Venezia 2026, Pierfrancesco Favino nella Instagram del ‘600 e Silvio Orlando lo 'controlla': la recensione di Dio ride, film di chiusura della Mostra
Pierfrancesco Favino è Frate Leopoldo da Casamacchia in “Dio ride”, l’ultimo film di Giovanni Veronesi presentato Fuori Concorso alla Mostra di Venezia del 2026

Il Vangelo non si può predicare solo nella lingua di Dio. Perché seduti, arroccati sulle piazze gremite, ci sono i fedeli, quelli che in Dio ci devono credere. E se Dio non parla, mangia, dorme o ride come loro diventa difficile credergli quando la fatica, il dolore, la morte sopraggiungono.
Dio ride, la trama del film di chiusura di Venezia 2026
Frate Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino) è il più fedele e devoto degli uomini di Dio, racconta i passi del Vangelo come un menestrello: non ride di Dio, ride con Dio e ne sveste l’icona sacrale della corona di spine, convinto che Dio stesso, almeno una volta, abbia sorriso. Semplicemente non l’hanno mai voluto disegnare felice.
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Entra nel canale WhatsAppNel villaggio in cui arriva si presenta con un cognome fittizio: da Casamacchia, infatti, non vuol dire niente, è un posto che non esiste. Se l’è inventato per darsi un inizio, per sentirsi pensato e voluto almeno prima di venire abbandonato, e invece di riconoscersi simile nella sofferenza di Cristo, Leopoldo ride di tutte le sciagure, non cammina sull’acqua anche se crede, traduce le parabole per quelli che non sanno leggere né scrivere, figuriamoci ascoltarle.
Oggi, sulle piattaforme digitali, chi sceglie di informarsi o consultare un profilo è un follower, un termine che non è poi così distante dal seguace in ascolto dalle parabole di un Frate. Non esistono storie poco interessanti, esistono modi sbagliati o parziali di raccontarle. Oggi la divulgazione vince il tempismo con i ganci efficienti, nel ‘600 Frate Leopoldo fa la stessa cosa: racconta Dio come un uomo tra gli uomini, che sì moltiplica miracolosamente pane e pesci ma poco prima è inciampato sui sandali.
Nel cast del film, che arriverà in sala il 29 ottobre 2026 con PIPERFILM, Piefrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Maurizio Lombardo, Francesco Gheghi e Carlo Cecchi nel ruolo di Papa Innocenzo X.
"Dio ride" di Giovanni Veronesi: la recensione del film
Nel ‘600 Frate Leopoldo da Casamacchia (Piefrancesco Favino) predica il Vangelo in una nuova lingua. Mentre la Chiesa parla in latino, lui parla l’umano e porta Dio a chi non sa leggere né scrivere, ma sa ridere. Il suo messaggio si diffonde a macchia d’olio, casa per casa, villaggio dopo villaggio, finché il suo rumore fa eco a Roma e scomoda i "piani alti": Papa Innocenzo X (Carlo Cecchi) incuriosito dal clamore incarica il suo fedele cardinale Maculani (Silvio Orlando) di valutare personalmente se Frate Leopoldo sia, o meno, un eretico. Un’inquisizione che fa della risata una blasfemia, che conduce tanto il frate al patibolo quanto le donne tristi al manicomio, perché non c’è posto migliore di un confine per le anime che non si vogliono capire.
Frate Leopoldo è uno che è nato con la parola viva, figlio d’arte comica, uno che non conosce il nome della madre ma la cerca negli occhi di ogni persona che incontra. "Sarebbe come prendersela con un bambino", dice la Contessa Isabella Del Debbio (Alma Noce) al cardinale poco prima che il Tribunale sentenzi. Perché non c’è malizia nel ridere delle storie, nemmeno di quelle sacre, perché se farlo simile all’uomo rende Dio più vicino, se fa sì che chi crede, creda davvero allora non c’è oltraggio né eresia nel pensarlo vicino e tradotto.
"Lo sapevi che?" Il gancio social di Frate Leopoldo che spaventa chi non vuole essere capito
Chi non vuole essere capito sa bene quali parole usare e come usarle. Sa anche quali vietare perché nessuno ne capisca altre fuorché quelle che dicono loro. "La comicità è una cosa seria", dice Giovanni Veronesi, per questo ha l’ingrato compito di farci ridere delle cose che ci dovrebbero far disperare.
Qui il potere non arriva. Il potere non ride mai di se stesso, né della propria ignoranza. Dètta e impartisce, vieta e confina ma non traduce per nessuno. Non si traduce. Vive nelle zone d’ombra di ciò che l’ignoranza ignora, sopravvive finché le risate contagiose non parlano al popolo per il popolo.
Il ‘600 di Veronesi è uno scenario prossimo per quanto attuale, ci parla perché sappiamo di non parlare la stessa lingua degli alt(r)i, ci dice di non firmare per chi ci silenzia.
Ci stiamo arrivando. Lo stiamo capendo.
