Valerio Mastandrea confessa: “Ecco qual è il lavoro più difficile” (e non è la recitazione)
Valerio Mastandrea interpreta il padre di Luca Varani ne La Città dei Vivi e riflette sul mestiere di genitore e sul rapporto con una storia di cronaca.

Valerio Mastandrea torna a confrontarsi con una storia ispirata a un fatto di cronaca nel film La Città dei Vivi, diretto da Edoardo Gabbriellini. La pellicola, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia in concorso nella sezione Orizzonti, prende spunto dal libro omonimo di Nicola Lagioia e racconta il caso di Luca Varani. Il film, però, sceglie di spostare lo sguardo sulla persona e sulla sua vita prima della tragedia. Mastandrea interpreta proprio il padre del giovane, un ruolo che lo ha portato a interrogarsi profondamente sul significato dell’essere genitore. Un’esperienza che, per l’attore, ha richiesto grande attenzione per evitare qualsiasi forma di spettacolarizzazione.
Valerio Mastandrea e il ruolo del padre di Luca Varani
Interpretare un personaggio legato a una vicenda realmente accaduta non è un terreno particolarmente frequente per Mastandrea. L’attore ammette anzi di non essere dispiaciuto quando questo tipo di proposta non arriva spesso, proprio perché preferisce non costruire i suoi personaggi partendo dall’imitazione delle persone reali. Nel caso de La Città dei Vivi, ha scelto di affidarsi soprattutto alla sceneggiatura e al personaggio. Una scelta di grande cautela, considerando la natura estremamente dolorosa della vicenda. Per Mastandrea, infatti, il cinema può entrare in luoghi che la cronaca non è riuscita a raccontare fino in fondo, illuminando aspetti più intimi e personali.
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Entra nel canale WhatsAppIl film prova così a restituire una dimensione umana a una storia conosciuta soprattutto attraverso le notizie sul delitto, concentrandosi sul giovane Luca e sulle persone che facevano parte della sua vita.
Il significato di essere padre secondo Mastandrea
Il ruolo lo ha portato inevitabilmente a riflettere anche sulla genitorialità e sulla paura che un figlio possa imboccare una strada difficile da comprendere o da controllare, come ha dichiarato in un’intervista rilasciata all’Ansa. Mastandrea parla apertamente della propria idea di padre, lontana dall’immagine del genitore perfetto. Si riconosce, piuttosto, nella figura del padre imperfetto, anche perché è cresciuto con un modello familiare che gli ha insegnato soprattutto l’importanza della presenza. Non crede nella necessità di controllare continuamente i figli, quanto nell’osservarli, ascoltarli e prestare attenzione anche a ciò che non riescono a dire.
Per l’attore, durante l’adolescenza e la giovinezza può esserci una sensazione di vuoto e solitudine che non sempre viene comunicata agli adulti. Ed è proprio in quei momenti che un genitore dovrebbe riuscire a esserci, senza necessariamente avere tutte le risposte. Mastandrea ricorda anche sua madre, impegnata a lavorare per gran parte della giornata ma sempre disponibile quando lui trovava il coraggio di raccontarle qualcosa di sé. Non esiste un manuale per diventare genitori, spiega in sostanza l’attore: si cresce insieme ai propri figli, imparando continuamente.
L’amicizia con Edoardo Gabbriellini
Il film rappresenta inoltre un nuovo capitolo del rapporto professionale tra Mastandrea e Gabbriellini, che lo aveva già diretto in Padroni di Casa. Tra i due esiste anche un legame personale costruito negli anni e nato da un percorso simile nel mondo del cinema.
Entrambi raccontano di essere entrati in questo mestiere quasi senza una strada già tracciata, imparando con il tempo a capire cosa amassero davvero. Una crescita condivisa che ha alimentato anche il loro modo di intendere il cinema. Mastandrea descrive questo rapporto con l’immagine di due persone cresciute quasi nella stessa casa, confrontandosi per anni sui film e sulle storie che volevano raccontare.
