Sanremo e la condanna a vita dei figli d'arte: Angelina Mango, Tredici Pietro, Leo Gassman e gli altri... che prezzo si paga per un cognome

Più che una fortuna, sta diventando un prezzo troppo alto da pagare: essere figli... di è più difficile che mai. Ora Tredici Pietro diventa addirittura suo padre nel film dedicato a Lucio Dalla

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Bologna, in queste settimane. Un ragazzo di ventinove anni si siede al trucco ogni mattina e ne esce che è suo padre. Non un padre generico, purtroppo per lui: Gianni Morandi a vent’anni, quando Morandi non era ancora Morandi, Dalla non era ancora Dalla e Bologna non aveva la più pallida idea di cosa stesse tirando su.

Sette mesi prima, alla serata cover di Sanremo, lo stesso ragazzo aveva cantato Vita, che suo padre incise con Lucio Dalla. Sul palco, però, non si fa chiamare Morandi: si fa chiamare Tredici Pietro. E anche quella, se ci pensate, è una specie di risposta.

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Prima la canzone del padre, poi il padre. Manca solo che glielo facciano scrivere.

Tredici Pietro nel film su Lucio Dalla: la cover più estrema della musica italiana

Lucio è un film tv diretto da Ambrogio Lo Giudice, prodotto da Compagnia Leone Cinematografica con Rai Fiction, e andrà in onda dopo Sanremo 2027. Le riprese sono partite dal centro storico di Bologna e finiranno a Sorrento. Dalla è Valentino Aquilano, la madre Iole è Giovanna Mezzogiorno, Roberto Roversi (il poeta con cui Dalla firmò tre dischi negli anni Settanta, quelli che lo trasformarono da cantante in cantautore) è Stefano Pesce. Gianni Morandi, invece, è suo figlio.

Lo si può leggere come un debutto da attore, un colpo di casting o una bella trovata. A me interessa un’altra cosa. Musicalmente, a quel ragazzo stanno chiedendo la cover più estrema che un musicista italiano abbia mai dovuto affrontare: non una canzone di suo padre, ma suo padre. La voce, il respiro, il modo di piantarsi davanti a un microfono nel 1965.

Figli d’arte nella musica italiana, cosa si eredita davvero

Il dibattito italiano sui figli d’arte, diciamolo, è di una noia sfinente, perché si combatte sempre sullo stesso terreno rispetto a chi è entrato, chi meritava, chi ha saltato la fila. Proviamo a spostarlo altrove, dentro il suono, che è poi l’unico posto in cui tutto diventa interessante.

Il talento non si eredita, perché non è un mobile che passa di padre in figlio. Si ereditano invece due cose, e tirano in direzioni opposte. La prima è l’orecchio: crescere in una casa dove la musica è un lavoro e non un sogno vuol dire sapere già da piccoli che un ritornello si riscrive nove volte, che una sala di registrazione è il posto più noioso del mondo, che il pubblico è un animale vero e non un’idea astratta. Vantaggio enorme, e quasi nessuno lo ammette, perché vorrebbe dire riconoscere che la musica è per tre quarti mestiere. Da noi la parola genio tira molto di più.

La seconda eredità è il pubblico, e quella è una condanna. Il figlio d’arte nasce già ascoltato, quindi nessuno potrà mai scoprirlo, e non è un dettaglio biografico. Un disco che arriva dal nulla lo senti in un modo; lo stesso disco con un cognome famoso stampato sopra lo senti in un altro, e non c’è buona fede che tenga.

La voce si eredita, lo stile no: da Jeff Buckley a Cristiano De André

Il caso che mi convince di più arriva dall’America. Jeff Buckley, quello della versione di Hallelujah che conoscono tutti, vide suo padre Tim una volta sola, da bambino, poco prima che morisse. Non crebbe con lui, non studiò con lui, non ne ereditò i dischi né le abitudini. Eppure quella voce, altissima e sottile, che sale come se stesse cadendo all’insù, è riconoscibilmente la stessa. Con la cultura non c’entra niente.

Insomma, di solito si eredita lo strumento, non il motivo per usarlo. La forma della gola, il modo in cui un corpo fa risuonare un suono, la zona in cui una voce sta comoda, quella roba lì viaggia nel sangue. La ragione per cui uno si mette a scrivere una canzone, no.

Confondere le due cose porta dritti nella trappola opposta. Cristiano De André è un musicista serio, eppure ha passato mezza vita dentro le canzoni di suo padre Fabrizio: si è tenuto il repertorio al posto dello strumento, che poi è la forma più elegante di prigione. All’estremo opposto sta Ravi Coltrane, figlio di John, uno dei più grandi sassofonisti del Novecento. Ci ha messo anni a farsi ascoltare come musicista e non come reliquia, e ci è riuscito accettando l’unico patto che c’era sul tavolo: suonare meno bene di suo padre, purché suonasse come sé stesso.

Da Assurdo a Uomo che cade: la fuga dal cognome di Tredici Pietro

Va detto che Pietro Morandi la partita l’ha giocata bene. Si è preso un nome d’arte che il cognome lo nasconde, ha esordito nel 2019 con Assurdo (dove cantava anche una Madame che allora era già nota), ha fatto dischi con Lil Busso, si è fatto chiamare da Fabri Fibra per Che gusto c’è, ha portato Non guardare giù al nono posto in classifica. Poi l’Ariston, Uomo che cade scritta con Dimartino, quattordicesimo posto.

Ma la cosa più radicale che ha fatto non riguarda il nome. Ma la voce. Gianni Morandi ha il timbro più solare della canzone italiana, acuto e squillante, tutto sorriso, tarato per arrivare all’ultima fila di uno stadio. Il figlio ha scelto l’opposto esatto o meglio, è nel suo opposto che si trova meglio: basso, parlato, quasi sussurrato addosso al microfono.

Che è poi il motivo per cui il film, a pensarci, ha qualcosa di crudele: per fare suo padre dovrà rientrare esattamente in quel suono.

Angelina Mango, LDA, Leo Gassmann: le tre strategie dei figli d’arte oggi

E non è nemmeno un caso isolato. A Sanremo 2026 sono saliti sul palco tre figli d’arte in una volta sola, Tredici Pietro, LDA e Leo Gassmann, più Elettra Lamborghini, che però eredita un marchio di automobili e non un catalogo di canzoni. Quattro cognomi su trenta.

LDA, cioè Luca D’Alessio, classe 2003, ha scelto la via del divorzio: pop urbano lontano dalla canzone napoletana. Ha rifiutato il repertorio e si è tenuto la voce. Leo Gassmann fa l’esatto contrario, ed è forse il caso più curioso dei tre: viene da una famiglia di attori, quindi il pubblico gli è arrivato in dote ma l’orecchio no. E allora l’orecchio se l’è andato a prendere con a nove anni in conservatorio, Santa Cecilia, cinque anni di chitarra classica e solfeggio. Si è costruito a mano il mestiere che il sangue non gli passava.

Poi Angelina Mango, che lo schema lo manda in pezzi. Figlia del cantautore Mango e di Laura Valente dei Matia Bazar, cresciuta dentro un suono e rimasta orfana di quel suono: suo padre è morto sul palco nel 2014, durante un concerto. Ha vinto Sanremo 2024 con La noia, nella serata cover ha cantato La rondine di suo padre, e sul nepotismo non ha fiatato nessuno. Aveva l’eredità e la perdita insieme, che è poi l’unica combinazione che da noi viene perdonata davvero.

Norah Jones e Anoushka Shankar: due figlie, due strategie opposte

Fuori dall’Italia lo stesso esperimento è già stato fatto, quasi in condizioni da laboratorio. Ravi Shankar, il sitarista indiano che insegnò a suonare a George Harrison, ha avuto due figlie musiciste. Anoushka Shankar ha preso il sitar, ha studiato con lui, si è tenuta il cognome. Norah Jones ha preso il cognome della madre, un pianoforte e una voce da locale jazz, e ha costruito una carriera in cui del padre non si sente assolutamente niente.

La stessa spaccatura passa fra Jakob Dylan, figlio di Bob, che con i Wallflowers ha passato vent’anni a fare finta che il cognome fosse una coincidenza, e Ziggy Marley, figlio di Bob Marley, che invece se l’è preso come un incarico. Vale anche per i casi più recenti: Gracie Abrams è figlia di un regista e non di un musicista, quindi le è arrivata la metà sbagliata dell’eredità, il pubblico sì e l’orecchio no, e infatti è proprio sulla scrittura che la attaccano di più.

Non esiste un modo giusto di farlo, insomma. Esistono due cose diverse da ereditare, lo strumento e il repertorio, e una carriera si decide quasi tutta su quale delle due uno decide di tenersi.

Senza vuoto non c’è canzone

Se devo dirla tutta, la penso così. Quasi tutta la canzone d’autore italiana è nata da un vuoto: un padre morto, una provincia da cui scappare, uno strumento imparato per caso perché era l’unico che c’era in casa.

Il figlio d’arte una mancanza sua magari non ce l’ha. Ha un ingombro, che è un’altra cosa e si canta in un altro modo: non ti spinge da dietro ma ti sta davanti. Per questo molti figli d’arte suonano corretti e muti. Non è che valgano meno; stanno provando a scrivere partendo da un pieno, che è molto più difficile di quanto sembri.

Per cui la domanda giusta non è se meritino il posto. E se l’ingombro fosse la nuova mancanza? Se avere un padre troppo presente, troppo amato, troppo cantato fosse diventato la ferita di una generazione cresciuta in un paese che non riesce a smettere di riascoltarsi gli anni Settanta?

Fra qualche mese vedremo un ragazzo di ventinove anni truccato da suo padre a venti, in un film su un uomo che il padre l’aveva perso da bambino. Se sia bravo o no lo diranno in tanti.


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