Ultimo, il successo a Tor Vergata era nell'aria da tempo, ma nessuno ha saputo prevederlo: il segreto che gli ha aperto le porte dell'Olimpo
Un successo di pubblico che va ben oltre il caso: come Ultimo si è preso Tor Vergata e perché il suo pubblico è una tribù. E sì, c'entra anche la critica

Bocciato tre volte ad Amici, respinto due volte a X Factor, scartato due volte a Sanremo Giovani e pure rimandato due volte a scuola, giusto per completare il quadro di Ultimo. Sette porte chiuse in faccia, un curriculum che uno tira fuori solo dopo il successo, mai prima, sennò sembra un lamento. Ebbene: il successo è arrivato, e ora quel ragazzo riempie piazze da un quarto di milione di persone. Se questa non è una favola con la morale scritta in maiuscolo, ditemi voi cos’è.
Il 4 luglio 2026, a Tor Vergata, Niccolò Moriconi – in arte Ultimo, per chi ancora confonde i due nomi – ha fatto il pieno: 250.000 biglietti paganti, prevendite polverizzate in tre ore (tre ore, non tre giorni), e il record di Vasco Rossi al Modena Park (225.173 anime, 2017) archiviato con la delicatezza di un trattore su un vaso di petunie. Il tutto sotto un palco alto come un palazzo di venti piani, con uno schermo led da 2.500 metri quadrati e una scritta luminosa a forma di infinito, giusto per non lasciare dubbi sulle ambizioni della serata.
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Entra nel canale WhatsAppIl rifiuto è il motore di Ultimo
La lettura del fenomeno Ultimo è semplice ed è quella dei numeri: sette milioni di copie certificate, un posto stabile nella Top 20 dei più venduti in Italia dal 2009, un miliardo di stream su Spotify raggiunto più giovane di chiunque altro. Poi c’è una lettura più divertente (a me piace di più, lo ammetto), ed è che l’intera mitologia dell’artista si regge su una collezione di bocciature trasformate, col senno di poi, in tappe di un pellegrinaggio verso la santità pop. Respinto da Maria De Filippi, respinto da X Factor, respinto da Carlo Conti: se un giorno aprirà un museo di se stesso, la sala più affollata sarà quella dei "no" ricevuti.
Il genio, se vogliamo chiamarlo così – e forse è una parola grossa – sta nell’aver capito che il rifiuto sistemico funziona meglio di qualunque altra cosa. Se gli altri costruiscono il personaggio a colpi di featuring improbabili e apparizioni televisive, Ultimo ha costruito il proprio mito lasciando che fossero gli altri a dirgli di no, per poi presentarsi al pubblico come l’ultimo, appunto, degli ultimi. Quindi fondare la propria etichetta indipendente nel 2020, la Ultimo Records, con distribuzione Believe, è stato semplicemente il modo elegante di dire: "Avevate ragione a scartarmi, ora tenetevi il conto in banca che ne consegue".
La ballata come atto di resistenza (o come rassicurante ritorno al grembo materno)
Dal punto di vista musicale, mentre il pop italiano si è affannato per anni a inseguire featuring, trap contaminate e producer da classifica Billboard, Ultimo ha scelto di restare fermo, battendo la strada meno affollata. Tempi sotto gli 80 battiti al minuto, armonie quadre, struttura in levare da ninna nanna. Il risultato è una musica che non chiede troppo all’ascoltatore, se non di piangere al momento giusto, momento peraltro segnalato con un certo anticipo dal crescendo vocale che passa dal sussurro all’urlo con la stessa gradualità di un interruttore della luce.
È la classica ballata da stadio in salsa capitolina, dove il pianoforte fa da confessionale e il ritornello da liberazione di gruppo. Questa è la strada giusta? Boh, chiedetelo a Tor Vergata. A giudicare dai numeri, funziona benissimo. Bisognerebbe forse chiedersi se sia la sofisticazione dell’arrangiamento a smuovere le folle o se, più semplicemente, un’intera generazione uscita a pezzi dalla pandemia avesse solo bisogno di un posto sicuro dove urlare Piccola stella in coro con altre 249.999 persone. Probabilmente è la seconda, ma va bene così.
Ultimo, la sala stampa come nemico giurato (e utilissimo)
Nessuna epopea da underdog è completa senza un antagonista, e qui la sceneggiatura si scrive da sola grazie alla critica. Il momento fondativo resta Sanremo 2019, quando il televoto premiò Ultimo con margini schiaccianti sul rivale Mahmood, salvo poi vedersi ribaltato dal voto delle giurie di sala stampa e giuria di qualità (abolita negli anni successivi) Da lì, guerra aperta, mai più rientrata del tutto. Nel 2023 si è ripetuta la scena in scala ridotta, con l’esclusione dal podio del brano Alba salutata da un’esultanza della stampa che definire "poco elegante" è già generoso.
Il bello è che questa contrapposizione, lungi dal danneggiare l’artista, ne ha rinsaldato la base: niente compatta una comunità di fan come un nemico comune, meglio se percepito come élite ostile e un po’ snob. Da qui la lettura, offerta da vari osservatori di costume, di Ultimo come voce della "maggioranza": quella che non legge le classifiche critiche e non si iscrive ai dibattiti sui social, ma compra il biglietto e riempie lo stadio. Una maggioranza che, va detto, sa essere piuttosto rumorosa quando serve.
La benedizione dei padri nobili
Ogni dinastia ha bisogno della sua incoronazione, e Ultimo se le è collezionate con metodo, quasi una a testa. Antonello Venditti è stato ospite del suo palco all’Olimpico per cantare insieme Roma Capoccia, passandogli simbolicamente lo scettro della romanità cantautorale. Renato Zero ha smentito pubblicamente le voci di favoritismi, riconoscendo nel percorso del più giovane collega le stesse fatiche vissute lui stesso negli anni Settanta.
Persino Ed Sheeran ha ritenuto la cosa abbastanza interessante da incidere insieme una versione italiana di 2step, chissà cosa avrà capito lui di Roma Capoccia. Se il Vaticano avesse un equivalente musicale per la canonizzazione, a questo punto la pratica sarebbe già in fase avanzata.
Un’altra partita rispetto ad Annalisa, Elodie e Irama
Va detto, per onestà intellettuale, che Ultimo non è l’unico ad aver riempito stadi in questi anni, e sarebbe disonesto far finta di niente. Annalisa ha macinato numeri clamorosi con un pop di produzione impeccabile, da classifica e da club insieme, costruito su singoli che funzionano ovunque tranne che, va detto, in una veglia funebre. Elodie ha fatto lo stesso percorso ma vestendolo di un’estetica da popstar internazionale, tra sensualità calcolata e featuring internazionali, un prodotto lucido che va bene più per la copertina patinata che per il pianoforte al buio. Irama gioca anche lui sul terreno emotivo e cantautorale – per certi versi è il concorrente più vicino a Ultimo – ma resta ancora un passo indietro proprio sulla dimensione liturgica di massa che Tor Vergata ha appena certificato.
Il punto, però, è che paragonare gli stadi di questi artisti a quello di Ultimo è un po’ come confrontare un concerto rock con una messa di Pasqua: si riempiono entrambi, ma per ragioni diverse, e forse è inutile pure metterli sullo stesso piano. Annalisa, Elodie e Irama vendono uno spettacolo. Ultimo vende un’appartenenza. Gli altri offrono la miglior versione possibile del pop contemporaneo, con tutto quello che comporta in termini di eleganza produttiva, remix, featuring e strategie social. Ultimo porta Ultimo, un pianoforte e una voce che si spezza al momento giusto, in cui il pubblico non va per ballare ma per sentirsi parte di qualcosa. Sono due visioni parallele che condividono solo la capacità di riempire un prato enorme: una gioca sulla sofisticazione dell’intrattenimento, l’altra sulla teologia del riscatto personale. Non è un caso che, quando si parla di record assoluti di incassi e di presenze in Italia, il nome che compare accanto a Ultimo sia quello di Vasco Rossi e non quello dei colleghi di classifica: sono generi diversi che per pura coincidenza si esibiscono nello stesso tipo di spazio.
Ultimo e il vantaggio di nascere a Roma
Esiste poi un fattore che nessuna analisi di mercato può quantificare del tutto, ed è la geografia, banale, lo so, ma vero. Essere nato e cresciuto a San Basilio, periferia di Roma, e cantare Roma Capoccia fianco a fianco con Antonello Venditti sul palco dell’Olimpico è un lasciapassare. Roma ha da sempre un debole per i propri cantori, un albo d’oro che va da Venditti a De Gregori fino allo stesso Vasco (adottato più che nato, ma tant’è, a Roma queste cose si perdonano), e chi riesce a inserirsi in quella genealogia eredita gratis un pubblico predisposto all’affetto ancora prima di aver aperto bocca. Ultimo ha avuto la fortuna, o l’abilità (probabilmente entrambe), di intercettare esattamente quella visione: ragazzo di periferia, romanità come marchio identitario, benedizione pubblica dei padri storici della canzone capitolina. Difficile immaginare lo stesso percorso, con la stessa accoglienza calorosa, se fosse nato altrove. A Milano, che so, gli sarebbe toccato faticare il doppio. Roma perdona tutto ai propri figli, comprese le ballate sopra i quattro minuti, purché le canti come se stesse confessando qualcosa alla città stessa.
Un’ultima canzone sul risveglio (giusto in tempo)
Il nuovo album, Il giorno che aspettavo, uscito a ridosso del trionfo di Tor Vergata, chiude il cerchio con un tocco quasi filosofico: nel finale di uno dei brani, una voce fuori campo chiama ripetutamente l’artista per nome, come a suggerire che anche il traguardo più imponente, una volta raggiunto, sia solo un sogno da cui prima o poi ci si sveglia. Un dubbio esistenziale perfettamente calibrato per arrivare proprio nella settimana del più grande concerto a pagamento mai tenuto in Italia: il tempismo, va detto, non è mai stato il punto debole di questa carriera. Sarà un caso, sarà.
Alla fine, il fenomeno Ultimo racconta una verità piuttosto scomoda per chi osserva: si può essere respinti da ogni talent show della televisione italiana, disertati dai giurati di sala stampa e persino bocciati due volte a scuola, e finire comunque a riempire una spianata da un quarto di milione di persone con un pianoforte e una manciata di ballate lente. La morale, se proprio la si vuole cercare, è davvero semplice e sotto gli occhi di tutti. Il pubblico raramente aspetta il permesso della critica per decidere di chi innamorarsi.
