlio, quando mamma appesta con la sua "puzza" una casa che non la vuole.
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Entra nel canale WhatsAppTratto dal libro omonimo di Antonio Franchini, il film di Edoardo De Angelis si muove da un quadro che conosciamo bene, la tavola imbandita del giorno che precede il giorno più importante dell’anno, il santo Natale, e scava nella rabbia, nel rancore e nell’amore di chi non può che perdonarsi.
"Il fuoco che ti porti dentro", la recensione del film
C’è un cappone che non ne vuole sapere di essere ammazzato per la fame degli altri. Angela (Vanessa Scalera) ci combatte a mani nude pur di torcergli il collo, si sbuccia le ginocchia per raggiungerlo con un coltellaccio perché a Natale c’è una sola cosa da fare, anzi due: stare con mamma e osservare la tradizione.
L’impeto ferino, famelico di Angela, napoletana trapiantata in una città arida come Milano, si sfoga nella circolarità di una tavola che si fa patibolo: suo figlio, partorito per miracolo, sangue del suo sangue ha scelto la distanza e questo Angela non solo non se lo spiega, lo rigetta come una vergogna. Paola (Ivana Lotito), l’altra figlia, è la reietta, la derelitta a cui spetta il tragico destino dei non voluti, quella che si taglierebbe un dito pur di avere in cambio un po’ d’amore. E ancora una terza figlia assente giustificata, un genero buddista, una nuora inutile e due nipoti ingrati che fanno storie sull’etica alimentare a difesa di capponi e neonate fritte.
È questione di attimi prima che le scintille trovino da bere.
Il fuoco che ti porti dentro sono le radici, la puzza che ti rimane nel naso e di cui non ti liberi, il tanfo che ti marchia alla nascita come simile. Antonio Franchini, autore del romanzo, scrive di sua madre Angela che è una "donna impossibile, di natura propria, ma anche di finzione, tale voleva essere, sempre un personaggio", così De Angelis ne tira fuori la carne, lembo dopo lembo, la divincola dall’inchiostro schiacciato e le fa abitare ogni spazio al punto che ogni porta, sedia, finestra finisce per avere i suoi fianchi, ogni parete giudica, grida e respinge.
"Grida solo chi prova dolore": mammà Angela di Vanessa Scalera crepa i cuori per il troppo amore
C’è un tipo di rumore assordante che sconquassa l’anima ed è un paradosso: il silenzio ovattato nei giorni di morte. Quando i verbi virano all’imperfetto, l’odore sulla sciarpa non è ancora completamente svanito e i modi di dire sono l’unica cosa tangibile di un corpo impermanente. È qui che i pensieri d’odio si traducono in riso, che non c’è più tempo per odiare mamma, per pretendere che sia solo madre e mai umana e l’unica cosa da fare è sedersi e ricordare com’era non farsi domande, credere davvero che per tutta la vita saremmo stati al sicuro tra le braccia di chi ci ha messo al mondo. Rifuggire con pietà il perdono, che è una cosa dei vivi.
