Tiziano Ferro, l’album che ci ha rovinato l’adolescenza usciva il 23 giugno: 'Nessuno è solo' compie 20 anni (e ci commuove ancora)

20 anni dal terzo album di Tiziano Ferro, quello della vera svolta stilistica: "Nessuno è solo" usciva il 23 giugno 2006 e cambiava il modo di ascoltare la musica. E di percepire noi stessi

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Mettetevi comodi, Millennials, e preparate i fazzoletti o il Voltaren, vista l’età che avanza. Esattamente vent’anni fa, il 23 giugno 2006, la navicella spaziale del pop italiano subiva uno scrollone da cui non si sarebbe più ripresa. Usciva Nessuno è solo, il terzo album di Tiziano Ferro da Latina. All’epoca, sinceramente, non c’avevano capito granché, perché non sapevamo che stavamo per consegnare le chiavi della nostra salute mentale a un ragazzo di ventisei anni che aveva deciso di trasformare i nostri complessi nel più grande, devastante (e redditizio) pianto di massa della storia della musica italiana.

Eravamo nel 2006. L’anno del Mondiale in Germania, certo, ma soprattutto l’anno zero di una mutazione genetica abbastanza spaventosa: stavamo abbandonando il mondo analogico per infilarci dritti nel tunnel dei sentimenti virtuali. Passavamo i pomeriggi a fissare lo schermo di MSN Messenger aspettando che il font colorato della nostra cotta si illuminasse, scrivevamo post drammatici su MySpace e cercavamo di dare un senso a quel disagio giovanile che non sapevamo manco come catalogare. E in questo teatro di cuori pixelati e frange piastrate malissimo, Tiziano Ferro non è arrivato come l’icona pop figa, distante e glitterata. No, Tiziano è arrivato a farci da specchio, mettendoci di fronte alle nostre sfighe e paranoie. Insieme a Elisa, è stato l’unico in grado di formattare l’immaginario di una generazione.

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Il segreto era la verità, quella vera, mica le cavolate imposte dal mercato. Chi si ricorda gli esordi sa che la premiata ditta Alberto Salerno & Mara Maionchi aveva fiutato il talento incredibile di questo ragazzo del coro gospel Big Soul Mama, ma lo aveva anche spedito a fare i conti con la bilancia. Tiziano veniva da una giovinezza complessa, da 111 chili di sofferenza e disturbi alimentari. Quando è salito alla ribalta, ha preso quei chili di dolore, ha buttato via le maschere del pop disimpegnato dell’epoca e ha iniziato a cantare le sue (e nostre) crepe interiori. È diventato la voce fuori campo della nostra adolescenza, trasformando le nostre sfighe private in un coro universale da stadio.

Tiziano Ferro nel 2006, un successo da Disco di Diamante

Il colpo di genio, a livello quasi filosofico, stava tutto nel controsenso del titolo: Nessuno è solo. Pensateci. La solitudine dell’adolescente è per definizione qualcosa di privatissimo, una colpa da espiare chiusi in cameretta a rimuginare. Tiziano ha preso quell’isolamento, lo ha capovolto e lo ha trasformato in qualcosa di completamente nuovo. Tu piangevi sul letto? Bene, lo stavano facendo altri due milioni di persone contemporaneamente. Una terapia di gruppo certificata da numeri spaventosi: oltre un milione e mezzo di copie vendute nel mondo, Disco di Diamante in Italia, e dischi d’oro persino in Venezuela.

Rispetto al precedente album 111, che era un grido di dolore cupo e claustrofobico – roba che Sere nere in confronto sembra un pezzo dei Cure periodo DisintegrationNessuno è solo provava a elaborare il lutto dell’adolescenza con un po’ più di luce. Certo, la frangia più "emo" del fandom all’epoca storse il naso, accusandolo quasi di aver tradito la poetica del tormento per vendere due copie in più. Ma la verità è che Tiziano ci stava regalando una perla di una verità spietata: la felicità è una dinamica semplice, siamo noi che siamo dei professionisti nel complicarci la vita.

L’album è costruito con grande precisione, pezzo dopo pezzo. C’era Già ti guarda Alice che ci faceva venire le vertigini dell’età adulta prima del tempo. C’era La paura che…, dove Ferro sfidava le leggi della fisica vocale per portarci dalla cicatrice alla luce. E poi Ed ero contentissimo, una ballata che guardava al pop internazionale d’oltreoceano e ci spiegava, con vent’anni d’anticipo sui meme motivazionali di Instagram, che il perdono non cambia il passato, ma cambia il modo in cui ti porti dentro i pesi.

Da "Stop! Dimentica" a "Ti scatterò una foto": la costruzione di un album monumentale

E poi, ragazzi, parliamo del pezzo da novanta, quello che ha spaccato in due le radio: il singolo apripista, Stop! Dimentica. Nel 2006 aprì il dibattito nazionale per la sua clamorosa somiglianza con One Word di Kelly Osbourne. Tiziano, da gran paraculo ma con estrema onestà, disinnescò le polemiche ammettendo che sì, l’ispirazione comune per entrambi era Fade to Grey dei Visage, capolavoro new wave anni ’80. Per dire il livello di fissa: Michele Canova e il team di produzione andarono a ricomprare esattamente gli stessi sintetizzatori analogici usati nel 1980 per ricreare quel muretto di suono gelido. All’epoca, Stop! Dimentica era l’invito a spegnere il cervello in pista, un anestetico contro le ansie scolastiche e i primi pali sentimentali. Oggi, se parte quel synth, l’effetto è l’esatto opposto: non dimentichi un bel niente, anzi, vieni travolto da una scarica di newstalgia devastante. Quel pezzo è diventato la colonna sonora di un futuro che ci sembrava ancora aperto, prima che arrivassero il precariato, le scadenze e i dolori alla cervicale.

Ma il vero cataclisma sociologico dell’album è stato, senza ombra di dubbio, Ti scatterò una foto. Inserita nella colonna sonora di Ho voglia di te (il sequel di Tre metri sopra il cielo con Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti), quella canzone ha cambiato letteralmente la stabilità architettonica di Roma. Il video su Ponte Milvio ha dato il via alla piaga generazionale dei lucchetti appesi ai lampioni con le chiavi buttate nel Tevere. I ferramenta della Capitale ci si sono comprati la villa al mare, ma dietro quel rito c’era un bisogno disperato: trovare un ancoraggio fisico, solido, analogico ai sentimenti, proprio mentre il digitale iniziava a smaterializzare i nostri rapporti. La canzone, sospesa tra presenza e assenza ("gioia e dolore hanno lo stesso sapore con te"), è diventata l’inno di una generazione strutturalmente esposta alla futura precarietà affettiva.

Dal punto di vista puramente musicale, Nessuno è solo è il disco in cui Ferro rivendica la cattedra nel pop adulto. Canova riduce i campionamenti digitali e imbraccia chitarre vere, pianoforti, archi che sanno di legno e sudore. E Tiziano si dimostra un camaleonte totale. Passa dal dramma a pezzi funk-dance irresistibili, piazzandoci dentro perle assolute. Tipo E Raffaella è mia, un banger elettronico dedicato alla Carrà, nato come risposta ironica e un po’ piccata a chi sul web lo accusava di disimpegno politico durante i tour all’estero. La leggenda narra che Tiziano fece ascoltare il pezzo a Raffaella a Madrid e lei si mise a ballare in salotto: la benedizione definitiva. O come il duetto con Biagio Antonacci in Baciano le donne, un mezzo miracolo registrato in dieci minuti netti mentre Biagio era passato a trovarlo in studio, senza manco montare l’asta del microfono in sala d’incisione. E infine, la chiusura con Mio fratello, che nasconde una ghost track da brividi: due registrazioni di Tiziano a sette anni sul walkman. La dimostrazione che il bambino timido di Latina e la popstar da stadio erano esattamente la stessa, identica persona.

Cosa rimane oggi di Nessuno è solo

Oggi Nessuno è solo sta meritatamente nella classifica dei 100 migliori dischi della storia della musica italiana secondo Rolling Stone. Ma quello che rimane oggi è un filo rosso che tiene insieme l’etica, come la storica collaborazione con l’AVIS nata proprio nel tour del 2007 – quando il concetto di "nessuno è solo" si trasformò in donazione di sangue vera – e il presente.

Oggi noi Millennials siamo cresciuti, abbiamo la pancia, i mutui e le occhiaie, e anche Tiziano è cresciuto con noi. Nei suoi ultimi lavori (come l’album Sono un grande) e nei live epici negli stadi, Ferro continua a fare quello che ha sempre fatto meglio: togliersi la maschera, anche quando fa un male cane, raccontando il crollo del suo matrimonio o la paura di perdere la voce. Il cerchio si chiude quando a San Siro vedi un king della trap come Lazza salire sul palco e incastrare le sue barre sulla storica Xxrdono, unendo due mondi distanti sotto lo stesso cielo e dimostrando che la newstalgia non è un cimitero, ma una dinamo che continua a generare ricordi.

Vent’anni dopo, Nessuno è solo resta un monumento intatto. Non è l’amarcord patetico di un passato che non torna, ma la riconferma di un patto di fedeltà siglato con un artista che ha avuto il coraggio di mostrarsi fragile e "sbagliato" quando il mercato ci voleva tutti perfetti e plastificati. Ci ha insegnato che condividere le proprie sfighe è l’unico modo per non sentirsi soli. E noi, puntualmente, continuiamo a cantarlo nelle arene, con la stessa identica, devastante intensità emotiva di vent’anni fa. Con qualche ruga in più, le ginocchia che scricchiolano, ma lo stesso nodo in gola.


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