Vasco Rossi, a 44 anni da Vado al massimo è più vivo che mai. Subito il nuovo tour con una scaletta inedita di "canzoni mai sentite"

Un mese di festeggiamenti, per Vasco Rossi, che guarda al passato come un regalo che gli ha fatto la vita. Ora però è il momento di cambiare: il tour 2026 che nessuno si aspettava

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Quarantaquattro anni. Tanti ne sono passati da quando un ragazzo di Zocca con la voce consumata e una certa allergia al compromesso ha messo su disco il primo vero patto con il suo pubblico. Ti do tutto, sempre, fino in fondo, e tu fai lo stesso. Quella promessa non è mai scaduta: Vado al massimo, 1982. Nel frattempo sono caduti muri, sono nati e morti generi musicali interi, l’Italia ha cambiato pelle almeno tre volte e Vasco Rossi è ancora qui a riempire stadi, come se il concetto di declino, a casa sua, non fosse stato mai spiegato.

Vasco Rossi celebra i 44 anni di Vado al massimo

Per comprendere l’impatto di Vado al massimo dobbiamo capire il contesto in cui è arrivato, perché il disco non è caduto nel vuoto ma proprio in un mercato che era la sua esatta antitesi. L’Italia musicale del 1982 era infatti dominata da quella che all’epoca era definita "musica leggera", dai cantautori politicamente impegnati e da un crescente interesse radiofonico per la disco music. Il rock genuino e provocatorio era qualcosa di raro, quasi una curiosità che, in quegli anni, appariva ancora troppo distante. Vasco non era quindi un semplice outsider stilistico ma un corpo estraneo che il sistema non aveva gli anticorpi per poter combattere.

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La critica, del resto, lo aveva già detto esplicitamente. Il giornalista Nantas Salvalaggio lo aveva pubblicamente definito "zombie, alcolizzato, drogato, fatto" in un articolo dal titolo – non privo di un certo gusto per la metafora – Anche alla TV c’è l'"ero" libera. La risposta di Vasco è stata il brano che dà il titolo all’album: "Meglio rischiare che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale". Una vendetta che si è consumata a Sanremo davanti a tutta Italia, su invito di Gianni Ravera che – da buon intenditore – aveva capito che quello era il futuro, anche se il futuro in questione, quella sera, è uscito dal palco facendo cadere il microfono infilato nella tasca posteriore dei jeans. Classificato ultimo, naturalmente.

Il livello di lettura che spesso si trascura è però quello più interessante. Vado al massimo è un album che ragiona sull’intensità come scelta etica, non come comportamento autodistruttivo. E in un Paese che stava metabolizzando gli anni di piombo, e cercando un nuovo ordine fatto di moderazione e disincanto, Vasco arrivò a dire che l’alternativa alla morigeratezza non era necessariamente il caos ma poteva essere semplicemente la coerenza radicale con sé stessi. Quella posizione, all’epoca, pareva quasi scandalosa nella sua semplicità. Il mercato non sapeva dove metterlo, la critica lo attaccava, Sanremo lo classificò ultimo, eppure 200000 persone comprarono il disco in pochi mesi. La matematica, almeno quella, stava dalla sua parte.

Il disco arrivava dopo Colpa d’Alfredo e Non siamo mica gli americani, due lavori che già mostravano un’identità precisa ma che in molti avevano ancora interpretato come mere espressioni di un outsider di provincia. Vado al massimo chiuse quella fase interpretativa nel modo più brusco possibile: chiunque avesse ancora voglia di liquidarlo come una curiosità locale si trovò davanti un artista che aveva già deciso dove voleva stare, e quel posto era al centro. Non ai margini del rock italiano, non come alternativa colta o underground ma al centro, con tutte le conseguenze che poteva comportare quella posizione.

Quarantaquattro anni dopo, quella semplicità scandalosa tiene ancora. Anzi, con il senno di poi appare quasi profetica perché proprio adesso che agli artisti è richiesta una certa immagine precostituita, l’incapacità di Vasco di fare altrimenti è una forma di lusso che in pochi si sono potuti permettere davvero.

Arrivare da Zocca

4.700 abitanti sull’Appennino modenese, a quasi ottocento metri di altitudine. È una storia di confine geografico e culturale che diventa il centro di tutto. Perché chi cresce lontano dai circuiti, dalle scuole giuste, dalle connessioni giuste, sviluppa una relazione con la musica che è più una via di fuga, è linguaggio, è l’unico spazio in cui le regole le decidi tu.

Quella distanza da Bologna, da Milano, dal sistema, ha forgiato un artista che non ha mai avuto bisogno di compiacere nessuno perché nessuno, all’inizio, si aspettava granché da lui. E quella libertà, quella totale assenza di obbligo verso un’aspettativa esterna, è rimasta la sua spalla creativa anche quando è diventato il rocker più amato d’Italia.

La dimensione live

Il test infallibile per misurare la grandezza di un artista rock è più o meno questo: togliergli lo studio, togliergli la produzione, togliergli tutto il buffer tecnologico che separa un’idea dal suo ascolto, e vedere cosa rimane. Con Vasco Rossi quello che rimane è uno stadio pieno. Anzi, uno stadio che esplode. I dischi reggono, certo – alcuni benissimo – ma sono poco più che documenti preparatori perché la dimensione finale è il palco.

I numeri fanno abbastanza paura. Modena Park, nel 2017, è stato l’evento con il maggior numero di spettatori paganti al mondo. Qualcosa di inspiegabile e irripetibile, forse, ma che è in realtà la conseguenza logica, quasi inevitabile, di un patto costruito mattone su mattone di fronte al pubblico.

Perché, in fondo, il Kom ha costruito un’intera mitologia attorno all’individualismo – l’outsider, il ribelle, il tipo che fa le cose come gli pare – e poi, ogni volta che sale su un palco, si dissolve in una forma che di egoistico ha davvero poco. È una scelta artistica precisa, replicata e affinata nel tempo.

La scaletta e i pezzi mai sentiti

Ma, c’è un ma: la scaletta. Non cambia. O meglio, cambia quanto basta per non farlo notare troppo, ma nella sostanza la struttura è sempre quella, con gli stessi brani a fare da colonna portante, nello stesso ordine, con la stessa progressione. Il tour 2025 era – per stessa ammissione di chi lo ha recensito – "la continuazione di quello del 2024: stessa band, stesso palco, stessa festa".

I fan più longevi lo chiedevano apertamente almeno dal 2018, quando un gruppo di "zoccolo duro" pubblicò un appello pubblico su YouTube dove si proponeva di ripescare dieci canzoni dal repertorio dimenticato: Ti taglio la gola (poi inserita nei live successivi), Brava, Io no, brani che non si sentivano dal vivo da vent’anni o più.

Sarebbe sbagliato liquidare quest’abitudine come pigrizia creativa, perché non lo è. La scaletta di Vasco è parte del legame con il pubblico: tu sai già cosa sentirai, e arrivi allo stadio non per essere sorpreso ma per essere confermato. È una logica che rovescia completamente quella del concerto come evento unico e irripetibile dove la prevedibilità è parte dell’esperienza, non una sua mancanza.

Il problema, se di problema si tratta, è che questo schema ha un costo: chi è cresciuto con i dischi meno noti di Vasco, con le canzoni che non sono mai diventate classici radiofonici ma che proprio per questo hanno un peso specifico diverso, continua ad aspettare una sera che non arriva mai. Ed è forse anche per questo che l’annuncio di "pezzi mai sentiti" nel tour 2026 è stata accolta diversamente dal solito, di certo come un’ammissione implicita che quella scaletta, da qualche parte, ha cominciato a stare stretta pure a lui.


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