Stefano De Martino è sotto assedio, la lista dei corteggiatori per Sanremo 2027 è chilometrica: anche Morandi, Briga e il sogno Måneskin
Da quando Stefano De Martino è diventato il direttore artistico (e il conduttore) di Sanremo 2027, le autocandidature si sono sprecate. Ma qual è davvero la sua posizione?

Non è ancora stata aperta una singola candidatura ufficiale, le selezioni non sono nemmeno convocate da Stefano De Martino, eppure attorno a Sanremo 2027 si è già formata una fila. Lunga, variopinta, e rivelatrice – forse più di quanto i diretti interessati vorrebbero – di come funziona davvero la musica italiana quando sente l’odore di un palco importante.
Il motivo lo conosciamo. Il 27 febbraio scorso, durante la finale di Sanremo 2026, Carlo Conti ha raggiunto Stefano De Martino in platea e, davanti alle telecamere di Rai1, gli ha passato formalmente il testimone. Da quel momento, è diventato il conduttore e direttore artistico del Festival 2027. E subito dopo, il suo nome è diventato il più corteggiato del settore, con tutto ciò che questo comporta, nel bene e nel meno bene.
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppSanremo 2027, è partito l’assalto a Stefano De Martino
Quello che succede nei mesi successivi all’annuncio di un nuovo direttore artistico è una cartina al tornasole di quello che potrebbe accadere nel corso della prossima edizione della manifestazione. Artisti, manager ed etichette si riorganizzano immediatamente attorno alla nuova figura di riferimento, attivando reti informali, coltivando rapporti e talvolta mandando segnali inequivocabili, anche a mezzo stampa. Perché il Festival è una vetrina con un valore mediatico e commerciale che non ha eguali nella musica italiana, e un posto tra i Big può valere una stagione intera di carriera, contratti inclusi.
Il problema è che questo meccanismo ha un lato opaco che viene raramente messo a fuoco perché in un sistema in cui le selezioni passano anche attraverso relazioni personali e dinamiche di prossimità, chi non ha accesso a quei canali parte già con uno svantaggio. Non è certamente una novità del 2027, ma vale la pena ricordarlo ogni volta che la macchina riparte.
Gianni Morandi, il candidato che non si nasconde
Il primo nome forte abbastanza da iniziare a smuovere l’interesse è quello di Gianni Morandi. Il cantante bolognese, che a Sanremo 2026 aveva duettato con il figlio Tredici Pietro nella serata delle cover in Vita, non ha perso tempo. Secondo quanto riportato dal settimanale Oggi, Morandi avrebbe incontrato De Martino di persona e gli avrebbe già fatto recapitare una canzone. "Sono andato a trovarlo, gli ho detto che gli mando una canzone… Lui è entusiasta", avrebbe dichiarato. I due si sono anche ritrovati in una puntata speciale di Affari Tuoi, con Morandi ospite insieme a Jovanotti in un’occasione che, nei fatti, è sembrata un lasciapassare per il palco dell’Ariston.
Ma Gianni Morandi è un caso a parte, e va trattato come tale. Ha 81 anni, una carriera che attraversa sei decenni di musica italiana, e un valore televisivo immediato proprio di poche altre presenze. La sua candidatura è trasparente e pare pure un atto di correttezza. Ma quando il sistema premia così evidentemente la notorietà consolidata rispetto alla qualità del brano, che spazio rimane davvero per chi viene da un percorso diverso?
Briga, la postura del merito
La domanda, per certi versi, riguarda anche Briga, nome d’arte di Mattia Bellegrandi, cantautore romano cresciuto artisticamente ad Amici nel 2015. Il suo percorso verso Sanremo ha già un capitolo alle spalle perché il brano Sognatori, presentato a Conti per l’edizione 2026, non è stato selezionato. La canzone ha trovato comunque visibilità grazie a Fiorello, che la mandò in onda durante La Pennicanza sottolineandone implicitamente il vero valore.
Briga ha dichiarato di voler ripresentarsi con un pezzo nuovo per il 2027 con una posizione che merita attenzione: "Non sono uno che manda gli ‘avvisi’ quando ha la canzone. Mando la traccia e, dovesse meritare, verrà presa". È una dichiarazione di principio rispettabile ma viene da domandarsi quanto sia davvero praticabile in un sistema dove i canali informali pesano quanto – se non più – della qualità intrinseca del materiale.
Il fattore Ferraguzzo
Sul piano organizzativo, uno degli elementi più discussi riguarda la squadra che affiancherà Stefano De Martino. Tra i consulenti del nuovo direttore artistico figurerebbe Fabrizio Ferraguzzo, già manager dei Måneskin negli anni del loro exploit internazionale. La notizia è stata accolta con entusiasmo da chi vede in questo una svolta verso un Sanremo più contemporaneo e internazionale.
Vale però la pena dosare l’ottimismo. Il contributo di un manager – per quanto di talento – si misura sui risultati, non sulle premesse. I Måneskin erano un fenomeno generazionale con una proposta musicale precisa e una capacità performativa fuori scala ma replicare quel tipo di impatto non è questione di know-how manageriale, ma di trovare artisti con quella stessa materia. Se Ferraguzzo aiuterà De Martino a scoprire nuovi talenti o ad aprire davvero il Festival verso orizzonti meno prevedibili, allora il suo ruolo avrà senso. Altrimenti, rischia di essere più un segnale di posizionamento che una scelta sostanziale.
Il silenzio strategico di De Martino
Al netto del movimento che lo circonda, De Martino si è finora mosso con cautela nella comunicazione pubblica sul Festival. Nessuna dichiarazione programmatica sulla lineup ma nemmeno aperture ufficiali verso artisti o etichette. A Che Tempo Che Fa ha detto di avere già un’idea per il Festival e di provare emozione al pensiero di Sanremo, senza aggiungere altro.
È un approccio comprensibile e in parte obbligato, visto che ogni parola viene immediatamente amplificata e interpretata. Ma questo eccesso di understatement potrebbe essere un azzardo, lasciando un vuoto che altri riempiono, spesso con aspettative difficili da gestire. De Martino arriva a questa nomina forte di un anno eccezionale: Affari Tuoi ha dominato l’access prime time Rai con ascolti storici, e la sua credibilità televisiva è alta. Il Festival, però, è un’altra cosa. La conduzione di cinque serate in diretta nazionale con la responsabilità della direzione artistica richiede un tipo di esposizione – e di rischio – che finora non ha ancora affrontato a questo livello. Sarà la prova più difficile della sua carriera televisiva. Ma di questo pare che sia ben consapevole.
Il Festival di Stefano De Martino
C’è una questione che, nel flusso di notizie su candidature e corteggiamenti, tende a sparire. Che Festival ha in mente davvero Stefano De Martino? Quale visione della musica italiana vuole portare sul palco dell’Ariston? Che equilibrio cercherà tra il peso dei big consolidati – i Morandi, i nomi che fanno i numeri – e lo spazio per voci nuove, per proposte meno scontate?
Sono domande legittime, e per ora non hanno risposta. La fila fuori dall’Ariston è lunga e non accenna a diminuire. Ma un Festival si giudica su quello che succede dentro, non su chi ha fatto più anticamera. E su questo, il verdetto è ancora tutto da scrivere.
