Venezia 2026, Danny Boyle porta alla Mostra del Cinema un modo diverso di fare giornalismo: scandali e tensioni sotto i riflettori in "Ink"

“Ink non è un film sui tatuaggi”, scherza Danny Boyle nella conferenza stampa del film d’apertura. La storia del tabloid più venduto al mondo è da vedere al cinema

Giulia Calvani

Giulia Calvani

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Content creator con uno sguardo attento sul mondo del cinema e delle serie TV, è nella top 20 Fortune Italia come creator per il cinema. Sta lavorando al suo primo lungometraggio.

Venezia 2026, l'impero scandalistico di Murdoch sotto i riflettori in "Ink" di Danny Boyle: a fare notizia non è più il contenuto ma la forma
Biennale Cinema

Ink, esordio alla Mostra del Cinema di Danny Boyle e film d’apertura del Concorso, parte da Rupert Murdoch (Guy Pearce) per raccontare una storia singolare, quella del giornalista Larry Lamb (Jack O’Connell è un attore davvero promettente) chiamato al timone di un’impresa dal successo meteoritico. Nel 1969 Murdoch acquista il The Sun, destinato a diventare il tabloid più venduto del mondo. Nel cast del film, che adatta per lo schermo lo spettacolo teatrale di James Graham, figura anche Claire Foy nel ruolo di Jules Davies, giornalista del tabloid e affair sentimentale di Larry.

Ink, Danny Boyle: la recensione del film

Larry Lamb (Jack O’Connell) è uno scovatore di notizie. Uno di quei serpenti bravissimi a fare la muta e a nasconderla una volta fatta. Non racconta storie, le cerca.

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È l’uomo giusto al momento giusto, o almeno uno che sa tenere in mano una penna anche se non è un visionario e nessuno sembra concedergli il lusso di pensarlo autonomo. Il suo è un cognome parlante, Lamb, l’agnellino condotto al macello che preferisce essere il primo tra le fila dei sudici che baciare a stampo il moralismo britannico.

Così, quando Rupert Murdoch (Guy Pearce) compra il The Sun, Larry Lamb è pronto a sguazzarci per la stessa ragione famelica che alimenta ogni follia dell’uomo: la vendetta.

A programmare la strategia di ascesa del The Sun c’è un’orda di visionari, un mélange umano di vite indottrinate che per la prima volta, dall’interno, hanno l’occasione di partecipare a un sondaggio di interesse per il pubblico, farne parte, rispondere e poi aderire.

Sono giornalisti che si fanno domande allo specchio per poi aprire finestre, che si liberano della pressione sociale del gusto condiviso per offrire non soluzioni, ma domande.

Non sai di cosa hai sempre avuto bisogno finché qualcuno ti dice che non puoi vivere più senza. Il giornalismo del The Sun, irriverente, scadente, aggressivo per la scelta editoriale di intrattenere con la forza, entra nelle case, nelle borse, negli uffici della gente comune che fa di ogni "perché?" un pretesto per partecipare alla notizia, abitarla, rivendicarla come se fosse la sua.

Chiunque conosca superficialmente le regole redazionali di un articolo sa che per un lancio efficace il lead (ovvero le prime righe) deve esaurire cinque informazioni principali, le "5 W" del giornalismo: Who, What, When, Where e Why, chi è coinvolto, in cosa, quando, in quale luogo e soprattutto perché. Chi legge ha un’unica urgenza, prima ancora di conoscere i soggetti coinvolti: la ragione stessa di un fenomeno è un pretesto di conversazione potenzialmente replicabile all’infinito, è ciò che ti permette di dire la tua, di esprimere un’opinione lì dove le altre domande hanno già dato risposte senza via d’inventiva.

Who, What, When, Where, Why: il "giornalismo" che crea dipendenza è la fine dell’identità?

Nel 1969 il The Sun inaugura un modo diverso di fare giornalismo, di coprire le notizie, di crearle ad hoc per solleticare l’interesse dei curiosi. Lo fa suggerendo le risposte, imboccando l’intervistato, il colpevole, il delinquente, l’uomo ordinario. Con l’astuzia di chi fiuta la notizia e la spocchia di chi sa come abbellirla e negoziarla per farla diventare una dipendenza. A fare notizia non è più il contenuto ma la forma, il titolo inclinato, il font mastodontico e vibrante, lo scatto audace e provocante, l’ambiguità di chi invita il proprio lettore a giustificare il piacere della banalità e a perdonarlo nell’amnistia di un bisogno puramente umano e collettivo in quanto tale: sesso, nudità, volgarità, scoop, gossip, cronaca nera trattata come thriller a puntate in barba ai protocolli nelle indagini della polizia britannica.

È il caso di Muriel McKay, moglie di Alick McKay (al tempo vicepresidente del gruppo editoriale di Murdoch), uccisa nel 1969 per uno scambio di persona.

Nel racconto dettagliato della vicenda di cronaca il tabloid si impose a tutti gli effetti come parte in causa di un’indagine aperta: la notizia rimase in prima pagina per molto tempo e Murdoch sebbene non fosse la mente direttiva dietro l’episodio editoriale non la censurò, convinto da Lamb che quello spazio avrebbe avuto un ruolo determinante nell’orientare e sollecitare l’opinione pubblica al ritrovamento di Muriel.

Una diretta del dolore, invadente e spettacolarizzante che ha gettato le basi per il moderno voyeurismo e che Danny Boyle tratta come fil rouge e punto di morte della narrativa mitologica su Lamb e Murdoch: "At what cost", a quale costo?

Lo fa con una regia invasiva, protagonista orientante dello sguardo (una cam 360° che gli ha dato la massima libertà creativa, plausibile per l’investimento a basso budget che ha accompagnato la produzione) e rispettosa dei dialoghi brillanti e umoristici di James Graham che la soundtrack di Daniel Pemberton esalta specialmente nell’epilogo.

Voto 8.5/10


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