Tekla Taidelli è al cinema con 6:06: "Il disagio dei giovani è profondo, ma c'è salvezza. Nella scena del suicidio ho pensato a mio padre"
Tekla Taidelli racconta il disagio di una generazione tra dipendenze, solitudine e mancanza di prospettive, ma anche come trasformare il dolore in rinascita.

In occasione dell’uscita di 6:06 abbiamo incontrato la regista Tekla Taidelli per parlare del suo nuovo film, un racconto intenso che attraversa dipendenza, solitudine e possibilità di rinascita. Attraverso la storia di un giovane intrappolato in una quotidianità che si ripete come un loop, il film riflette sul senso di smarrimento di una generazione e sulla ricerca di una via d’uscita. Nell’intervista Taidelli racconta la genesi del progetto, il rapporto personale con i temi affrontati e la sua idea di cinema: uno strumento capace di trasformare il dolore in luce e dare voce a chi spesso rimane invisibile.
Il titolo del film 6:06 nasce da una storia, L’intervista a Tekla Taidelli
Il titolo del film, 6:06, è molto preciso e allo stesso tempo enigmatico. Da dove nasce quell’orario e che cosa rappresenta davvero nella storia?
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Entra nel canale WhatsAppIl titolo 6:06 nasce da un soggetto scritto da un mio ex allievo. Io ho creato una scuola di cinema in strada e insegno cinema da vent’anni: la mia idea di cinema è dare voce all’invisibile. Faccio recitare l’Amleto agli homeless, per esempio.
Uno dei miei allievi, arrivato a Roma, aveva scritto un piccolo soggetto che all’inizio si chiamava 6:26: raccontava la sua giornata tipo, un pezzo della sua storia. Da lì è nata l’idea del film. Poi ho pensato che il loop si potesse rappresentare meglio con 6:06, perché il sei che si ripete dà proprio l’idea della ripetizione, del loop della droga. È un numero che torna su sé stesso e restituisce proprio quella sensazione di circolarità e di prigionia.
Nel film le giornate del protagonista sembrano proprio ripetersi come in un loop, quanto era importante raccontarne la sensazione e che tipo di umanità voleva raccontare attraverso di lui?
Come anticipato, l’idea iniziale nasce proprio come riproduzione della sua giornata alienante. Sono partita dall’idea di Leonardo, ma poi ho messo dentro molto di me. Infatti, nel film ci sono anche due mie anime: Davide e Jo-Jo sono in qualche modo me, la parte dannata e la parte salvifica. Però volevo che fosse soprattutto un film generazionale, quindi ho lasciato molto spazio ai giovani.
L’idea era raccontare questa generazione post-Covid disillusa, che se non ha particolari abilità o sogni può finire nel vortice della droga e in una vita ripetitiva. Volevo far parlare i giovani ma anche dare un messaggio che potesse abbracciare chiunque: esiste sempre una seconda possibilità.
I social hanno un po’ congelato i cervelli e poi viviamo in un mondo che non ha regalato grandi emozioni: il post-Covid, la guerra. È un mondo difficile che ha appiattito molto le emozioni. Quindi sì, il loop è diventato quasi universale.
A un certo punto nella vita del protagonista entra Jo-Jo, una figura quasi destabilizzante. Concorda che può rappresentare simbolicamente la forza del cambiamento?
Sì. Jo-Jo è la mia parte salvifica, la mia parte colorata. Nonostante le cicatrici sceglie la vita. È la forza della rinascita: trasforma il dolore in luce e va avanti. È quello che ho cercato di fare io per tanti anni. Le cicatrici fanno parte della vita: arricchiscono ma hanno sempre un costo molto alto. La sofferenza va trasformata, altrimenti rimane lì.
Anche lei però non è un personaggio semplice. Ha un legame con Leo perché gli ricorda suo padre, quindi anche lei ha una sua forma di dipendenza: tende ad attaccarsi a figure distruttive, come era suo padre. In fondo entrambi portano dentro la sofferenza: uno la trasforma in distruzione mentre l’altra prova a trasformarla in vita.
Quanto è stato importante il tema del viaggio nella costruzione del film? Quanto l’ambiente esterno diventa uno specchio visivo dello stato interiore dei personaggi?
Ho scelto il Portogallo perché quell’estate ero lì in vacanza. All’inizio il film era completamente in bianco e nero, con solo un piccolo momento a colori.
Alcuni amici artisti che avevano visto il mediometraggio mi dissero: "Ma perché lui torna nel loop? Tu la vita a colori la conosci, tu sai vivere a colori, mostracelo". Da lì ho iniziato a costruire la parte a colori, che è diventata in qualche modo anche il racconto della mia rinascita. In questo progetto creativo ho messo davvero la mia pelle.
La vita nella droga è bianco e nero, mentre la vita a colori è un’altra cosa. Il paesaggio diventa quindi molto importante: la città è più lugubre, silenziosa, quasi senza suoni. In Portogallo invece c’è musica, luce, gioia. Anche il modo di girare cambia: da una parte la camera a mano, un’atmosfera più chiusa; dall’altra più spazio, più respiro.
Come ha lavorato su questa scelta visiva e quanto è stato importante il lavoro con il direttore della fotografia?
Il direttore della fotografia è stato un incontro quasi casuale. Ho preso una casa in affitto a Roma e quella casa era di Tommaso Lusena, che poi è diventato il direttore della fotografia del film.
Io dico sempre che il cuore del regista è diviso in due parti: il ventricolo sinistro è il direttore della fotografia, che vede con i tuoi occhi, e il ventricolo destro è il montatore, che sente con il tuo cuore.
Tommaso vede davvero con i miei occhi. Ha la capacità di trasformare in immagini le mie emozioni: la rabbia, la gioia, l’ansia. Quando giro non sto sempre dietro alla camera, ma lui riesce comunque a riportare visivamente tutto quello che sento.
Il tema della dipendenza è centrale, ma il film non sembra voler giudicare i suoi personaggi. Come si racconta una realtà così dura senza cadere nello stereotipo o nel moralismo?
Io racconto il disagio da sempre. Da quando avevo vent’anni lavoro con persone che vivono situazioni difficili e in primis ho vissuto una difficile, che non augurerei a nessuno. Mio padre è morto suicida, ho visto il dolore da vicino e ho sempre trattato questa emozione con delicatezza. E poi ho fatto proiezioni con persone della strada, ho lavorato con artisti che arrivano da quei mondi. Una volta il rapper Cicoria mi disse che sono brava a raccontare il disagio perché lo conosco da sempre. Io penso che la strada e la sofferenza vadano onorate: sono esperienze che fanno parte della vita.
C’è un momento, durante la scrittura, in cui ha capito davvero quale sarebbe stato il cuore emotivo del film?
Il film è cambiato molto in montaggio. All’inizio avevo una versione più frammentata, con molti flashback. Poi è entrato nel progetto il montatore Fabio Annunziata, che ha lavorato con Abel Ferrara, e ha costruito la versione che hai visto tu: più lineare, quasi un viaggio dell’eroe.
Ha universalizzato il mio dolore e lo ha reso più accessibile. È stato un passaggio difficile per me, perché io non amo semplificare quello che sento, ma volevo arrivare a più persone.
La relazione tra Leo e Jo-Jo cresce lentamente, anche attraverso i silenzi. Quanto contano gli sguardi e i corpi nel suo cinema?
Contano moltissimo. Io lavoro molto sulle emozioni e sulla fisicità. Gli attori incarnano le mie emozioni. Quando ho presentato il film a Porto mi sono girata verso il pubblico e ho visto persone che non parlavano italiano ma erano completamente coinvolte. L’impatto visivo, la fisicità e l’emozione arrivano anche senza parole.
Nel film alterna sensazioni di distruzione ma anche possibilità di rinascita. Questa storia è connessa in qualche modo alla sua esperienza personale?
Sì. È la mia vita. Io dico sempre: se cadi sette volte, rialzati otto. Il cinema per me è catartico. Se non avessi fatto cinema probabilmente sarei finita chissà dove. Per me è uno strumento per trasformare il nero in luce.
Il suo cinema sembra spesso legato a personaggi fragili o in qualche modo perduti. È questo il tipo di racconto che sente più vicino alla sua idea di cinema?
Sì, perché io lavoro con queste realtà da tanti anni. Raccontare il disagio e le fragilità umane è sempre stato al centro del mio cinema. È un filo che porto avanti da più di vent’anni.
Come ha scelto gli attori Davide Valle e George Li Tourniaire e cosa ha visto in loro che li rendeva giusti per questi personaggi?
Negli attori cerco sempre la "cazzimma", il coraggio, le antenne. Quando ho incontrato Davide l’ho sentito subito nello stomaco. All’inizio non doveva essere lui il protagonista, ma appena l’ho visto ho capito che era lui. Oggi dice che il nostro rapporto è "sangue e merda", perché ha attraversato davvero il mio dolore. C’è stata una scena molto forte, quella del suicidio. In quel momento, pensando a mio padre, ho capito che non era più solo cinema: era qualcosa di molto più profondo.
George invece è arrivata attraverso un casting. Io avevo immaginato una surfista più grande, ma poi Davide mi ha convinto che serviva una ragazza giovane. Quando ho incontrato George ho capito che era giusta. Su di lei ho dipinto una versione giovane di me stessa. Le ho fatto indossare i miei vestiti, muoversi come me. In qualche modo lei interpreta la me ventenne.
Gli attori sono stati con me per un mese. Abbiamo riscritto insieme il film, condividendo tutto. Per il cinema che faccio io non posso limitarmi a consegnare un copione: devo condividere la vita. Perché questo film non è solo un copione. È un pezzo della mia vita.
Il film è stato presentato alle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia. Che tipo di esperienza è stata portarlo lì per la prima volta davanti al pubblico?
È stata un’esperienza molto forte. Quando porti un film così personale davanti al pubblico è sempre un momento molto intenso.
Il cinema italiano è spesso accusato di essere un sistema chiuso, dove emergere per nuovi registi è molto difficile: registi affermati che continuano ad avere spazio\finanziamenti e chi dall’altra parte fatica a trovare supporto. Secondo lei è davvero così? E cosa cambierebbe nel sistema del cinema italiano?
Sì, assolutamente. Dopo il mio precedente film è stato molto difficile trovare qualcuno disposto a produrre un nuovo progetto. Era un film molto estremo, sperimentale, e mi ha scottato parecchio. A un certo punto avevo anche deciso che non avrei più fatto cinema.
Per anni ho cercato produttori senza riuscirci. È un sistema complicato per chi prova a fare un cinema indipendente, personale, fuori dai circuiti più consolidati. Non è facile trovare spazio se non appartieni a determinate dinamiche o a determinati ambienti.
Proprio per questo 6:06 è nato in modo molto libero, quasi come un atto di sopravvivenza artistica. A un certo punto ho deciso che dovevo farlo comunque, anche senza le strutture tradizionali, perché sentivo il bisogno di raccontare quella storia. Il problema comunque non è solo il finanziamento ma tutto il sistema: produzione, distribuzione, possibilità di arrivare al pubblico. Andrebbero riviste molte cose per dare più luce ai progetti indipendenti.
Io ho sempre fatto un cinema molto libero, molto personale, spesso anche scomodo. Questo naturalmente rende tutto più complicato, ma è anche il modo in cui sento di poter raccontare le storie.
Se lo spettatore dovesse uscire dalla sala con una sola domanda dentro, quale spera che sia?
Spero che si chieda se sia possibile trasformare il dolore in qualcosa di luminoso. Per me questo film è proprio questo: la possibilità di far passare la luce attraverso le crepe. Tutti abbiamo delle crepe, delle ferite. La vita ti mette davanti a momenti difficili, ma la domanda è sempre la stessa: cosa ne fai di quel dolore? Ed è questo che spero arrivi anche allo spettatore: l’idea che, anche quando sembra tutto buio, esiste sempre una possibilità di rinascita.
