Venezia 2026, registe donne in concorso ai minimi storici. La verità di Alberto Barbera: "Ecco qual è l'unico criterio"
Alla vigilia di Venezia 2026, Alberto Barbera torna sulla polemica che riguarda le poche registe donne e spiega perché sarebbe sbagliato inserirle a tutti i costi

Ogni edizione della Mostra del Cinema di Venezia porta con sé tutta una serie di polemiche, e quella del 2026 non fa eccezione. Quest’anno, il dibattito si concentra su un dato che avevamo già notato: nella selezione ufficiale ci sono soltanto due registe donne, la danese May el-Toukhy e l’israeliana Rachel Szor. Un numero che non si vedeva da anni e che ha acceso il confronto sulla parità di genere nel cinema d’autore. A rispondere sulle colonne di Vanity Fair, senza girarci troppo intorno, è Alberto Barbera, giunto al suo diciottesimo anno alla guida artistica del festival (quattordici consecutivi, dopo un primo mandato interrotto tra il 1998 e il 2002) e appena riconfermato per altre due edizioni.
Perché quest’anno ci sono così poche registe in concorso a Venezia
Il tema, secondo il direttore, va inquadrato in una prospettiva più ampia. Il problema, spiega, non dipende dai festival ma molto prima, lungo tutta la filiera produttiva del cinema, dove le opportunità per le autrici restano ancora troppo scarse rispetto ai colleghi uomini. Quindi puntare il dito solo sulla selezione finale, per Barbera, significa guardare al sintomo e non alla causa.
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Entra nel canale WhatsAppA bilanciare in parte l’organizzazione della competizione principale c’è comunque la presenza femminile ai vertici delle giurie: quest’anno tocca a Maggie Gyllenhaal, Valérie Donzelli (per la sezione Orizzonti) e Carolina Cavalli (Opera Prima), a testimonianza di un’attenzione che, sostiene il direttore, negli ultimi anni ha reso Venezia più generosa con il cinema femminile rispetto ad altre manifestazioni europee.
Alberto Barbera e le quote rosa: "Rischiano di fare più danni che bene"
Del resto, Barbera si è sempre detto contrario a un sistema di quote rosa applicato alla selezione dei film, perché rischierebbe di ritorcersi contro le stesse autrici che dovrebbe tutelare: inserire in gara un’opera non all’altezza solo per rispettare una percentuale, spiega, esporrebbe quel film e la sua regista a un giudizio ancora più severo. La linea che rivendica è una sola: la qualità resta l’unico metro di giudizio, senza eccezioni legate al genere di chi firma l’opera.
Non è però l’unica questione calda di questa edizione. Al centro delle discussioni c’è anche l’assenza quasi totale del grande cinema americano, complice la crisi profonda degli studios hollywoodiani, stretti tra il calo degli incassi in sala, la concorrenza delle piattaforme streaming e una raffica di fusioni ancora tutte da verificare negli effetti. Una situazione già vista qualche settimana prima a Cannes, che secondo Barbera non dovrebbe però penalizzare il giudizio complessivo sulla qualità della selezione veneziana.
Tra le note più liete, il direttore segnala con entusiasmo alcune scoperte italiane, a partire da L’estranea di Paolo Strippoli, e il ritorno di Nanni Moretti al Lido dopo trentasette anni di assenza con Succederà questa notte, una storia d’amore lontana dai temi politici a cui il regista ci ha abituati. Spazio anche alla sperimentazione con Be Brave di Francesco Carrozzini, primo documentario della storia della Mostra realizzato interamente con l’intelligenza artificiale.
Un festival, insomma, che si conferma terreno di scontro tra tradizione e cambiamento, tra polemiche legittime e la difesa, ostinata, di un solo criterio: quello del talento.
