Ultimo fa Ultimo e gira su se stesso: nel nuovo album vince la noia, ma l'obiettivo è Tor Vergata. La recensione de Il giorno che aspettavo
Il ritorno sulla lunga distanza di Ultimo e non ha di certo deluso le aspettative, ma solo per i fan che attendono il concerto a Tor Vergata. La nostra recensione

A due anni dal precedente progetto discografico, Niccolò Moriconi torna con Il giorno che aspettavo, il suo settimo album di inediti. Il titolo non è di certo un vezzo poetico, ma un avviso ai naviganti, perché il 4 luglio 2026 è la data del mastodontico concerto-evento di Tor Vergata. Con 250000 biglietti venduti in poche ore, questo lavoro nasce sotto il segno di una necessità che è più logistica che artistica.
Ultimo gioca in casa, o meglio, in una fortezza costruita negli anni: scrive, compone e produce – insieme al fidato Yoshi – ogni singolo secondo di musica. Ogni brano del disco è associato a un tatuaggio, un simbolo che dovrebbe dare profondità a un percorso narrativo che, comunque, sembra più girare su se stesso che su nuovi orizzonti. Se la struttura del palco di Tor Vergata anticipa meraviglie ingegneristiche – 34 torri, 2500 metri quadri di led, una firma luminosa sospesa a 60 metri d’altezza – il contenuto musicale sembra voler rannicchiarsi nella sua adorata comfort zone.
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Entra nel canale WhatsAppL’universo di Niccolò rimane quello di un trentenne che ancora si specchia nel ragazzo di San Basilio: la nostalgia anticipata, l’adolescenza come terra promessa e un’idea di amore che vive di assoluti, senza sfumature o cinismo. È un meccanismo di precisione che funziona, che vende, ma che a questo giro accusa la stanchezza di un modello che non sente il bisogno sempre più urgente di essere aggiornato.
Il giorno che aspettavo
La title track apre i giochi con un bel proclama tramite un pezzo che cerca l’impatto immediato e non di certo la complessità. Funziona come una marcia di avvicinamento al grande evento, che si porta addosso quell’aspettativa che è il tema portante di tutto il progetto. La produzione è pulita, ma si avverte già l’effetto "stadio": tutto è pensato per essere sostenuto da un coro bellissimo, come direbbe Red Canzian dei Pooh.
Voto: 6,5
Qualcosa di bello
Il brano tenta di costruire un’atmosfera riflessiva, ma cade vittima della retorica ultimesca. Il testo gioca con le parole in modo prevedibile, cercando un’emozione che appare più costruita a tavolino che vissuta. È una traccia che scivola via senza lasciare alcun segno, vittima di una melodia che sembra aver già ascoltato in altri brani del passato.
Voto: 5.5
Romantica
È il singolo trainante, chiaramente destinato a essere la colonna sonora di un’intera estate. Ha un’energia dirompente, un battito uptempo che si sposa bene con la produzione attuale di Ultimo. Non è un capolavoro di originalità, ma ha quel retrogusto di "inno" che il pubblico del cantautore romano ama senza riserve. Il ritornello è, come da copione, scritto per non essere dimenticato.
Voto: 6.5
Acquario
Radiofonica fino al midollo, Acquario è l’esercizio di stile perfetto per la rotazione costante. Esegue il compitino con diligenza, senza sbavature ma anche senza guizzi. Si nota l’intenzione di mantenere un legame con gli ascolti in streaming, ma c’è una sensazione di "già sentito" che diventa sempre più evidente man mano che i minuti passano.
Voto: 6
Questa insensata voglia di te
Qui Ultimo si rifugia nel porto sicuro della ballad piano e voce. È il suo tratto più evidente, la dimensione in cui molti hanno imparato ad amarlo. L’interpretazione vocale è carica di enfasi, ma la composizione è statica. È una canzone che fa il suo dovere, ma non sposta di un millimetro il perimetro del suo cantautorato.
Voto: 6
Quando dorme la città
Una delle vette dell’album. Qui, finalmente, si percepisce un’intenzione narrativa più sottile. L’atmosfera notturna è resa bene dagli arrangiamenti, e il testo trova un equilibrio più felice tra fragilità e arroganza. È il pezzo che meglio rappresenta la maturità – o la ricerca di essa – in un disco altrimenti fin troppo "rumoroso".
Voto: 7
Io non so
Una traccia troppo breve per essere considerata una canzone compiuta, che sembra più un intermezzo di transizione tra due momenti più pesanti del disco. In un lavoro di dieci tracce, la mancanza di densità in brani come questo si fa sentire. Non aggiunge sostanza, sembra quasi una bozza lasciata lì per riempire lo spazio.
Voto: 5
Cuore di plastica
Il titolo è un manifesto del testo. Ultimo scava nei suoi soliti turbamenti, ma usa metafore che iniziano a suonare stucchevoli. C’è molta plastica e poca sostanza emotiva. È un brano che sembra uscito da un cassetto di cinque anni fa: coerente con il personaggio, ma anacronistico per un artista che si appresta a richiamare 250 mila persone.
Voto: 5.5
Avevamo cent’anni
La sorpresa positiva del disco. Qui Niccolò riprende l’attitudine rap degli esordi, fondendola con la consapevolezza sonora di oggi. È un brano che parla di nostalgia in modo meno patinato e più sincero. Il ritmo incalza e la scrittura, per una volta, si libera degli automatismi che attanagliano il resto della tracklist.
Voto: 7.5
Ci siamo detti tutto
Il finale è un enigmatico rebus sonoro. La chiusura, con quella voce che sveglia l’artista da un sogno, lascia il segno di una chiusura circolare, quasi surreale. Non è un brano facile, e forse proprio per questo risulta intrigante. È il momento in cui Ultimo sembra chiedersi se tutto ciò che ha costruito sia realtà o una proiezione della sua mente.
Voto: 6
Verdetto Finale: Voto 6
Il giorno che aspettavo è un’installazione più che un’evoluzione, certamente non è una rivoluzione. Per chi ha già in tasca il biglietto per Tor Vergata, questo album è il catechismo da imparare a memoria per celebrare il 4 luglio. È un progetto che non vuole dimostrare nulla a chi non è già "dentro", ma punta tutto sulla consolidazione di un legame quasi fideistico con la sua fanbase.
Ultimo rimane comunque un caso studio affascinante, perché scrive e produce da solo in un momento in cui l’aggregazione pare essere l’unica chiave creativa, il che è un pregio notevole. Ma la sua comfort zone sta diventando una prigione dorata. A forza di girare intorno al proprio simbolo dell’infinito tatuato, Niccolò corre il rischio di smettere di guardare cosa c’è fuori dal proprio perimetro. Per ora, il meccanismo regge perché l’evento sovrasta l’opera. Ma quando i riflettori di Tor Vergata si spegneranno, servirà molto di più di un semplice "ritorno" per mantenere vivo il fuoco.
