Spider-Man: Brand New Day è un doloroso dramma psicologico sulla solitudine di Peter Parker

Il prezzo emotivo dell'incantesimo di Doctor Strange: la disperata ricerca di una riconnessione con il mondo

Andrea Aurora

Andrea Aurora

SEO Specialist & Copywriter

SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Peter Parker muore

Ok, assodato che stiamo parlando di un film che vede al centro superpoteri e tante altre cose decisamente poco credibili nella quotidianità, sotto la superficie di Spider-Man: Brand New Day c’è molto di più. I fan di vecchi data avranno già analizzato tutti questi aspetti ma gli spettatori occasionali è possibile si siano persi la sottotrama, che è forse più importante della trama stessa. L’ultimo capitolo dell’Uomo Ragno è una storia che potremmo definire clinica, quasi da manuale, su cosa succede a una persona che si isola completamente per proteggere chi ama.

Attenzione, spoiler

Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp

Entra nel canale WhatsApp

Sono passati quattro anni dall’incantesimo di Doctor Strange che ha cancellato Peter Parker dalla memoria di tutti, e il film prende sul serio, finalmente, il prezzo psicologico di quella scelta: MJ e Ned hanno costruito una vita senza di lui, zia May non c’è più, e Peter vive da solo, senza rete affettiva di nessun tipo, trasformando Spider-Man nell’unica identità che sente ancora di meritarsi. Per certi aspetti, e non è un dettaglio da poco, significa che il protagonista di questo film non ha semplicemente perso delle relazioni, ha smesso di considerarsi degno di averne.

Peter Parker è morto: quando il lavoro diventa l’unica cosa che ti resta

C’è una frase, pronunciata dalla detective Jean DeWolff, che funziona quasi come chiave di lettura dichiarata dell’intero film: una vita dedicata solo al dovere, senza amici né affetti, alla lunga logora e ammala l’anima. Peter combatte il crimine a tempo pieno, supporta sempre la polizia (seppur non sempre come al solito), riempie ogni ora della giornata di missioni… più di un critico ha notato come, in questa fase, abbia rifiutato qualsiasi possibilità di guarigione, trasformando la violenza nel linguaggio attraverso cui continua a punire il mondo e se stesso.

È un meccanismo psicologico che chiunque abbia attraversato un lutto complicato o una perdita improvvisa riconoscerà facilmente: riempirsi di impegni, di scadenze, di missioni da compiere (i titolari delle palestre ne sanno qualcosa), non perché servano davvero, ma perché il movimento continuo impedisce di fermarsi abbastanza a lungo da sentire il vuoto. Peter non si sta prendendo cura di New York, sta impedendo di elaborare quello che ha perso.

Il ragno che logora da dentro

Ed è qui che il film fa una scelta narrativa piuttosto raffinata, seppur secondo me troppo poco enfatizzata: invece di limitarsi a raccontare l’isolamento psicologico di Peter attraverso dialoghi e sguardi malinconici, lo trasforma in mutazione fisica. Nel corso del film i poteri di Spider-Man cominciano a evolvere in una direzione instabile e sempre meno controllabile: ragnatela organica, sensi affinati oltre il normale, comportamento sempre più legato a istinti animali, occhi che in certe scene diventano completamente neri, come se qualcos’altro stesse prendendo il sopravvento sulla sua mente.

La costruzione richiama esplicitamente "The Other", una delle saghe a fumetti più oscure dedicate al personaggio, in cui Peter, dopo essere quasi ucciso da un predatore soprannaturale, rinasce da un bozzolo con capacità molto più vicine a quelle di un vero animale che a quelle di un supereroe tradizionale. Psicologicamente parlando, è una metafora quasi da manuale! Infatti, quando un essere umano deve elaborare il proprio dolore ,si isola completamente dagli altri e la parte meno regolata di sé tende a prendere il sopravvento. Non è un caso che questa trasformazione aumenti proprio mentre Peter si allontana sempre di più da chiunque potrebbe aiutarlo a restare ancorato alla propria umanità. Il corpo, in un certo senso, comincia a raccontare quello che la mente si rifiuta di ammettere.

La vera importanza dell’incontro tra Peter e Bruce Banner

C’è un dettaglio, apparentemente solo funzionale alla trama, che invece dice molto sul film: quando Peter si accorge di non riuscire più a controllare quello che gli sta succedendo, non prova a risolvere il problema da solo – si rivolge a Bruce Banner, sperando che lo scienziato possa aiutarlo a capire, e forse contenere, la propria trasformazione. È una scelta narrativa intelligente proprio perché psicologicamente sensata: Bruce Banner non è solo un genio della biochimica, è letteralmente l’unico altro personaggio nel Marvel Cinematic Universe che ha passato la vita intera a convivere con una parte di sé più bestiale, più pericolosa, apparentemente incontrollabile. Chiedere aiuto a lui non significa cercare una cura tecnica: significa, per la prima volta nel film, ammettere di avere bisogno di qualcuno che abbia già attraversato lo stesso tipo di paura. Seppur in modo abbastanza nascosto, è forse il gesto più maturo che Peter compie in tutto il film – ben più significativo di qualunque scena di combattimento: riconoscere che l’isolamento totale non è una strategia sostenibile, nemmeno per chi ha superpoteri.

La perdita di MJ e il dolore di non essere ricordato da nessuno

Il rapporto con MJ, interpretata da Zendaya, resta probabilmente il nucleo emotivo più doloroso del film, in molti lo hanno paragonato al modo in cui Guardiani della Galassia Vol. 3 gestisce il rapporto tra Star-Lord e una Gamora tornata dal passato, identica nell’aspetto ma priva di ogni ricordo condiviso. È una forma di lutto non molto raccontata al cinema, mi viene in mente ad esempio Le pagine della nostra vita (anche se i motivi in quel caso erano ben diversi).

Qui infatti non si tratta di una canonica perdita della persona amata, ma la perdita della memoria condivisa. Lei stessa continua a esistere, viva, sorridente, felice, semplicemente altrove, in una vita che non include più te. Provate ad immedesimarvi per capire quanto possa essere logorante. Peter la osserva da lontano sapendo che riavvicinarsi significherebbe, potenzialmente, riesporla al pericolo – ma dietro quella giustificazione nobile si nasconde anche qualcos’altro, più semplice e più umano: la paura di scoprire fino in fondo quanto la sua assenza abbia smesso di pesare nella vita di lei. Amare qualcuno che non ti riconosce più è forse una delle condizioni emotive più vicine al lutto che esistano, pur senza che nessuno sia effettivamente morto.

Ned, l’amico che non sa di essere stato il migliore

Con Ned, interpretato da Jacob Batalon, la ferita ha una consistenza diversa ma altrettanto di peso. Non è la storia d’amore interrotta, è l’amicizia cancellata: quella complicità quotidiana, quel senso di squadra che teneva insieme l’identità segreta di Peter fin dai tempi del liceo, ridotta oggi a un ricordo che vive soltanto in una delle due persone coinvolte. Ogni incontro tra loro, per Peter, porta con sé la piena consapevolezza di cosa è stato perduto, mentre per Ned si tratta semplicemente dell’incontro con uno sconosciuto. È una solitudine ancora più silenziosa di quella vissuta con MJ, perché priva persino della parte romantica che potrebbe giustificarla agli occhi di uno spettatore distratto: qui resta soltanto la pura e gratuita perdita di una vicinanza che nessuno dei due può reclamare, perché uno dei due non sa nemmeno che ci fosse qualcosa da reclamare.

Il momento in cui l’isolamento smette di funzionare

Verso il finale, quando Frank Castle spara nel tentativo di colpire Jean Grey, è il senso di ragno di Peter a farlo intromettere, prendendosi il colpo al posto della ragazza. Ridotto in condizioni critiche, viene portato in ospedale mentre Jean stessa usa i propri poteri per tenerlo in vita – e al suo risveglio scopre che una folla si è radunata fuori per sostenere Spider-Man, spingendo Frank a indossare temporaneamente il costume pur di proteggere la sua identità segreta e permettergli di allontanarsi inosservato.

Sempre restando sul filone di questo articolo, se volessimo chiudere il cerchio, questa è la vera risposta psicologica a tutto il film: nonostante l’isolamento scelto, nonostante anni passati a convincersi di dover restare solo per il bene di tutti, le persone si presentano comunque, quando conta davvero. Peter passa l’intero film convinto che la propria solitudine sia l’unico modo per proteggere chi ama. Il film, con questa scena, sembra suggerirgli – e suggerirci – l’esatto contrario: che la connessione con gli altri, per quanto rischiosa, resta comunque più forte di qualunque incantesimo pensato per cancellarla.


Potrebbe interessarti anche