Suzuki Jukebox, pagelle: Antonella patrimonio nazionale (10), Clementino è un secchione (8), ma il cast sbaglia frequenza (5)

Da Antonella Clerici, ormai patrimonio nazionale, al Clementino "secchione": le pagelle di Suzuki Jukebox tra promossi, icone e un cast che non sempre trova la frequenza giusta

Giusy Palombo

Giusy Palombo

Giornalista e content creator

Giornalista e content creator. Racconto cultura pop e spettacolo tra articoli e video, con uno stile diretto e autoriale.

La musica ha un potere particolare: basta riconoscere poche note per ritrovarsi improvvisamente in un’altra epoca. È proprio la nostalgia, insieme alla voglia di cantare e divertirsi, il cuore della seconda puntata di Suzuki Jukebox – La Notte delle Hit, che questa sera torna su Rai 1 direttamente dall’Inalpi Arena di Torino. Antonella Clerici e Clementino riaccendono i riflettori sulle grandi hit che hanno segnato gli anni ’80, ’90 e 2000, accompagnati da un cast ricco di nomi amatissimi dal pubblico. Dopo un debutto che ha visto lo show imporsi nel prime time, la seconda serata punta dunque ancora sulla forza della musica e su quei ritornelli che, a distanza di anni, continuano a essere impossibili da dimenticare. Senza perdere troppo tempo, vediamo le pagelle dell’appuntamento finale della kermesse su Rai 1.

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Semplicemente Antonella: voto 10. Antonella Clerici è la nostra Dolly Parton. No, non perché abbia intenzione di incidere un disco country — e del resto, come ha ironizzato più volte lei stessa, l’ugola non è esattamente il suo superpotere — ma perché quando entra in scena, la noia può tranquillamente accomodarsi fuori dalla porta. Il look strizza l’occhio all’icona americana, ma è soprattutto lo spirito a convincere: Antonella è spontanea, dolcissima e, soprattutto, felicemente sopra le righe. Tra colleghe sempre più affezionata a tailleur, gonne anonime e una tavolozza cromatica che va dal beige al grigio topo, lei arriva con colori, paillettes e ombretto blu. La prima serata sembra subito un posto molto più divertente. Per il secondo anno consecutivo dimostra di essere la padrona di casa perfetta per Suzuki Jukebox: la musica è da sempre uno dei fili conduttori della sua carriera e accompagnare artisti, tormentoni e grandi hit di generazioni diverse le viene naturale. Non deve dimostrare niente, strafare o fare la conduttrice a tutti i costi. Le basta essere Antonella. Frizzante, colorata, ironica e senza paura di prendersi poco sul serio. In una tv che spesso si veste tutta uguale, lei almeno ha il coraggio di mettere le paillettes. E già questo vale 10.

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Anna Oxa e Sabrina Salerno: due nomi, una sola garanzia. Voto 9. Sono indubbiamente le due donne che più si sono distinte in questa edizione per talento, personalità e, soprattutto, iconicità. Anna Oxa ha dimostrato ancora una volta di poter cambiare pelle senza mai perdere la propria identità: si reinventa, spiazza, divide. Questo significa essere davvero un’icona. Sabrina Salerno, invece, continua a dimostrare che certe etichette hanno una data di scadenza, le icone no. È rimasta fedele a se stessa, ma ha saputo trasformarsi in una donna consapevole, forte e perfettamente padrona della propria immagine e del proprio talento. Poi ci sono i look. Qui il jukebox dovrebbe restituire il gettone. Oxa e Salerno riescono ancora a presentarsi sul palco con un’identità visiva talmente forte da mettere in difficoltà anche le popstar contemporanee che passano metà della carriera a cercare di costruirsela. Loro non devono inseguire nessuna tendenza. Sono la tendenza che le altre provano a rincorrere. E questa, signore e signori, è la differenza tra essere famose ed essere iconiche.

Clementino è diventato un secchione. Voto 8. Da quando in qua "secchione" è diventato un insulto? Uno sfottò? Qualcosa da nascondere sotto il banco? Il secchione, per antonomasia, è quello che studia, si applica e alla fine porta a casa il risultato. Esattamente quello che Clementino sta facendo da qualche anno a questa parte. La cosa bella, però, è che è diventato un secchione senza perdere la "cazzimma". Quella sana, s’intende: l’irriverenza, l’istinto, la battuta che arriva prima del pensiero, quell’aria un po’ sfrontata e scanzonata che appartiene alle persone davvero spontanee. Clementino può anche essersi messo a studiare il mestiere della tv, ma non si è certo lavato via il carattere. Ed è proprio questa la sua forza: non sembra uno che si è costruito a tavolino per piacere. Sembra uno che sul palco ci sta bene perché gli viene naturale. Con la complicità di Antonella Clerici, che ormai è amica, spalla e forse persino un po’ maestra, è la parte più energica e giocosa di una conduzione che, per il secondo anno consecutivo, dimostra di avere trovato una formula capace di reggere benissimo il confronto con il passato. Bravo Clemente: continua a studiare. Ma, per carità, non diventare troppo perfetto.

Suzuki Jukebox: i bocciati dell’appuntamento finale su Rai 1

Un cast che regge a singhiozzi. Voto 5. Sia chiaro: la bocciatura non è per i cantanti che sono saliti sul palco, ma per il modo in cui è stato assemblato il cast. Perché Suzuki Jukebox nasce con un obiettivo preciso: riaccendere la memoria, pescare nel cassetto delle hit che abbiamo cantato, ballato e probabilmente consumato a forza di ascoltarle. Anni ’70, ’80, ’90 e, perché no, anche qualche incursione nei 2000. Perfetto. Ma non prendiamoci in giro: non tutto produce lo stesso effetto nostalgia. Una cosa è ascoltare Dancing in the Moonlight dei Toploader e ritrovarsi immediatamente catapultati in una certa atmosfera; un’altra è ascoltare Angelo di Francesco Renga o un medley di Mario Biondi. Non perché la canzone sia brutta, né perché Renga l’abbia cantata male. Semplicemente perché è un’altra storia. Il problema, quindi, non è il singolo artista: è il mosaico. Se metti insieme Toploader, Gazebo, Luca Dirisio e Sabrina Salerno, costruisci un immaginario musicale preciso, riconoscibile, quasi una festa in salotto con il volume troppo alto. Poi inserisci un brano come Angelo e le hit di Mario Biondi e quel filo si spezza. Forse serviva un cast meno costruito sulla somma dei nomi e più sulla coerenza dell’atmosfera. Perché in un jukebox, alla fine, non basta che le canzoni siano belle: devono anche stare bene una accanto all’altra.

Location glaciale. Voto 4. Senza nulla togliere all’Inalpi Arena di Torino, ma l’Arena di Verona era tutta un’altra storia. Non soltanto per una questione di bellezza: Suzuki Jukebox sembrava aver bisogno proprio di quel tipo di atmosfera, di uno spazio capace di respirare insieme alla musica. Sarà il clima, saranno le scelte organizzative, ma un evento costruito su grandi hit, nostalgia e artisti di generazioni diverse dà il meglio di sé quando può contare anche sull’energia di una location all’aperto. Qui, a tratti, sembrava mancasse qualcosa, e quel qualcosa era proprio la vibrazione. Diciamolo: un’Arena non è semplicemente uno sfondo. È parte dello spettacolo. Il pubblico che si accende, l’aria che cambia e quella sensazione da "stasera sta succedendo qualcosa" che un grande spazio all’aperto riesce a regalare quasi naturalmente. Poi, certo, facile parlare dal divano di casa quando non si conosce nemmeno lontanamente la macchina organizzativa che c’è dietro a un evento del genere. Ma qui non si giudica il lavoro dietro le quinte: si giudica quello che arriva sullo schermo e la sensazione, durante la serata, è stata abbastanza netta: mancava quel guizzo capace di trasformare un bello show in un grande show.


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