Sigfrido Ranucci: "La paura mi accompagna sempre, ho pensato di fermarmi. Il sacrificio più grande? Non aver seguito abbastanza i miei figli"

Il conduttore di Report a Libero Magazine parla del suo spettacolo, 'Diario di un trapezista', e del dietro le quinte della vita di un giornalista di inchiesta.

Mara Fratus

Mara Fratus

Giornalista

Nella mia vita non possono mancare, il silenzio, il mare e Il Libro dell'inquietudine sul comodino, insieme a un romanzo di Zafon.

Dopo il successo delle date dello scorso gennaio, tutte sold out tra Cagliari, Sassari e Oristano, Sigfrido Ranucci torna in Sardegna con Diario di un trapezista (sabato 11 luglio a Lo Quarter di Alghero e domenica 12 luglio all’Anfiteatro Mario Ceroli di Porto Rotondo), lo spettacolo che affianca al racconto delle grandi inchieste una riflessione più personale sul prezzo dell’informazione libera, sulle fragilità, sulle scelte e sul senso della responsabilità. Sul palco, il giornalista e conduttore di Report accompagna il pubblico dietro le quinte del suo lavoro, tra episodi professionali e momenti di vita privata, offrendo uno sguardo inedito sulla sua esperienza.

Il suo spettacolo Diario di un trapezista, in scena in questi giorni a teatro, approda nuovamente anche in Sardegna. Perché ha scelto proprio la figura del trapezista come metafora?

Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp

Entra nel canale WhatsApp

«La teoria del mio ‘padre’ professionale Roberto Morrione, era quella di dire che quando diventi l’obiettivo di qualcuno devi passare all’altro trapezio, proprio come fa il trapezista. In pratica, quando realizzi un’inchiesta che colpisce determinati interessi, devi farne subito un’altra ancora più incisiva e forte. Così spiazzi tutti, cambi l’obiettivo e diventi più difficile da colpire.»

Sul palco racconta anche se stesso oltre alle inchieste. È stato più difficile esporsi come uomo più che come giornalista? Oppure il confine tra le due dimensioni non esiste?

«No, non esiste. Quando interpreti questo mestiere in una certa maniera non c’è distinzione. Sono le scelte, più che le qualità delle persone, a determinarne il destino e a condizionarne la vita. Anche le scelte non fatte. Quando vivi il giornalismo in questo modo, il confine scompare e c’è un continuo passaggio tra la dimensione professionale e quella personale.»

C’è un passaggio dello spettacolo che la emoziona particolarmente?

«Sicuramente quelli che riportano indietro la memoria. La memoria è un incubo per chi la teme e una risorsa per chi la possiede. Mi emoziona tornare indietro nella mia vita personale, ma anche al 1963, quando racconto di una lettera scritta da un pensatore tedesco al figlio di uno sterminatore nazista condannato a morte in Israele. È una riflessione sul senso della responsabilità e sull’onore. Quando si toccano aspetti del passato che hanno un significato così forte nel presente, l’emozione è inevitabile.»

Che cosa scopre il pubblico a teatro di Sigfrido Ranucci che normalmente non emerge in televisione?

«Sicuramente le fragilità. E poi tutto il dietro le quinte delle inchieste, che spesso è persino più interessante delle inchieste stesse. Permette di capire qual è il vero prezzo da pagare quando si cerca di fare un’informazione libera.»

Se il pubblico dovesse uscire dal teatro portando con sé una sola domanda, quale vorrebbe che fosse?

«La sensazione che il pubblico mi restituisce dopo lo spettacolo è quella che mi colpisce di più. In tanti mi dicono che entrano a teatro e ne escono diversi. Lo spettacolo fa pensare, commuove, fa ridere, ma soprattutto induce a riflettere. Quando qualcuno mi dice di essere uscito cambiato, sento che il messaggio è arrivato.»

C’è un consiglio ricevuto da un genitore, da un insegnante o da una figura importante che ancora oggi guida il suo lavoro?

«Quello del rigore e di non avere paura delle notizie, qualsiasi esse siano. L’insegnamento più grande è stato quello di rispettare il pubblico e di considerare come unico riferimento chi paga il canone.»

Qual è l’aspetto del suo carattere che le ha creato più problemi e, allo stesso tempo, quello che le ha permesso di arrivare fin qui?

«È sempre lo stesso: la caparbietà e l’indipendenza.»

Quanto conta l’intuito e quanto conta l’ossessione nel giornalismo d’inchiesta?

«L’ossessione va evitata perché porta a commettere errori. L’intuito, invece, è fondamentale: è una dote naturale che si può affinare nel tempo, ma resta qualcosa che appartiene alla persona.»

Dopo tanti anni di lavoro c’è ancora qualcosa che riesce a sorprenderla?

«Mi sorprende ancora la cattiveria delle persone, l’indifferenza davanti ai genocidi, alle disuguaglianze, alle violenze. Quello che non tollero è vedere persone che si adagiano e non si ribellano alle ingiustizie. È qualcosa che continua a indignarmi e a sorprendermi.»

Qual è la differenza tra il coraggio e l’incoscienza nel suo mestiere?

«Bisogna avere il coraggio di continuare a praticare una certa dose di incoscienza, soprattutto oggi, quando tutto è più complicato e le reazioni possono essere violente, punitive e vendicative. Spesso non colpiscono direttamente te, ma la tua dignità, la tua famiglia, la tua serenità economica. È qualcosa che vediamo accadere da anni, anche ai miei collaboratori, e che mi indigna profondamente.»

Molti vedono il risultato finale di un’inchiesta, ma non il costo umano che c’è dietro. Qual è stato il sacrificio più grande che il giornalismo le ha chiesto?

«Sicuramente quello di non seguire abbastanza i miei figli e di non poter stare vicino ai miei genitori negli ultimi anni della loro vita.»

Ha mai pensato di fermarsi?

«Sì, tante volte.»

Esiste un momento in cui ha avuto davvero paura?

«La paura è un sentimento che mi accompagna sempre. Poi, quando stai facendo un’inchiesta, scatta una sorta di anestesia. Penso spesso, ad esempio, agli operatori che si trovavano nella Basilica di Assisi durante il terremoto e che rimasero lì a documentare il crollo della volta. In quei momenti avverti il privilegio di essere gli occhi del pubblico, un testimone unico. È questo che ti spinge ad andare avanti.»

Ci si può proteggere dall’idea che un’inchiesta possa mettere a rischio la serenità propria e della propria famiglia?

«Credo che sia inevitabile. Puoi prendere tutte le precauzioni possibili, ma non esiste un modo per stare davvero tranquilli.»

Quanto è difficile trasformare un’esperienza traumatica, come quella dell’attentato, in una testimonianza pubblica?

«Non ho fatto fatica. Ho ricevuto una manifestazione di affetto enorme e spontanea. La difficoltà, semmai, è sorridere davanti a forme di solidarietà quando sai che dietro alcune di esse c’è ipocrisia.»

Se non fosse diventato giornalista, quale vita avrebbe voluto vivere?

«Avrei fatto l’insegnante.»

Di quale materia?

«Italiano e storia. Insegnavo già queste discipline.»

Che cosa significa oggi essere veramente liberi di informare nel 2026?

«Significa mantenere la propria identità, la propria coerenza e la propria indipendenza. Significa essere disposti a pagare un prezzo, anche molto alto. Il potere non ha bisogno di ucciderti per dimostrare di essere potere: gli basta farti percepire che potrebbe farlo in qualsiasi momento.»


Potrebbe interessarti anche