Lucio Dalla, che gaffe di Roberto Vannacci su 'Futura': non c'entra niente. Il significato che il generale non ha colto fino in fondo
L'utilizzo di "Futura" di Lucio Dalla è diventato un caso ma il Generale Vannacci la spunta almeno sulla SIAE. E mentre tuona perfino Curreri, ci chiediamo perché non è davvero l'inno di Futuro Nazionale

Prendete una sedia, versatevi qualcosa di forte e proviamo insieme a contemplare questo peculiare spettacolo della politica italiana contemporanea. Perché a metà giugno 2026, mentre voi eravate giustamente impegnati a fare altro, l’Italia ha partorito Futuro Nazionale, la creatura di Roberto Vannacci, nata ufficialmente il 13 e 14 giugno presso l’Auditorium della Conciliazione a Roma. Un nome che è già di per sé indicativo: "Futuro Nazionale", annunciato da un ex generale con Mario Borghezio che cita Julius Evola. Il futuro, appunto.
L’assemblea costituente si è presentata sin da subito come un denso palcoscenico di simbolismi identitari, il tipo di evento in cui l’aria ha il sentore di solennità un po’ impolverata. Tra le citazioni di Evola e Guénon evocate da Borghezio per salutare il "ritorno del sacro in politica", e le lacrime commosse di Massimo Arlechino alla lettura di una missiva dell’ex sindaco Alemanno, la platea è stata riscaldata a dovere. Domenico Furgiuele ha salutato il pubblico chiamandolo "camerati", Laura Ravetto ha liquidato le quote rosa in nome del merito puro, e l’ideologo Lorenzo Gasperini ha presentato un programma di circa 140 pagine di severa svolta conservatrice. Centoquaranta pagine: il senso del dettaglio, almeno, non manca.
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Entra nel canale WhatsAppLa colonna sonora del terzo millennio (già sentita, però)
Fin qui, tutto nel perimetro del prevedibile. Ma il momento di vera originalità creativa è arrivato quando il leader ha deciso di dotare il movimento di una colonna sonora adeguata. Dopo aver evocato De André e il suo "dal letame nascono i fiori" – un accostamento che lascia qualche interrogativo sulla scelta del letame da cui si intende germogliare – Vannacci ha svelato l’inno ufficiale di Futuro Nazionale: Futura di Lucio Dalla. La tesi dal palco era di cristallina semplicità: "Il grande Lucio Dalla guarda al futuro, proprio come noi." Suggestivo. Un po’ come scegliere Imagine di Lennon come jingle per una campagna pro-frontiere, ma non vogliamo dare idee.
Per capire l’entità di questo controsenso, è utile ricordare da dove viene quella canzone. Nel 1979, Lucio Dalla si fece portare in taxi fino al Checkpoint Charlie, si sedette su una panchina ad accendersi una sigaretta, e si ritrovò a condividere mezz’ora di silenzio e fumo con Phil Collins – anche lui lì per caso, in tournée coi Genesis – di fronte al Muro di Berlino. In quella mezz’ora di silenziosa comunione tra un bolognese e un inglese, nacque Futura: la storia di due amanti divisi dal Muro, uno a Est e l’altra a Ovest, che immaginano una figlia chiamata Futura come promessa di un domani senza filo spinato, senza blocchi contrapposti, senza nazionalismi speculari.
L’orizzonte di Dalla era programmaticamente cosmopolita, post-nazionale, fondato sulla fluidità degli affetti contro l’immobilità del cemento armato. La bambina sognata al Checkpoint Charlie sarebbe dovuta nascere per abbattere le barriere. Che sia stata poi arruolata d’ufficio a difenderle è, diciamo, un rebranding piuttosto coraggioso.
Il programma e il piccolo dettaglio della "remigrazione"
La distanza tra il brano e la piattaforma del partito è, con un eufemismo generoso, antropologica. Mentre Futura celebra l’amore che supera i blocchi della Guerra Fredda, il manifesto di Futuro Nazionale propone la Remigrazione Forzata: ridurre la presenza straniera in Italia dall’attuale 12% al 4%, una soglia ispirata – e questo non è uno scherzo – all’epoca longobarda, da attuarsi tramite espulsioni di massa e accordi bilaterali punitivi. È l’erezione del muro elevata a sistema di governo, scelta come politica flagship da un partito che ha appena adottato come inno la canzone nata per celebrare la caduta del muro più famoso del Novecento.
Il manifesto offre anche altri spunti: la netta opposizione al riconoscimento del femminicidio come reato specifico, definito dal leader un'"assurdità" ideologica, posizione che ha suscitato polemiche trasversali, comprese quelle della senatrice Giulia Bongiorno dalla stessa maggioranza. Poi il superamento del Green Deal, lo stop agli incentivi alle rinnovabili e, ciliegina finale, il passaggio all’ora legale permanente, quasi a voler fermare il tempo per decreto. A completare il quadro: una scuola "dura e selettiva", il libretto di lavoro per minori dai 14 anni, e una drastica opposizione ai percorsi di transizione di genere. Insomma, un programma che la bambina di Dalla avrebbe trovato, per usare un altro eufemismo, poco congeniale.
La difesa: abbiamo pagato la SIAE, quindi siamo a posto
Di fronte alle proteste della Fondazione Lucio Dalla e dello storico sodale Gaetano Curreri – che con la lapidarietà del caso ha osservato "forse non l’ha capita" – la replica di Vannacci è stata di un pragmatismo quasi disarmante: abbiamo pagato regolarmente la SIAE, quindi la condotta è irreprensibile. Come a dire: ho comprato il biglietto del museo, ora il David è mio. Non a caso, il generale ha citato proprio quella controversia fiorentina come paragone, con un’audacia che bisogna almeno riconoscergli.
Sotto il profilo strettamente civilistico, la difesa non è priva di fondamento. La Legge 633/1941 prevede licenze d’uso che la SIAE rilascia per eventi politici, e il pagamento del borderò legittima la riproduzione del brano in contesti pubblici senza finalità commerciali. Nessuna manipolazione del testo e nessuno spot preregistrato ma una mera diffusione di un’opera intellettuale tutelata. L’arte è patrimonio dell’umanità, ha spiegato il generale, e non può essere soggetta a prelazioni ideologiche. Una tesi filosoficamente interessante, formulata dal leader di un partito che ha appena stabilito soglie percentuali sulla composizione della popolazione. Il patrimonio dell’umanità, evidentemente, conosce delle eccezioni.
La Fondazione e i custodi della memoria di Dalla la pensano diversamente. Daniele Caracchi ha ricordato che il Maestro ha sempre mantenuto una postura rigorosamente apolitica. Dea Melotti, vicepresidente della Fondazione, ha espresso disappunto per un accostamento così distante dall’orizzonte di pensiero dell’artista. L’avvocato Eugenio D’Andrea ha formalmente intimato al partito di non associare la figura di Dalla al movimento, poiché l’artista bolognese "non ha mai avuto bandiere". Una precisazione che, nell’Italia del 2026, evidentemente non va più da sé.
Nessuna ricevuta SIAE emenda la poesia
L’assurdità di questa vicenda è tanto semplice quanto sconfortante: un movimento che fa della difesa dei confini e della remigrazione etnica i pilastri della propria proposta di governo ha scelto come inno la canzone nata per celebrare il superamento del Muro di Berlino. L’operazione rivela una volta di più come la propaganda politica contemporanea tenda a trattare la cultura non come un sistema di valori coerenti da rispettare, bensì come un serbatoio di slogan da cui attingere a piacimento.
Resta, magra ma tenace, una certezza: nessuna licenza SIAE, per quanto regolarmente pagata e timbrata in triplice copia, potrà convincere chi ascolta che la bambina concepita al Checkpoint Charlie sia venuta al mondo per erigere barriere di stampo longobardo anziché per abbatterle. Lucio Dalla, per fortuna, non si presta a endorsement postumi.
