Steven Spielberg, il "regista dei sogni": i suoi film li riconosci subito dallo stile (inconfondibile). Ecco i 5 motivi

Il cineasta di Cincinnati, negli anni, ha mantenuto uno stile di regia ben chiaro e identificabile, nonché un legame quasi indissolubile con John Williams

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

"Io sogno per vivere", una citazione che ha 41 anni ma che sembra ancora attualissima. Quello di Steven Spielberg è davvero il cinema dei sogni, un cinema riconoscibile alla primissima occhiata. Ma anche al primo ascolto, bisognerebbe dire, in virtù del sodalizio pluridecennale tra il cineasta di Cincinnati e John Williams, storico compositore di colonne sonore che sono rimaste incise a fuoco nella memoria collettiva. Un cinema, il suo, fortemente legato alla fantascienza, oltre che al genere d’avventura, in cui gli alieni non sono mai una minaccia, e che in questi giorni si amplia con il recente Disclosure Day. Un cinema che avrebbe potuto influenzare la saga di Harry Potter e portarla su un tracciato difficilmente immaginabile, se non con una certa dose di fantasia. Un cinema che avrebbe potuto dire la sua anche nel franchise di James Bond, incredibile ma vero.

Uno stile di regia ben chiaro: se stai guardando un film di Steven Spielberg te ne rendi conto subito

Guardando trasversalmente il cinema e lo stile di regia di Steven Spielberg, si individuano almeno 5 "spie", 5 indicatori che fanno dire allo spettatore "Ok, questo è un suo film". Il primo, probabilmente traslato dalla sua esperienza di vita, è una presenza quasi costante di problemi irrisolti tra un personaggio e suo padre. Forse derivante dal fatto che i genitori di Steven divorziarono quando lui aveva appena 19 anni. Il secondo riguarda l’uso dei fasci di luce, con cui Spielberg ha sempre amato giocare, per illuminare le scene. Un vero e proprio marchio di fabbrica.

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Il terzo sono le famose "facce di Spielberg", come le ha definite lo scrittore Matt Parches. Una vera e propria firma, per quello che viene chiamato "il maestro della manipolazione del pubblico". Nei suoi film si vedono spesso, infatti, primi piani su occhi spalancati, bocche aperte, sguardi verso l’alto e fuori dalla scena per trasmettere la meraviglia o la paura che il protagonista dovrebbe stare vivendo. Il quarto è la capacità di riprendere sia l’espressione del personaggio che sta vedendo qualcosa, sia quello che sta guardando, senza usare la tecnica del controcampo. Il quinto, come già detto, è il sodalizio creativo con John Williams, iniziato ai tempi de Lo Squalo (1975) e proseguito con l’intera saga di Indiana Jones, con E.T. – L’extraterrestre (1982), Jurassic Park (1993), Schindler’s List (1993) e via discorrendo.

Gli alieni sì, ma mai pericolosi

Un’altra caratteristica del cinema di Spielberg, in particolare riguardante la sua amata fantascienza, è che gli alieni che racconta nei suoi film non sono praticamente mai una minaccia. Teniamo un asterisco su questa affermazione perchè nella sua filmografia compare La Guerra dei Mondi, che però è un remake del film del 1953, a sua volta tratto dal romanzo di H.G. Wells, non esattamente farina del suo sacco. Anche la sceneggiatura di E.T. è di qualcun altro, nel dettaglio di Melissa Mathison, ma la pellicola del 1982 con protagonista il piccolo alieno rientra perfettamente nel discorso che stiamo facendo.

Sia in Incontro Ravvicinati del Terzo Tipo, sia in A.I. – Intelligenza Artificiale o nel già citato E.T., gli alieni entrano nella testa delle persone ma senza costituire un pericolo. Proprio Incontri rappresentò, nel 1977, un punto di rottura incredibile con la fantascienza classica. Già in Ultimatum alla Terra (1953) gli alieni erano dipinti come una forza positiva, ma la pellicola di Spielberg dipinse gli alieni come estremamente diversi dagli umani nella forma e nel linguaggio, eppure desiderosi di entrare in contatto. E.T. è la summa massima di questa poetica, un film in cui un bambino e un alieno diventano amici nonostante l’impossibilità di parlarsi ed entrano in una simbiosi tale per cui uno inizia a stare male se l’altro soffre.

Avremmo potuto avere un Harry Potter o un James Bond immaginati da Steven Spielberg

Prima che Chris Columbus subentrasse alla direzione del primo adattamento live action di Harry Potter e la Pietra Filosofale, il progetto era stato affidato a Steven Spielberg. Una vicenda già nota ad alcuni, e legata alla scomparsa di Stanley Kubrick nel 1999. Spielberg e Kubrick facevano parte dei Movie Brats, quel gruppo di giovani registi che negli anni ’70 portarono alla rinascita di Hollywood. I due erano molto legati e la moglie di Stanley, Christiane Kubrick, e il cognato, Jan Harlan, si rivolsero a lui per portare a termine A.I. – Intelligenza Artificiale, un progetto su cui Kubrick aveva lavorato per anni. Oltre a questo, girare Harry Potter avrebbe voluto dire trasferirsi a Londra per un anno e mezzo, rimanendo separato per lungo tempo dalla moglie e dai figli.

Per quanto riguarda Bond, invece, il rapporto tra lui e Spielberg risale agli anni ’70. Il regista era rimasto folgorato da Licenza di Uccidere (1962), desiderando da quel momento a tutti i costi di girare un film sulla spia inglese. Si era addirittura offerto dopo che Lo Squalo aveva sfondato al botteghino. Albert R. Broccoli, storico produttore di 007, però, gli rispose con un secco no. Medesima situazione quando, anni dopo, Spielberg concesse a Broccoli l’uso delle famose cinque note di Incontri per Monraker. "Gli dissi: facciamo un patto, ti darò il permesso di usare le cinque note se mi farai dirigere un film di Bond. E lui mi disse di no. Comunque le note gliele concessi lo stesso", ha rivelato il diretto interessato in un podcast. Aggiungendo come non gli sia mai stata data una spiegazione del perchè di questa continua porta in faccia per James Bond.


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