The Smashing Machine, Libere Recensioni: The Rock autentico nel dramma della dipendenza
L'ex wrestler si cimenta con il suo primo vero ruolo drammatico, vestendo i panni del lottatore di MMA Mark Kerr nel triennio più difficile della sua carriera

Bentornati con Libere Recensioni, la rubrica di Libero Magazine dedicata ai film in uscita al cinema e in anteprima nazionale. La recensione di oggi verterà su The Smashing Machine, film di Benny Safdie (alla prima regia senza il fratello Josh) con Dwayne "The Rock" Johnson ed Emily Blunt.
Nella carriera di Josh e Benny Safdie sono ben chiare due passioni: lo sport e la lotta contro le dipendenze. Un cocktail, è proprio il caso di dirlo, che riassume alla perfezione The Smashing Machine, biopic sulla vita del lottatore di MMA Mark Kerr, interpretato da The Rock. Una pellicola, ironicamente, imperniata anche sulla rassegnazione e sul desiderio di smettere di combattere, laddove "nella vita vera" Dwayne Johnson è un guru del pensiero motivazionale basato sul successo e sulla lotta quotidiana. Al suo fianco un parterre di lottatori-attori, tra cui Bas Rutten nei panni di se stesso e Ryan Bader in quelli di Mark Coleman, storico amico/allenatore/rivale di Kerr, oltre a una Emily Blunt in grandissimo spolvero come Dawn Staples, moglie del gigantesco fighter.
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppUna questione di dipendenza
The Smashing Machine copre il periodo dal 1997 al 2000, aperto da un Mark Kerr al debutto nel nascente panorama della MMA. L’ex wrestler debutta nel nuovo circuito con una vittoria schiacciante, a cui ne fanno seguito numerose altre. Se ne inebria, se ne bea, circondandosi da un’aura da lottatore invincibile, inscalfibile, inarrestabile. Ma Mark è un uomo profondamente insicuro e fragile, che si poggia interamente sulla fama derivante dal proprio status. Questa dipendenza si mescola a quella da oppiacei e antidolorifici e alla relazione altrettanto tossica con Dawn Staples (Blunt), la sua compagna. Mark finisce così per prendere sottogamba la vita da atleta, ritenendosi al di sopra di qualsiasi avversario. In un torneo organizzato in Giappone nel 1999 arriva la doccia fredda con la prima, inaspettata sconfitta.
Il knock-out contro Igor Vovchanchyn, per quanto poi cambiato in un no contest per alcune irregolarità, scatena una profonda reazione in Mark, che si abbandona ancora di più alle droghe fino all’inevitabile collasso.
The Smashing Machine, la recensione: Dwayne Johnson convince al suo primo ruolo drammatico
Uno dei punti di forza di The Smashing Machine risiede senza dubbio nel suo casting, primo fra tutti The Rock nei panni di Mark Kerr. Wrestler di terza generazione, poi diventato attore di film (principalmente action), Dwayne ha particolarmente sentito il ruolo, offrendo una prestazione drammatica viscerale e coinvolgente. La prima della sua carriera, va sottolineato. Kerr è una figura fragile e sofferente, divisa tra la dipendenze tra narcotici e quella per la fama, e che non riesce mai a risultare veramente negativa. Johnson lo interpreta in maniera misurata, con una performance controllata e autentica.
Molto efficace anche Emily Blunt come Dawn Staples, una donna irrealizzata e ugualmente in lotta con i propri demoni, e che sgomita per non rimanere ai margini della vita di Mark, finendo tuttavia per perdere il controllo di sé. Per certi versi ruba la scena Ryan Bader, lottatore di MMA ancora in carriera (campione Bellator dal 2017) che qui presta il volto a Mark Coleman. Quasi co-protagonista della storia, il suo arco narrativo finisce a tratti per oscurare quello di Mark.
Uno "sport-movie" più sull’uomo che sullo sport
Il primo lavoro in solitaria di Benny Safdie, che si affida per le musiche alla jazzista Nala Sinephro, la cui partitura non smette per un istante di costruire strati sonori sulle immagini, è uno sport-movie con tutte le componenti principali al proprio posto, ma che si concentra più sull’uomo che sulla disciplina sportiva. Abbiamo quindi il fallimento, il training montage, la rinascita; persino una sorta di Adriana/Dawn al fianco di Rocky/Mark. Ma The Smashing Machine punta a raccontare la vita di un uomo più che uno sport, e come questa crei una ragnatela di relazioni che fanno da impalcatura per la pellicola.
Kerr è raccontato in purezza, senza omettere tutti i lati negativi del suo carattere, dalla pessima gestione della rabbia alla tendenza ad abbandonarsi alla violenza. L’amicizia con Mark Coleman, che passa da rivale a coach per poi tornare avversario sul ring, è lo specchio della dimensione più reale e insicura di Mark, quella che ha continuo bisogno di conferme e rassicurazioni per andare avanti.
Buona la "prima" per Benny Safdie
Il Leone d’Argento alla 82esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia per Benny Safdie è decisamente meritato. Per quanto la sceneggiatura non tocchi il livello di profondità di un altro caposaldo del genere come il The Wrestler di Darren Aronofsky, The Smashing Machine è un’opera curata e ben diretta, che punta spesso sui primi piani per permettere ai suoi attori di mostrare l’essenzialità delle emozioni. Safdie strizza l’occhio anche a The Fighter, capolavoro di David Owen Russell con Mark Wahlberg e Christian Bale, soprattutto nel meccanismo con cui gestisce la doppia narrazione Kerr/Coleman.
The Smashing Machine è una metafora sulla rassegnazione, abbiamo detto in apertura. Un testamento sullo scorrere del tempo e di come esso trasformi le cose; di come gli amici vengono e vanno. E di come, in fondo, pretendere di avere controllo su tutto sia sostanzialmente impossibile. Una smania che, forse, è meglio lasciarsi scivolare addosso come l’acqua di una doccia dopo un incontro, accennando un sorriso.
Voto 7/10
