Toy Story, 30 anni di emozioni, lacrime e insicurezze. E una sola certezza: ci hanno insegnato più cose loro che certi manuali di psicologia

Pixar ha raccontato per trent'anni le paure più umane che esistano, nascoste dietro un gruppo di giocattoli di plastica

Andrea Aurora

Andrea Aurora

SEO Specialist & Copywriter

SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

È uscito Toy Story 5, e come ogni volta che torna questa saga, mi viene da pensare a quanto sia assurdo che un gruppo di giocattoli animati ci abbia insegnato più cose sulla vita di tanti film "seri". Sembra una frase fatta, lo so, ma a pensarci bene non lo è affatto. Woody, Buzz, Jessie e tutta la banda ci hanno accompagnato per trent’anni, e in tutto questo tempo non hanno mai smesso di crescere insieme a noi, anche se restano sempre, fisicamente, gli stessi pupazzetti di plastica.

Woody, il suo personaggio e la paura di diventare irrilevanti

Partiamo come sempre dal principio: il primo Toy Story usciva nell’ormai lontano 1995, e a quel tempo – tralasciando quelli che sono gli aspetti tecnici di produzione – l’idea centrale del film era già di per sé rivoluzionaria. I giocattoli hanno paura. Hanno paura di essere sostituiti, di essere dimenticati, di perdere il loro posto nel cuore di un bambino. Detta così sembra una banalità per famiglie, ma se ci pensate bene è una delle paure più umane che esistano: la paura di diventare irrilevanti per qualcuno che amiamo. Woody, fin dal primo film, vive ossessionato da questo pensiero, e onestamente chi di noi non si è mai sentito "Woody" almeno una volta nella vita, magari sul lavoro, magari in un’amicizia che si sta sfilacciando?

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Sempre collegandomi al personaggio, c’è poi un dettaglio che da italiano quale sono mi tocca in modo particolare. Per generazioni il cowboy è entrato nelle nostre mura attraverso la voce del compianto Fabrizio Frizzi, che ha doppiato il personaggio dal primo film fino al terzo, regalandogli quella simpatia dai toni leggeri e quella malinconia di fondo che lo hanno reso indimenticabile anche per chi guardava il film doppiato. Dopo la sua scomparsa, a raccogliere il testimone è stato Angelo Maggi. È un passaggio che, in un certo senso, riporta ancora una volta a pensare proprio il tema centrale della saga: le voci cambiano, le persone dietro ai personaggi passano il testimone, ma quello che hanno costruito resta, e continua a parlarci. Un po’ come succede ai giocattoli stessi, quando finiscono nelle mani di un altro bambino: cambia chi li tiene, ma quello che rappresentano e le emozioni che sprigionano restano intatte.

Buzz e la crisi di identità più delicata mai scritta per un cartone

Poi è arrivato il mitico Buzz Lightyear, e qui il discorso si fa ancora più interessante. Buzz parte come l’esatto opposto di Woody: pieno di sé, convinto di essere davvero un Ranger spaziale, totalmente fuori dalla realtà. E invece di farne una macchietta, Pixar lo trasforma in uno dei personaggi più toccanti della saga proprio nel momento in cui scopre la verità su se stesso. Quella scena in cui Buzz si rende conto di essere "solo" un giocattolo, e cade in una crisi di identità vera e propria, è uno dei momenti più delicati mai scritti per un film d’animazione che ha aperto poi la strada a tante produzioni animate successive. Ci ha insegnato che va bene non essere quello che pensavamo di essere, basta trovare comunque un senso a quello che si è davvero. Mica poco, per un film con i pupazzetti.

Jessie e la lezione sull’abbandono

Con Toy Story 2 arriva un altro colpo basso, quello di Jessie. La sua storia, raccontata con quella canzone strappalacrime ("When She Loved Me"), è probabilmente il momento in cui generazioni intere di bambini hanno scoperto cosa significa l’abbandono. Jessie ci ha insegnato che si può continuare ad amare anche dopo essere stati lasciati indietro, e che la paura più grande non è tanto la fine di un rapporto, quanto il fatto di essere dimenticati del tutto. Anche qui… roba forte, detta da una cowgirl di pezza.

Toy Story 3 rappresenta il dolore necessario di crescere

E poi arriviamo a Toy Story 3 che, diciamocelo, ha fatto piangere mezzo mondo. Quel film ci porta su altri livelli ancora di evoluzione personale: parla di crescere, di lasciare andare, di quanto sia doloroso ma necessario che le cose cambino. Tutto scorre, tutto cambia. Abbiamo un Andy che cresce, che deve separarsi dai suoi giocattoli: è una sorta di rito di passaggio universale, qualcosa che tutti, prima o poi, viviamo sulla nostra pelle. Quante volte abbiamo dovuto "regalare" qualcosa di nostro – un’abitudine, una persona, un pezzo di infanzia – per andare avanti? Toy Story ce l’ha insegnato prima ancora che lo capissimo da soli (o almeno è così per tutto il team boomer).

Toy Story 4 e il coraggio di scegliere se stessi

Con il quarto capitolo, la saga ha fatto poi un’altra scelta coraggiosa: Woody, il personaggio più legato all’idea di "essere scelto da un bambino", decide di andarsene comunque, di seguire Bo Peep e di costruirsi un’identità che non dipenda più dall’essere il preferito di qualcuno. È un messaggio tutt’altro che scontato per un franchise per famiglie: a un certo punto della vita, va bene anche scegliere se stessi, anche se questo significa lasciare un posto sicuro. Mica tutti i film per bambini hanno il coraggio di dire una cosa del genere senza giri di parole.

Toy Story 5 e la minaccia che non è un giocattolo

E adesso arriva Toy Story 5 – uscito proprio in questi giorni nelle sale cinematografiche – e la minaccia stavolta non è un altro giocattolo invidioso o un bambino che cresce. È un tablet. Si chiama Lilypad, ed è pensato apposta per rubare l’attenzione di Bonnie ai giocattoli "tradizionali". Detta così, sembra quasi un film a tesi, di quelli che strizzano l’occhio agli adulti preoccupati per i figli sempre incollati allo schermo. E in parte è proprio così, diciamocelo pure: Pixar non sta nascondendo nulla, il sottotesto è bello chiaro. Ma è anche, in fondo, l’evoluzione naturale di un discorso che la saga porta avanti da trent’anni: cosa succede quando non sei più scelto? Solo che stavolta il "nemico" non è un altro giocattolo con cui fare pace, ma qualcosa di completamente diverso, qualcosa con cui i giocattoli, per loro natura, non potranno mai competere ad armi pari.

Il vero segreto della saga

Ed è qui che secondo me sta il vero valore di questa saga, quello che la rende diversa da tante altre operazioni "nostalgia" fatte solo per spremere ancora un po’ di cassetta. Toy Story non è mai rimasto fermo. Ogni capitolo ha aggiornato la domanda di fondo: cosa significa essere amati, cosa significa essere lasciati, cosa significa restare rilevanti per qualcuno che cambia mentre tu resti uguale. Sono temi che, da bambini, cogliamo a pelle senza nemmeno saperli definire, e che da adulti rivediamo con un nodo in gola diverso, più consapevole, più "nostro".

C’è poi un altro aspetto che mi ha sempre colpito, ed è quanto questi personaggi siano rimasti coerenti a se stessi nonostante il tempo. Woody resta leale fino all’ossessione, Buzz resta ingenuo ma generoso, Jessie resta quella che soffre di più ma che non smette mai di lottare per il gruppo. Non sono cambiati come persone, sono cambiati nel modo in cui affrontano le stesse paure di sempre – e tutto questo li rende estremamente credibili. Non diventano altro da sé, imparano semplicemente a conviverci meglio, proprio come dovremmo fare noi attraverso l’accettazione.

I personaggi di Toy Story sono serviti per poterci guardare allo specchio senza prenderci troppo sul serio. E se un film riesce ancora, al quinto giro di giostra, a farti commuovere per un cowboy di pezza che ha paura di non servire più a nessuno, vuol dire che ha capito qualcosa di vero sulla natura umana. Altro che cartone animato per bambini.


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