Stefano De Martino, la strana idea della serata Eurovision a Sanremo 2027 è solo l'inizio della fine. L'Italia non è la Svezia

Un'idea bizzarra che potrebbe davvero rovinare la risalita del Festival di Sanremo degli ultimi anni: il metodo Stefano De Martino genera già perplessità

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

C’era una volta il Dopoguerra. Un’epoca austera in cui la gente si vestiva bene, andava al Casinò di Sanremo, cenava elegantemente ai tavoli e ascoltava un pugno di canzoni senza l’ansia di dover superare le tre di notte per vedere l’ultimo Big esibirsi. Poi è arrivato il colore, il trasferimento all’Ariston e, soprattutto, un palinsesto praticamente assediato. Oggi, Sanremo non è più un concorso canoro. È un monumento all’esaurimento nervoso, un sistema collaudato e autosufficiente in cui la musica è solo un fastidioso intermezzo tra uno spot della pasta e un monologo strappalacrime su un qualche trauma esistenziale.

Prendiamo l’edizione 2026 targata Carlo Conti. Spostata alla fine di febbraio per evitare di disturbare le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina (giustamente, un dramma alla volta), ha raggiunto vette di sadismo fisiologico mai viste prima. Con orari di chiusura sistematicamente compresi tra l’una e le due di notte, il Festival è quasi un sequestro di persona, una maratona di resistenza per un pubblico italiano ridotto allo stato di zombie pur di scoprire l’andamento delle classifiche parziali.

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Sanremo, il fallimento dell’intelligenza artificiale

Ma la vera perversione del progresso non è stata la durata, bensì il delirio scenotecnico. Nel 2026 l’Ariston è diventato un incrocio tra Cape Canaveral e un luna park di periferia, grazie a un imponente sipario motorizzato a dieci lamelle alto otto metri, una tenda cinetica tridimensionale calata dall’alto alla folle velocità di un metro al secondo – ottima per ghigliottinare i coristi in ritardo – e un sistema di spazializzazione sonora dell’orchestra a dodici canali indipendenti, utile – immagino – ad amplificare i sospiri d’ansia dei direttori d’orchestra.

Il capolavoro della stagione, però, è stata la controversa sperimentazione dell’Intelligenza artificiale applicata in tempo reale sul maxischermo del teatro. Un algoritmo era stato progettato con l’unico, nobilissimo scopo di trasformare i volti della platea in caricature digitali di paperelle gialle. Naturalmente, la tecnologia ha fatto violentemente a pugni con l’impianto luci televisivo dell’Ariston. Il risultato è stato un disastro visivo che i tecnici chiamano in gergo "boiling", ovvero la bollitura dei contorni, e che il pubblico a casa ha vissuto come un’allucinazione notturna. Quando il Festival smarrisce la propria bussola per far bollire delle paperelle digitali sullo schermo, capisci che abbiamo superato il punto di notturno non ritorno.

Stefano De Martino e il "corpo estraneo" del 2027

Eppure, il peggio deve ancora venire. Come se non bastasse la frittura di pixel dell’ultima edizione, le indiscrezioni diffuse da Dagospia ci dicono che per il 2027 il nuovo messia dell’Ariston, Stefano De Martino, coadiuvato dal direttore musicale Fabrizio Ferraguzzo, starebbe preparando il delitto perfetto. Spinto dalle multinazionali discografiche e dalla FIMI, il piano era quello di eliminare la storica e popolarissima serata del venerdì, proposito poi saltato già alle prime battute. Verrà però inserito un blocco di cemento armato, una serata interamente riservata alla selezione del rappresentante italiano per l’Eurovision Song Contest.

L’obiettivo sarebbe quello di "spacchettare" la vittoria, istituendo due percorsi competitivi paralleli e indipendenti all’interno della medesima kermesse. Da una parte avremo il vincitore della "Serata Eurovision", che otterrebbe la designazione diretta per la rassegna europea organizzata dalla EBU; dall’altra il vincitore generale del Festival di Sanremo, che si aggiudicherebbe il tradizionale leoncino d’oro ma senza l’obbligo o la facoltà automatica di rappresentare il Paese all’estero. Così si alleggerirebbe il cast dei Big, ipotizzando una riduzione da 30 a un numero più umano di 24 o 26 artisti, e per tutelare i cantanti affermati che comprensibilmente tremano all’idea di legare la propria immagine a un doppio verdetto. Gli analisti e i media specializzati, dotati di un briciolo di lucidità, l’hanno immediatamente etichettata come un disastro annunciato, perché inserire un simile blocco tematico all’interno della liturgia delle cinque serate spezzerebbe irreparabilmente la gara principale.

Senza lo sviluppo orizzontale delle canzoni in competizione, la serata Eurovision si trasformerebbe in una sfilata nostalgica di vecchi vincitori internazionali o in una vetrina promozionale della EBU. Un simile corpo estraneo verrebbe percepito dal pubblico italiano come un gigantesco riempitivo senza mordente, un’operazione transnazionale calata dall’alto sulla pelle e sui tempi del telespettatore.

Ridateci Geolier

Perché noi non guardiamo Sanremo per la musica pura. Lo guardiamo perché è una pentola a pressione alimentata dal televoto, dalle polemiche giornalistiche e dalla progressiva rivelazione dei verdetti. La serata del venerdì non ha mai svolto una funzione riempitiva; al contrario, è sempre stata un formidabile catalizzatore di conflitti culturali e generazionali.

Il caso del Festival del 2024 costituisce l‘esempio più emblematico di questa dinamica. La vittoria nella serata cover del rapper napoletano Geolier, esibitosi in un medley con Guè, Luchè e Gigi D’Alessio, provocò una reazione di aperta ostilità da parte del pubblico in sala, culminata in clamorosi fischi e nell’abbandono del teatro da parte di una fetta di spettatori benpensanti che auspicava il trionfo di Angelina Mango con La Rondine. Quella frattura tra il massiccio orientamento del televoto popolare, che pesava per il 34% del totale, e il giudizio conservatore delle giurie della Stampa e delle Radio, arroccate ciascuna sul proprio 33%, è l’essenza stessa dell’attrito sanremese.

Il dramma, la contrapposizione geografica, la contestazione della critica musicale e la reazione polarizzante dei social network costituiscono l’architettura invisibile che tiene incollato il Paese allo schermo fino a tarda notte, quindi sostituire questo scontro antropologico (per così dire) con un’asettica vetrina istituzionale dell’Eurovision finirebbe per disinnescare l’unico vero motore del Festival, trasformando un evento culturale vivo in un freddo format di importazione.

L’eccezionalismo italico, noi non siamo la Svezia

Il tentativo di piegare Sanremo alle logiche europee mette in evidenza una profonda incomprensione delle differenze che intercorrono tra il modello italiano e le finali nazionali del Nord Europa, prima fra tutte il celebre Melodifestivalen svedese. Il modello scandinavo è una competizione televisiva interamente sussidiaria all’Eurovision. Le canzoni svedesi vengono selezionate e prodotte all’interno di "songcamps" specificamente orientati a intercettare il gusto standardizzato della rassegna continentale, rispettandone scrupolosamente i limiti strutturali, come il tetto massimo di sei persone sul palco, il divieto di utilizzare strumenti dal vivo e l’obbligo di basi musicali registrate. Per la Svezia, il festival nazionale è semplicemente uno strumento tecnico per selezionare il pacchetto pop più competitivo per il mercato globale.

Sanremo si colloca su un piano diametralmente opposto, essendo un’istituzione culturale sovrana e lo specchio sociale del Paese, nonché il baricentro attorno a cui ruota l’intera industria musicale nazionale. Le canzoni in gara all’Ariston devono essere inedite e rigorosamente in lingua italiana o in dialetto, concepite per il mercato domestico e non per l’omologazione transnazionale. Perfino il legame con l’Eurovision è storicamente accessorio: il regolamento italiano prevede solo che al vincitore della sezione Campioni venga offerta una "prima opzione" di partecipazione non vincolante. In caso di rinuncia dell’artista, regolata dalla consegna formale di un modulo di accettazione entro la mattina precedente la finale, la Rai si riserva la facoltà discrezionale di individuare un sostituto scorrendo la classifica generale.

Questa differenziazione stilistica è supportata da studi musicologici quantitativi che, utilizzando la metrica del coefficiente di correlazione d’ordine di Spearman per valutare la coerenza delle classifiche, unita all’analisi di beats per minute e danceability, dimostrano come la produzione di Sanremo mantenga una fisionomia acustica complessa, sorretta da un’orchestra sinfonica dal vivo che nel 2026 contava ben 56 elementi, storicamente distante dal pop sintetico tipico dell’Eurovision.

Questa complessità, lungi dal penalizzare l’Italia, si è rivelato la chiave del suo successo internazionale. Quando inviamo canzoni nate per il mercato interno e non alterate da velleità di standardizzazione, otteniamo risultati eccezionali. Si pensi alla vittoria dei Måneskin nel 2021 o al quinto posto conquistato a Vienna nel 2026 da Sal Da Vinci con Per sempre sì. Nonostante le aspre critiche di una parte della stampa musicale specializzata, che aveva bollato il brano come un’operazione nostalgica e sfacciatamente kitsch, il pubblico europeo e la giuria internazionale hanno premiato l’autenticità neomelodica italiana con 281 punti totali, garantendo alla Rai il nono anno consecutivo nella Top 10 dell’Eurovision e un picco d’ascolto record di quasi 6,7 milioni di telespettatori su Rai1.

Giù le mani da Sanremo

La forza storica del Festival di Sanremo è proprio nella sua indivisibilità. Il meccanismo che lega la vittoria sul palco dell’Ariston al diritto di viaggiare in Europa è un formidabile acceleratore di interesse, poiché conferisce a un evento squisitamente nazionale una proiezione geopolitica e internazionale immediata. Quindi, isolare l’Eurovision in uno show-blocco parallelo all’interno della stessa settimana festivaliera produrrebbe una serie di effetti collaterali deleteri per la tenuta del programma.

In primo luogo, si assisterebbe alla perdita del crescendo emotivo fino alla finale, poiché la serata dedicata a Eurovision interromperebbe la gara in modo netto e con potenziale calo di pubblico, introducendo un format freddo e privo di attinenza con la classifica dei Big.

In secondo luogo, la creazione di due vincitori distinti finirebbe per depotenziare la portata della vittoria finale di Sanremo, svalutando il Leone d’Oro e generando un’ambiguità strutturale nel pubblico che ridurrebbe l’appeal della serata del sabato. Infine, si rischierebbe il rigetto da parte degli spettatori lineari che, come insegna la storia della televisione, hanno sempre punito i tentativi di istituire selezioni ad hoc o commissioni separate per l’Eurovision, percependo tali operazioni come meri riempitivi promozionali privi di anima.

La televisione pubblica dovrebbe difendere l’eccezionalismo culturale di Sanremo dalle spinte centrifughe delle major discografiche e dalle tentazioni di omologazione transnazionale. Solo preservando la natura della gara dei Big, insieme al televoto selvaggio, alle polemiche notturne e ai verdetti integrati, Sanremo potrà continuare a tenerci svegli per cinque serate all’anno.


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