Vasco, Fedez e Ultimo: ecco quanto resta (davvero) ai big della musica tra streaming, stadi e affari. Tutti i numeri
Per colpa di live costosissimi e streaming poco remunerativi, oggi anche i grandi artisti sono costretti a 'reinventarsi' come imprenditori. Ecco che cosa fanno e quanto prendono.

Milioni di stream, stadi pieni e canzoni in testa alle classifiche non significano automaticamente guadagni milionari per chi le canta. Nell’industria musicale di oggi, infatti, tra etichette, distributori, manager e costi organizzativi, una larga fetta degli incassi viene assorbita prima di arrivare nelle tasche degli artisti. E vale anche per ‘big’ assoluti come Vasco, Fedez e Ultimo. Per questo, i grandi nomi della musica italiana hanno imparato a non affidarsi soltanto alle canzoni. Si rimettono a strutture societarie che amministrano investimenti, diritti, attività commerciali e patrimoni. Insomma, come riporta Affariitaliani, il cantante contemporaneo è sempre più (anche) imprenditore. E usa la visibilità generata per costruire attività capaci di produrre reddito anche lontano dal palco. Ecco tutti i dettagli.
Vasco Rossi, Fedez e Ultimo: il business dei big della musica oltre le canzoni
Secondo quanto riportato da un’analisi approfondita di Affariitaliani, la tipologia di diversificazione economica varia parecchio a seconda del big in questione. Vasco Rossi, ad esempio, utilizza la sua Giamaica Srl anche per amministrare la liquidità generata dalla sua attività live, e trasformarla in un patrimonio di terreni, immobili e investimenti finanziari. Non solo tournée, dunque, ma un sistema pensato per far fruttare nel tempo i proventi del lavoro artistico.
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Entra nel canale WhatsAppDiversa è invece l’impostazione legata a Fedez. In base a quanto riportato sempre da Affariitaliani, l’ecosistema societario del rapper (e podcaster) si muoverebbe tra produzioni televisive, campagne pubblicitarie, collaborazioni commerciali e perfino noleggio di automobili utilizzate in ambito cinematografico. Il nome dell’artista diventa così un marchio capace di operare su più mercati, dalla musica alla comunicazione.
Ultimo, invece, recente recordman per il concertone di Tor Vergata, punta su una struttura più contenuta. Per Affariitaliani la Ultimo Entertainment spiccherebbe per gli utili netti e sfrutterebbe in maniera intelligente gli strumenti fiscali previsti per le imprese (incluse agevolazioni per le assunzioni e tax credit). Tre strade diverse, insomma, unite dalla stessa esigenza: rendere il successo sostenibile e meno dipendente dall’uscita di un singolo o dalla data di un tour.
Il nodo dello streaming nella musica contemporanea
A spiegare la necessità di diversificare è innanzitutto la scarsa remunerazione proveniente dallo streaming. In base alle stime riportate da Affariitaliani, una riproduzione può valere online in media circa 0,0038 euro. Tradotto: un milione di ascolti genera all’incirca 3.800 euro lordi.
Quella cifra, però, non finisce interamente all’artista. Etichette e distributori possono trattenere dal 70 all’80% del totale, mentre al cantante potrebbe spettare una royalty intorno al 20%, in funzione degli accordi contrattuali. Seguendo questo schema, da un milione di stream resterebbero circa 760 euro lordi; e dopo management, spese e tasse, la somma effettiva potrebbe scendere a circa 456 euro netti. Il paradosso è evidente: una canzone può essere ascoltatissima e generare enorme esposizione, ma non garantire da sola un ricavo proporzionato alla sua popolarità.
Anche il live, pur restando fondamentale, rimane vincolato a costi imponenti. Trasporti, strutture, personale tecnico, sicurezza, scenografie e produzione possono assorbire fino all’80% degli incassi dei biglietti nelle tournée più grandi. E in base a quello che riporta Affariitaliani, persino uno stadio sold out non coincide automaticamente con un guadagno netto altrettanto straordinario per il cantante.
Da qui il modello dell’artista-imprenditore. È una strategia già sperimentata negli Stati Uniti ampiamente. E oggi, con proporzioni diverse, la stessa logica si afferma anche in Italia: la musica crea il pubblico, ma sono gli investimenti a proteggere e a moltiplicare davvero il patrimonio dei cantanti.
