Tiziano Ferro riparte da Sono un grande Deluxe, ma il rilancio è una fatica sprecata. Fenomeno in picchiata nonostante Giorgia: che amarezza

Un rilancio zoppo per Tiziano Ferro che proprio quest'anno festeggia i primi 25 anni di Rosso Relativo. E ora che arriva il repackage di Sono un grande, l'unica speranza è davvero Giorgia

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Basta, dobbiamo ammetterlo con tutto l’affetto che si deve a chi ha fatto piangere almeno tre generazioni di liceali italiani. Tiziano Ferro sta giocando una partita in cui il risultato è già deciso, e la cosa più frustrante è che lui probabilmente lo sa. Eppure eccolo qui, con una Deluxe edition, un anniversario tondo e una collaborazione di lusso con Giorgia, a tentare il rilancio con gli strumenti del passato in un presente che non aspetta nessuno. Nemmeno lui.

Rosso Relativo compie 25 anni. Un quarto di secolo. È un album che merita ogni candela sulla torta, ogni tributo e pure ogni festone appeso in sala. Lo diciamo senza ironia. È stato un disco generazionale, uno di quei lavori che arrivano al momento giusto, con la canzone giusta e ti entrano dentro al primo ascolto. Xdono era ovunque nel 2001. Tiziano Ferro funzionava perché era sincero, forse un po’ troppo malinconico, ma deciso a percorrere la sua strada nonostante tutto. Una fame di vita che poi ha anche pagato carissima, perché oggi non è più come ce lo ricordiamo.

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Tiziano Ferro, cosa rimane dopo 25 anni

Il talento, certo. Quello non si discute e non si tocca. Tiziano Ferro ha una voce incredibile, un’abilità di scrittura emotiva innata e una carriera internazionale che nessun suo contemporaneo ha mai davvero avvicinato. Tutto vero. Il problema non è Tiziano Ferro l’artista. Il problema è Tiziano Ferro la strategia.

Ora arriva il repackage dell’ultimo album – Sono un grande – il primo sotto etichetta Sugar, la stessa che l’ha accolto dopo due anni di silenzio discografico e in pieno momento rilancio. E questo cambia tutto. Perché il deluxe repack è uno strumento preciso che si usa per dare nuova vita commerciale a un progetto che, nella sua forma originale, non ha generato abbastanza impatto. Si aggiungono una manciata di brani, alcuni featuring di peso, e si rimette tutto in circolo sperando che la versione rinnovata faccia quello che la versione madre non ha fatto. È una mossa lecita che spesso è efficace. Ma è anche, a leggerla senza romanticismi, un atto di recupero un piena regola.

Sono un grande – l’album originale – avrebbe dovuto essere il capitolo di chiusura di un’era e l’apertura di un’altra. Invece si ritrova a essere riconfezionato, con Giorgia come valore aggiunto, nel momento in cui Ferro celebra anche i 25 anni del suo debutto. Il risultato è una sovrapposizione temporale un po’ vertiginosa: si guarda indietro a Rosso Relativo e si rilancia in avanti con un disco che, però, è già stato pubblicato. Non è un nuovo inizio ma un finale che si allunga.

Il featuring che funziona in radio ma non risolve niente

E poi c’è Giorgia. Oh, Giorgia. Una delle voci più belle che questo Paese abbia mai prodotto. E Superstar, il duetto con cui i due si sono presentati in tandem, è questa settimana la più alta nuova entrata nella classifica airplay radiofonico nazionale. Un dato che, sulla carta, sembrerebbe smentire ogni critica. E invece – attenzione – la conferma in pieno.

Perché la radio, si sa, è l’ultimo rifugio dei fenomeni che non trovano casa altrove. È il medium che premia la familiarità, che ama le voci già note e che costruisce rotazioni su nomi che il pubblico riconosce prima ancora di ascoltare la canzone. Superstar in cima all’airplay non dice che Tiziano Ferro è tornato rilevante: dice che le radio italiane sanno benissimo che il nome Ferro + il nome Giorgia fa ancora girare bene le frequenze. È un successo di brand ma non di visione. E c’è una differenza abissale tra i due. Quando hai bisogno del featuring di lusso per fare notizia, la domanda che dovresti farti non è "chi chiamo?" ma "cosa ho da dire?".

Giorgia non può salvare Tiziano Ferro da Tiziano Ferro. Può cantare con lui e può portarlo in cima alle classifiche. Ma non può dargli quello che solo lui può trovare: una storia convincente per il 2026. Un motivo per cui debba essere ancora ascoltato davvero.

Il paradosso degli stadi

E qui arriva il punto più contraddittorio, perché Tiziano Ferro riempie ancora gli stadi. Eccome se li riempie. STADI26, il tour estivo prodotto da Live Nation, conta 12 date nei principali impianti italiani – San Siro, l’Olimpico di Roma, il Maradona di Napoli, l’Allianz Stadium di Torino – con i biglietti andati a ruba già dalle prime finestre di prevendita. I numeri sono sempre da capogiro, ma anche questo era prevedibile.

Tutto questo però ci pone di fronte a una sola domanda: se il pubblico lo premia così, di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando di questo: riempire gli stadi nel 2026 non è più la prova di una rilevanza artistica contemporanea, è il risultato di un capitale affettivo accumulato nel tempo. Tiziano Ferro porta allo stadio lo stesso pubblico (o almeno in gran parte) che nel 2001 ascoltava Xdono in camera, che nel 2008 si è spezzata il cuore su Ed ero contentissimo, che nel 2015 ha pianto sotto il palco di San Siro. È un pubblico fedelissimo, quasi commovente nella sua lealtà, ma che va al concerto per riabbracciare qualcosa che già ama, non per scoprire qualcosa di nuovo.

Il problema logistico aggrava quello artistico. Preparare un tour da 12 stadi è un’impresa titanica: organizzativa, fisica, economica, creativa. Ci sono dietro mesi di lavoro, un’infrastruttura colossale e una pressione performativa che pochi artisti al mondo reggono senza accusare il peso. E tutto questo sforzo monumentale è messo al servizio di cosa, esattamente? Di un album che fatica a lasciare a decollare? È come costruire un’autostrada a dodici corsie per poi percorrerla a cinquanta all’ora. Lo spettacolo dal vivo merita di più. Tiziano Ferro merita di più.


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