Leone d'oro alla Carriera a Ellen Burstyn, a Venezia 2026 rivive Marilyn Monroe: "Incontrata una volta, favolosa. Nel cinema le donne non esistevano"
Dopo George Clooney, la Biennale di Venezia assegna il secondo Leone d'Oro alla carriera: il racconto di Ellen Burstyn su Marilyn Monroe incanta la sala stampa

Novantatré anni e una standing ovation che parte prima ancora che lei dica una parola. Ellen Burstyn ritira il Leone d’oro alla carriera dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia 2026, premio consegnato nel giorno della proiezione di Flesh Impact, il cortometraggio di Maggie Gyllenhaal che rimette al mondo Marilyn Monroe nell’anno del centenario della nascita. Una coincidenza curiosa, perché Monroe l’attrice l’ha incrociata davvero. Una volta soltanto.
Ellen Burstyn e Marilyn Monroe: l’unico incontro e la donna dietro il personaggio
"All’Actors Studio non ci siamo mai trovate, ma ci siamo viste in un locale – racconta -. Sono rimasta lì a fissarla, incantata: era una donna favolosa. Lei mi ha fatto un cenno con la mano, e quel cenno me lo porto ancora dentro."
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Entra nel canale WhatsAppIl resto lo ha saputo per vie traverse, da un massaggiatore che aveva lavorato anche con la diva. "Mi diceva che Marilyn recitava il personaggio, ma nella vita era un’altra persona. Poteva uscire di casa senza trucco e nessuno la riconosceva". La stessa doppiezza che il corto di Gyllenhaal prova a mettere a fuoco, con Dakota Johnson nei panni della Marilyn all’apice della fama e Burstyn a incarnare la versione che il pubblico non ha mai visto.
Poi il discorso scivola su un terreno che l’attrice frequenta da sempre: il posto delle donne nel cinema. E qui il tono cambia radicalmente. "Quando ho iniziato non c’erano donne sul set, né nella troupe, nemmeno dietro la macchina da presa. Se ne vedevi una, era un’attrice. Poi la consapevolezza si è fatta strada, lentamente, e le cose sono cambiate".
Da L’esorcista a Martin Scorsese: come è nato un cinema con donne vere
L’aneddoto più bello arriva dagli anni de L’esorcista. Mentre girava il film di Friedkin le proponevano altri ruoli femminili, copioni che le sembravano usciti da un’altra era. "Non mi ci ritrovavo. Ho detto che volevo fare un film in cui ci fossero le donne come le conoscevo io". Da lì l’incontro con un Martin Scorsese ancora sconosciuto e con un metodo di lavoro che le è rimasto impresso: "Preparavamo la scena del giorno dopo improvvisando. Così la sceneggiatura poteva evolvere".
Sul capitolo Lee Strasberg si concede meno. "Ho sperimentato cose che non credevo possibili, mi ha insegnato moltissimo. Ma non riesco a parlarne sul piano personale, perché è personale". Definisce quegli anni un processo di crescita che non si è mai interrotto, e ai ragazzi che oggi provano a entrare nel mestiere lascia un consiglio: "Trovate un maestro e studiatelo. Vi servirà per tutto il percorso".
Chiude con Place to Be, il film di Kornél Mundruczó che la vede accanto a Taika Waititi e Pamela Anderson, in arrivo al Lido fuori concorso. "La sceneggiatura l’hanno scritta per me. Quando succede una cosa del genere non hai alternative: il film lo devi fare." Di quel copione le è rimasto addosso un dettaglio minuscolo e perfetto, un piccione viaggiatore che entra volando nel suo appartamento con un anellino alla zampa. Da lì parte tutto: un viaggio da Chicago a New York per riportarlo a casa. Che poi, a ben vedere, è più o meno quello che Ellen Burstyn fa da sessant’anni con i suoi personaggi.
