Venezia 2026, il cattivo giornalismo uccide due volte: “La città dei vivi”, il film ispirato al caso di cronaca nera che ha sconvolto Roma - Recensione
È il 4 marzo del 2016 quando l’omicidio di Luca Varani sconvolge la città di Roma. Nella sezione Orizzonti di Venezia 2026, “La città dei vivi” con Valerio Mastandrea

Nei giorni che seguono i fatti di cronaca nera si dovrebbe stare in silenzio. Invece quando Luca Varani viene ucciso a Roma il 4 marzo del 2016 le penne sono addirittura più brutali dei due assassini che per ore l’hanno torturato fino a togliergli la vita. Dicono che se l’è cercata, che la fine che ha fatto era inevitabile che la facesse. Dopo un fatto di cronaca a chi resta, rimane solo il fatto. Conviverci, un’assenza ingombrante seduta sulle sedie vuote.
"La città dei vivi" arriva in sala il 1º ottobre, distribuito da Eagle Pictures. Nel cast Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e con Valerio Mastandrea.
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Entra nel canale WhatsApp"La città dei vivi" di Edoardo Gabbriellini: la recensione del film con Valerio Mastandrea
"La città dei vivi" di Edoardo Gabbriellini, presentato nella sezione Orizzonti in occasione dell’83ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è liberamente ispirato all’opera letteraria di Nicola Lagioia ma contrariamente a quello che di solito fanno le biografie drammatiche non esalta l’orrore, non gli dà più attenzione mediatica di quanto già non si sia preso. Luca Varani non coincide e non si esaurisce con il suo omicidio, rimane nell’ordinario quotidiano di chi se lo ricorda vivo. C’è un intento preciso nella direzione di Gabbriellini: far respirare le immagini, dare il tempo a chi osserva non di spiegarsi la tragedia ma di sentirsi svuotato, privato della vita di una persona a cui è stata tolta senza che noi lo vedessimo.
C’è rispetto nella scelta di non spettacolarizzare l’orrore, nell’evitare che quelle immagini diventino attraenti, che vengano anche solo guardate, ancora una volta. Prendo in prestito una frase di Walter Siti sull’opera dell’autore del romanzo: "La letteratura, a differenza del cattivo giornalismo non conosce mostri. Il mostro è consolatorio, significa che noi umani non saremo mai così, e invece qui è tutto umano".
La prossimità dell’orrore: raccontare l’uomo prima che diventi notizia
Nel momento in cui ci si chiudono gli occhi smettiamo per sempre di essere umani e diventiamo notizia: i luoghi in cui siamo cresciuti, le case che abbiamo abitato, le giornate tipo, gli amici di una vita, le relazioni, i ristoranti. Le mani degli sciacalli stringono il collo a tutto quello che abbiamo fatto e siamo stati fino a quel momento. Sgomitano, pur di dire che ci conoscevano e che eravamo ragazzi solari e sorridenti. Sarebbe stato facile partire da lì, accompagnare il ricordo di un giovane assassinato, conservato nelle sue ultime ore di vita. Invece Gabbriellini non sceglie la tragedia per esorcizzare l’orrore, non ha bisogno di mostrarci ore di torture e un cadavere per dirci che quel cadavere c’è stato e che non abbiamo il diritto di vederlo succedere di nuovo.
Preferisce raccontare l’amore ordinario, il lessico familiare, i baci sulla guancia di mamma, i litigi sul ciglio della strada e un carretto di caramelle sotto una ruota panoramica. Cose per cui vale la pena essere ricordati vivi.
Gaia Merlonghi interpreta Marta Gaia, la fidanzata di Luca, ed è protagonista di una sequenza che racchiude l’anima del film stesso: telefona a un vecchio amico, non si sentono da sei anni eppure ha bisogno di dirgli che l’hanno ammazzato. Che l’amore suo, l’hanno ammazzato. E non importa che siano passati gli anni, che non si ricordi di lei, che non lo abbia mai nemmeno visto in faccia Luca. Luca è morto, e devono saperlo tutti. Se ne deve parlare, si deve tirare fuori il discorso a tavola, si devono mangiare ancora i tiramisù al cucchiaio e si deve andare ancora a dormire con una maglietta consumata dai ricordi.
Nei giorni che seguono un fatto di cronaca si dovrebbe stare in silenzio. Negli anni che seguono un fatto di cronaca, si dovrebbe fare rumore.
