Teo Bok, il talento italiano che spopola all'estero ora torna a casa (con una nomination ai Grammy): "Ho pensato di smettere". Intervista

Il bambino prodigio di Sanremo Young è diventato un uomo e ora torna in Italia dopo il successo planetario ai Grammy. L'intervista di Libero Magazine a Teo Bok

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Crescere con gli occhi del mondo addosso è un po’ come cercare di stare in equilibrio su una corda tesa mentre tutti, da sotto, ti urlano dove mettere i piedi. Teo Bok lo sa fin troppo bene perché a dodici anni, mentre noi litigavamo con le versioni di latino, lui era già sotto i riflettori di mezzo mondo, con l’etichetta del "bambino prodigio" appiccicata addosso. Ma dietro quel ciuffo biondo e i successi targati Disney, c’era un ragazzo che cercava solo di capire chi fosse davvero.

Dopo un volo transoceanico e sei anni passati a masticare spagnolo a Miami, Teo ha deciso di mandare all’aria il copione scritto da altri. Ha preso i dubbi, le persone negative che gli ronzavano intorno e quel senso di smarrimento di chi si sente un pesce fuor d’acqua, e ha trasformato tutto in musica. Il risultato è Mujer Maravilla, il suo nuovo singolo uscito il 17 aprile, una dedica potente a sua madre e, per estensione, a tutte le donne che lottano in silenzio per diventare chi sono.

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Ma la vera notizia è che Teo sta tornando a casa. Nella sua prima intervista in italiano dopo 6 anni, ci racconta di come abbia riscoperto l’orgoglio di essere italiano proprio quando era lontano mille miglia, del legame viscerale con una mamma che ha scommesso tutto su di lui, e di quella strana magia che succede ai Grammy quando ti accorgi che, tra una stella e l’altra, ci sei anche tu. Con qualche cicatrice in più, certo, ma con un paio d’ali nuove di zecca.

Teo, per te è un periodo denso di impegni: come stai?

Credo sia uno dei momenti più felici della mia vita, decisamente. È un bel periodo perché secondo me essere occupato è la cosa che più mi rende felice: fa sì che la mia testa continui ad andare avanti e non si fermi mai. E sinceramente, sapere quello che sto facendo con la coscienza e l’onestà che ho in questo momento, è una cosa che non ho mai sentito prima. Per molto tempo ho avuto tante persone che mi dicevano come dovevo essere, come dovevo parlare, come dovevo fare e persino che canzoni cantare. Adesso invece, per la prima volta nella mia vita, sento di avere il controllo della mia carriera, di quello che sta uscendo e di ogni parte della mia vita. Ed è una sensazione nuova, che mi rende molto orgoglioso.

Cos’è rimasto di Matteo Marcus Bock? È rimasto qualcosa o l’hai completamente annullato?

Matteo Marcus Bock sarò sempre io, però semplicemente si è evoluto in una versione più vera di se stesso. Lo dico sempre anche perché molta gente mi chiede: "Perché hai cambiato nome da Matteo Marcus Bock a Teo?". A parte il fatto che è un pochino più corto e magari la gente lo ricorda di più, è perché alla fine le persone che mi hanno cresciuto mi hanno sempre chiamato Teo. In realtà Matteo è un nome che non hanno mai utilizzato. Da piccolo mia mamma mi chiamava Teo, mia sorella Teino, persino la prima persona con cui ho lavorato mi chiamava così. Poi a 12 anni ho fatto The Voice Kids in Germania e la prima cosa che ho pensato è stata mettere il nome completo, ufficiale, ma non c’era un pensiero vero dietro. Quando mi sono trasferito a Miami ho detto: "Voglio che le persone sentano che ormai non sono più quel bambino col capello lungo biondo". Matteo e Teo sono la stessa persona, però Teo si sente più "lui".

In qualche modo ti ha aiutato ritrovare un’identità artistica più definita?

Beh, assolutamente. Se non fosse per questo, non so neanche se sarei ancora nel mondo della musica. Io sono entrato in questo mondo quando ero veramente piccolino e questa è stata la mia fortuna più grande, perché mi ha fatto realizzare presto ciò che volevo, però non sono mancati momenti di confusione. Quando sei così piccolo non sai molto cosa vuoi davvero, quindi vai avanti e ti diverti, è un gioco. Mentre i miei amici dopo scuola giocavano, io dovevo andare a lavorare con Disney, pensavo alle canzoni. Mi sono proprio perso per tanto tempo ed è per questo che ho voluto cambiare lingue e andarmene dall’Italia. Sentivo di non avere l’opportunità di sbagliare. Trovare quell’identità è stato la chiave per fare ciò che faccio con una serenità e una felicità che mi spingono ad andare avanti. Due anni fa mi stavo chiedendo veramente se volessi continuare a fare musica, perché mi ero circondato di persone così negative che mi hanno fatto dubitare del mio cammino. Poi, quando sono ritornato a quel "Matteino", alla ragione per cui a nove anni volevo solo stare sul palco, mi sono detto: "Eh già, questo è il mio cammino, questo è Teo".

"Mujer Maravilla", il tuo nuovo singolo, è uno spartiacque? Cosa c’è in più rispetto agli altri brani?

Diciamo che Mujer Maravilla, come anche Cuero Negro uscita sei mesi prima, fa parte di questo nuovo capitolo di estrema chiarezza. Per molto tempo magari facevo musica che sì, mi piaceva, però non avevo così chiaro il cammino o il messaggio che volevo mandare. Invece con Mujer Maravilla è probabilmente la prima volta che, se qualcuno che non mi conosce mi chiede di fargli sentire la mia musica, posso orgogliosamente dire: "Guarda, questa è la canzone che rappresenta Teo". È una sensazione che mi emoziona. Tutto quello che sto facendo adesso è un risultato del mio lavoro. Sono uscito dalla mia casa discografica, ho creato un team di persone di cui mi fido e dove sono io a prendere le decisioni. Voglio che la gente capisca che questo Teo è la versione più onesta di se stesso.

Questo brano parte come una ballad poi cambia ritmo. Pensi che sia anche una metafora della tua rinascita?

Potrebbe essere. Ogni volta che vado in studio voglio che ogni sessione sia diversa. Sono 12 anni che scrivo canzoni e nell’ultimo anno e mezzo ho iniziato a scoprire questo mondo dell’evoluzione musicale che diventa un viaggio di suoni. Musicalmente, sia in Cuero Negro che in Mujer Maravilla, il precoro inizia ad avere una partitura e un tempo diverso. Il BPM cambia, va da 108 a 95 e poi diventa da un 4 quarti a un 3 quarti; la gente non se lo aspetta. Anche se non conosci il linguaggio musicale, senti che sta succedendo qualcosa. Questo cambio è direttamente riflesso nella mia vita. Mi emoziona perché sto facendo qualcosa che non molta gente fa, questi cambi ritmici sono stati un riflesso naturale della mia vita attraverso la musica.

Quando parli di "cicatrici che diventano ali" ti riferisci a un episodio specifico o alla tua evoluzione artistica?

Mujer Maravilla è speciale perché è molto personale, ma allo stesso tempo non è dedicata a una mia esperienza specifica. È stata ispirata dalla mia "Mujer Maravilla", che è la mia grande mamma che mi ha cresciuto da sola e ha fatto tutto per darmi la vita che ho. Però è dedicata a tutte le donne del mondo. Sono circondato da donne fortissime che hanno dovuto combattere per realizzare chi sono davvero, perché viviamo in un mondo in cui spesso non ci viene detto che stiamo facendo bene le cose. Ho visto mia mamma quanto ha dovuto lottare per crescere due figli da sola e oggi mi rendo conto che senza le donne in questo mondo noi uomini non saremmo niente. Era da tanto che volevo scrivere una canzone con questo peso e questo messaggio. Spero davvero che una donna o una ragazza, di tutte le età e di tutte le parti del mondo, in un momento in cui si sente sola o non capita, possa sentire questa canzone e dire: "Non sono da sola, posso andare avanti".

Qual è l’insegnamento più grande che hai ricevuto da tua mamma? Lei era convinta del tuo talento o ha avuto paura?

Mia mamma è l’unica persona che non ha mai dubitato di me. È l’unica persona che tuttora, dopo 12 anni, dopo aver cambiato tutta la sua vita e aver fatto la pazzia di lasciare tutto per dedicarsi al 100% a suo figlio, crede ancora in me. Oggi ci rendiamo conto che lei è il motore di tutto, è la ragione per cui ogni giorno io vado avanti e riempie tutte quelle parti di me che io non ho. Voglio che il mondo sappia che lei è la chiave.

Il traguardo dei Grammy è immenso. Cos’hai provato nel vedere il tuo nome accanto a quello dei più grandi?

I Grammy sono stati l’esperienza che mi ha dato ancora più energia e desiderio di continuare. Dopo dieci anni veri di lavoro è stato un regalo inaspettato che ti dice: "Ok, sto facendo il percorso giusto". È successo esattamente dieci anni dopo l’inizio della mia carriera: avevo dodici anni quando ho fatto The Voice in Germania e dieci anni dopo, nel 2026, è arrivata questa cosa. Essere sul red carpet circondato da Bruno Mars, Jamie Foxx, Justin Bieber, Sabrina Carpenter… vedi tutte queste leggende che hai ammirato e dici "Ok, questo è un bel regalo". La cosa particolare è che, siccome sei lì, sei uno di loro. Tu fai le congratulazioni a loro, ma loro le fanno a te! In quel momento ai Grammy diventa proprio una comunità: non importa se hai venduto 10.000 album o 50 milioni, artisticamente sei allo stesso livello ed è una sensazione molto speciale.

Essere ospite di Paloma San Basilio invece che cosa ti ha trasmesso? C’è un consiglio che ti ha dato?

Ho iniziato a cantare con questa meravigliosa donna tre anni fa in Spagna. All’inizio non avevo idea di chi fosse, vedevo questa donna di 75 anni (ora ne ha 78) con cui è nata una relazione quasi tra madre e figlio, quasi come se fosse mia nonna. Poi ti rendi conto che ha avuto 50 e più anni di carriera e ha raggiunto il mondo intero. Lei è un’interprete come sento di esserlo io, ha la stessa passione che viene dal mondo dei musical. Mi ha ispirato perché non è mai cambiata in 50 anni. Qualche settimana fa mi ha invitato al suo ultimo show a Miami per cantare sul palco con lei: uno degli onori più grandi della mia vita. Tornare a cantare con lei dopo tre anni, senza nessuna prova, è stato come se fosse passata solo una settimana.

Ma hai avuto paura?

Guarda, ormai è difficile definire le sensazioni prima di andare sul palco ma èla cosa che più mi rende felice, quindi non la chiamerei paura, la chiamerei desiderio. Gli umani si abituano in fretta, a volte andare sul palco diventa come bere un bicchiere d’acqua, ma in quel momento, quando ho realizzato che stavo per stare con questa leggenda per l’ultima volta, ho sentito quel brivido in tutto il corpo. Ho voluto viverlo al 100% perché a volte la vita passa e non ci rendiamo conto. Sì, quella sensazione era molto, molto presente.

Esiste un artista latino contemporaneo con il quale vorresti collaborare?

Più che mai in questo momento l’artista che mi ispira ogni giorno è Luis Miguel. Sarà per tutti i tempi l’artista latino più potente del mondo, uno che definisce più di una generazione. Lo chiamano "il sole del Messico" per una ragione. Artisticamente, per come interpreta e per il modo cui vive la musica, è una stella irraggiungibile. Sarebbe un sogno anche solo essere nella stessa sala in cui si trova lui. Pensa che ho un caro amico che ha suonato con lui un paio di volte in un ristorante qua a Miami, Casa Tua, e quando vedo quei video dico: "Cavolo, voglio toccare il mio amico per avere la sensazione di avere Luis Miguel intorno a me!". Rappresentare quell’eleganza e quella passione sarebbe il sogno più grande.

C’è qualcosa che ti ispira del suo lato umano?

È stato l’artista più giovane ad aver vinto un Grammy, a 13 anni, e ha passato tutta l’adolescenza sotto i riflettori. Ha avuto molte difficoltà, un padre che si è approfittato di lui e ha perso la madre molto giovane. Tutto ciò che è successo nella sua vita personale però non ha mai influenzato negativamente la sua musica. È sempre stato un purista e un perfezionista. Questa è l’ispirazione più grande: non importa cosa vivrò, se momenti di tristezza o solitudine, vorrò sempre curare la parte musicale. Recentemente con la serie su Netflix ha raccontato i momenti in cui ha perso tutto, ma musicalmente è sempre stato impeccabile. Questo mi ispira.

A questo punto mi viene da chiederti: c’è qualcosa che ti manca della musica italiana?

È molto interessante quello che sento, perché devo ammettere che quando vivevo in Italia ho ignorato le mie radici, volevo essere qualcuno che non rappresentasse l’Italia. Quando me ne sono andato e ho iniziato a parlare con persone straniere, ho percepito la luce che hanno negli occhi quando dico che sono italiano. Questo mi ha reso orgogliosissimo e mi ha fatto venire il desiderio di esplorare la musica italiana come non avevo mai fatto a Milano. Quindi non posso dire che mi manca, perché oggi ne sono circondato più che mai. Le canzoni che scrivo oggi mantengono un’essenza italiana che prima non avevo. Il mio obiettivo è far uscire tutto anche in italiano: Cuero Negro e Mujer Maravilla sono già pronte e registrate in italiano. Sento che l’Italia mi chiama. Due giorni fa ho ricevuto dalla Camera di Commercio Italiana di Miami un premio speciale per il contributo alla diffusione della cultura musicale italiana. Negli ultimi tre mesi ho anche portato un progetto educativo in oltre 45 scuole negli Stati Uniti usando la mia musica tradotta per mandare messaggi positivi ai giovani. Dopo sei anni che ho lasciato l’Italia, adesso voglio ritornare.

Un progetto interamente in italiano lo sentiresti come un "tornare indietro" rispetto alla tua carriera internazionale?

No, assolutamente no. In passato mi dicevano: "Teo, focalizzati solo su una lingua altrimenti la gente si confonde". Per molto tempo ho ascoltato gli altri e non mi sentivo onesto. Oggi realizzo che ciò che rende Teo "Teo" è proprio il fatto di essere cresciuto parlando cinque lingue: tedesco con papà, italiano con mamma, spagnolo con la tata peruviana e poi il portoghese in famiglia. Non ignorerò mai questa parte di me. Mi piace l’idea che ogni canzone possa essere adattata. Il mio obiettivo è avere la forza, anche da indipendente, di uscire con tre progetti in tre lingue diverse contemporaneamente. Sto lavorando a un progetto interamente italiano per l’Italia, perché è parte di ciò che sono e non lo ignorerò mai.

Quando scrivi, in che lingua pensi?

Dipende molto dalla canzone. Dico sempre che non posso controllare la musica, perché è la musica che controlla me. In questo momento mi sento un pochino più comodo a scrivere in spagnolo perché vivo a Miami da sei anni e qui si parla più spagnolo che inglese. Infatti Mujer Maravilla e Cuero Negro sono nate così. Però recentemente ho scritto una canzone interamente in italiano e un’altra in inglese dopo sei anni che non lo facevo. Mi piace questo challenge con me stesso. E poi, quando adatto le canzoni, non faccio una traduzione letterale: trasformo la storia e aggiungo pezzi che magari in spagnolo non ero riuscito a mettere. Mi piace che chi capisce più lingue possa trovare questi "easter eggs" e completare la storia in modo diverso.

Le esperienze televisive cosa ti hanno lasciato?

Sono state la scuola migliore. Grazie a The Voice in Germania ho capito che volevo fare musica, ed avevo solo dodici anni. È stato il primo avvicinamento di un "Teo musicale". Anche se è stato difficile fare avanti e indietro con la scuola in Italia, è stato uno dei momenti più belli. Anche Italia’s Got Talent e Sanremo Young (condotto da Antonella Clerici, ndr) mi hanno fatto capire la parte positiva e quella un po’ più negativa dello show business. A volte il mondo della musica vuole solo lo show, lo spettacolo; invece per noi all’inizio conta solo la musica. Fare televisione mi ha fatto capire chi sono e cosa voglio che la gente sappia di me. Se mai avrò un’altra esperienza televisiva, ora che non sono più un bambino, la vivrò in modo diverso: mostrerò il 100% di Teo e non quello che qualcun altro mi dice di essere.

Un’ultima domanda: esiste un sogno che vuoi realizzare subito?

Il "subito" mi sembra quasi impossibile perché so quanto bisogna combattere, però non c’è dubbio: voglio che il mondo intero senta la mia musica e si senta connesso con me. Se potessi chiedere qualcosa subito, chiederei che milioni di persone possano ascoltare i miei brani in questo istante. E non è per ego, ma perché so che la mia musica può fare la differenza. Nel mio progetto scolastico ho conosciuto una ragazza che non parlava da sette anni per un trauma e, attraverso una delle mie canzoni, ha ricominciato a parlare. L’ho visto con i miei occhi e questo è ciò che voglio fare: cambiare le vite. So che ci vorrà tempo, ma voglio essere un artista senza tempo, come Luis Miguel. Voglio tornare in Italia e lasciare un messaggio, perché spero che la gente abbia bisogno di musica vera, che non sia solo "rumore".


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