Naza a Venezia 2026, il regista Yuval Abraham attacca il silenzio e i media: “È complicità. Hanno ignorato quello che succede a Gaza”

A Venezia il film-inchiesta scuote la Mostra del Cinema: Yuval Abraham e Rachel Szor raccontano il silenzio israeliano e le testimonianze raccolte su Gaza.

Melania Fiata

Melania Fiata

Giornalista

Laureata in Lettere, divoratrice di libri e serie. Scrivo di spettacoli, film e TV.

Venezia 2026 diventa il teatro di un confronto che va oltre il cinema. Alla Mostra, la presentazione di NAZA porta al centro del dibattito le testimonianze di alcuni ufficiali e soldati israeliani coinvolti nei sistemi di sorveglianza e nelle operazioni a Gaza. Yuval Abraham e Rachel Szor, alla conferenza stampa, raccontano un lavoro durato tre anni, nato dall’incontro tra giornalismo d’inchiesta e documentario. Un film costruito anche sul silenzio, sulla responsabilità e sulla difficoltà di mostrare ciò che accade senza mettere in pericolo le fonti. Di seguito, tutti i dettagli sulla conferenza.

Venezia 2026, l’anonimizzazione dei testimoni presenti nel film documentario NAZA

Alla conferenza stampa di NAZA, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026, erano presenti i registi Yuval Abraham e Rachel Szor, i produttori Lindsay Poulton, Paul Lewis e James Wilson e il produttore esecutivo Jonathan Glazer. La discussione ha affrontato soprattutto la protezione delle fonti, la memoria della Shoah, il silenzio sulla guerra a Gaza e il ruolo dei media. Uno dei temi affrontati riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per proteggere l’identità degli intervistati. Abraham ha spiegato: "Le voci e le apparenze sono state alterate digitalmente. Ovviamente queste interviste sono state rilasciate con la condizione che fossero anonime e noi, come giornalisti, non possiamo parlare dei metodi e dei processi che utilizziamo, perché metteremmo a rischio quelle persone che abbiamo intervistato. Ma possiamo dire che sono persone vere". Ha poi chiarito la natura delle fonti: "Sono tutti ufficiali e soldati israeliani che hanno lavorato in questa sorveglianza remota per l’uccisione dei palestinesi e nelle operazioni a Gaza. Le loro testimonianze sono veramente l’opposto di una finzione".

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NAZA e il richiamo alla Shoah, memoria e Gaza

Il rapporto tra la memoria dell’Olocausto e ciò che accade a Gaza è stato affrontato da Abraham attraverso il riferimento a Primo Levi e alla disumanizzazione: "Siamo qui in Italia, posso parlare di Primo Levi, che ha parlato della disumanizzazione, che ha parlato di come un essere umano possa diventare una cosa, qualcosa come polvere, che può essere distrutta e ammazzata. Per me personalmente – e sono un israeliano ebreo – anche nella mia famiglia ci sono persone sopravvissute all’Olocausto". La memoria della Shoah, secondo Abraham, dovrebbe produrre insegnamenti universali: "È importante guardare questi eventi e imparare delle lezioni universali da ciò che è successo. In questo caso è necessario quindi insistere nell’ottenere dei valori universali basati sulle lezioni che, appunto, dobbiamo prendere dalla nostra storia."

Il silenzio e la negazione

Il tema del silenzio è stato collegato alla possibilità che la mancata conoscenza o negazione dei fatti favorisca la prosecuzione della violenza. Abraham ha affermato: "Pensando al silenzio, penso che talvolta il silenzio può essere complicità. Uno dei motivi per cui volevamo fare questo film è che riteniamo che ascoltare le testimonianze di ufficiali che hanno operato in prima persona questi sistemi di uccisione, che li hanno progettati, possa rendere difficile negare questi crimini. C’è una correlazione diretta tra la negazione dei fatti e la capacità di continuare. Mentre siamo al Festival, a Gaza è stata uccisa una bambina di 7 anni mentre andava a scuola accompagnata dal papà". Ha poi allargato la riflessione al contesto internazionale: "Ma anche in Europa e negli Stati Uniti, quando si parla di silenzio, non è solamente il silenzio: le dichiarazioni sono fondamentali e parlare da Hollywood è essenziale."

Gli autori hanno contattato direttamente ufficiali e soldati chiedendo: "Che cosa avete fatto? Come sono questi sistemi?", per arrivare alla domanda centrale: "Spiegateci come funziona". Abraham osserva che "A volte, semplicemente da una domanda, si sono ottenute tante risposte".La possibilità di raccogliere queste testimonianze è legata anche alla loro posizione di israeliani: "Noi abbiamo una posizione di privilegio e ci possiamo relazionare con questo sistema a cui ci opponiamo, perché crediamo che sia ingiusto".

Le accuse di antisemitismo a Mark Ruffalo

La possibile reazione di Hollywood è stata affrontata anche alla luce delle accuse di antisemitismo rivolte ad alcune personalità dello spettacolo. Abraham ha sottolineato la propria identità: "Diversamente da Mark Ruffalo, io sono ebreo. Io, Rachel e gli altri siamo israeliani ed ebrei. Questo non significa che noi abbiamo ora ragione o torto". Rispetto al rischio di essere accusato di antisemitismo, ha dichiarato: "Personalmente non mi preoccupa l’essere accusato di essere antisemita, perché non lo sono".

Venezia 2026, il film NAZA e i riferimenti ai media internazionali

Lindsay Poulton ha evidenziato il lungo percorso giornalistico alla base del documentario: "Questo è un film, ma si costruisce sul giornalismo che abbiamo costruito anno dopo anno". Abraham ha spiegato, invece: "Pensando ai media israeliani, in realtà si è aperta veramente una voragine, perché la maggior parte dei media ha ignorato del tutto quello che succede a Gaza oppure ha giustificato ciò che succede." Il riferimento ad Hannah Arendt e alla Banalità del male si collega infine alla necessità di riconoscere i meccanismi di disumanizzazione senza stabilire un’equivalenza tra la Shoah e Gaza. Abraham ha sintetizzato questa posizione affermando: "Cerchiamo di rispettare la memoria dell’Olocausto. Perché stiamo cercando di identificare nell’Olocausto qualcosa che sia importante anche per la situazione odierna, che rafforzi l’importanza dei diritti umani per tutti."


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