Netflix, il remix di Raffaella Carrà con George Clooney. Stroncatura di Shel Shapiro: "Non mi piace"

Intervista al cantante londinese che nel 1974 ha composto, arrangiato e prodotto Rumore. La nuova versione, firmata da Mark Ronson, è nel film Jay Kelly

Luca Burini

Luca Burini

Giornalista

Nato a inizio estate 1987, volevo fare il cantautore. Poi la vita mi ha portato a sfogare la voglia di comporre altrove.

Mark Ronson l’ha fatto di nuovo. Il dj e produttore londinese, diventato famoso a livello globale grazie alla sua collaborazione con Amy Winehouse, ha remixato un altro classico della musica italiana dopo il successo del suo rework di Ancora Ancora Ancora di Mina nel 2023. Dalla Tigre di Cremona Ronson è passato a Raffaella Carrà. "È uno dei migliori inni dell’Italo Disco", scrive lui sul suo profilo Instagram taggando Marlon Hoffstadt e Andrew Wyatt che hanno collaborato al progetto. "Abbiamo remixato la meravigliosa Rumore per il capolavoro di Noah Baumbach Jay Kelly (film presentato in anteprima alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e ora disponibile su Netflix, ndr). Grazie a George Clooney per aver interpretato, ballato e aver avuto un crollo mentale nel nostro video musicale".

Una notizia che, stranamente, nel nostro Paese è passata, al momento, inosservata. Di solito, tutto ciò che riguarda Raffaella Carrà guadagna facilmente titoli sui giornali, trend sui social e servizi nei tg nazionali. L’iconica Rumore è uscita nel 1974. È rimasta in top 10 per settimane ed è risultata il quarto brano più venduto quell’anno diventando una delle maggiori hit della cantante e conduttrice. "Sono sorpreso e contento. Ha un ritmo incredibile. Bel lavoro", ci fa sapere Guido Maria Ferilli che ha composto il brano. Di tutt’altra opinione è il cantante Shel Shapiro che è accreditato come arrangiatore e produttore del brano: "Non mi piace. L’ha snaturata", sentenzia.

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DOMANDA: Bocciatura netta?
RISPOSTA: Aveva un aspetto tribale che è andato completamente perso. Hanno preso solo il "Na, na, na, na, na, na, na, na". Trovo che dell’originale ci sia poco o niente. Mi sembra poco trascinante e troppo computerizzata. È solo un’operazione di sfruttamento del nome.

Un’operazione di cui eri a conoscenza?
No, l’ho scoperto grazie alla tua chiamata. Non sono tenuti ad avvisarci. Lo scopriamo quando arrivano i bonifici della SIAE (la società che raccoglie i diritti d’autore, ndr).

Però iniziative del genere rimettono in circolo e in classifica le canzoni.
Sicuramente. Ma rimango della mia idea su questo remix di Mark Ronson. La versione originale di Rumore era fantastica. Questo remix non lo è.

Torniamo allora al 1974. Come e quando sei entrato nel processo di creazione della canzone?
Andrea Lo Vecchio (autore del brano, ndr) scriveva i testi di molte delle mie canzoni. Mi arrivò l’idea di Rumore. Ci chiudemmo in una stanzetta con un pianoforte lui, Ferilli ed io. Ho aggiunto delle cose qui e là a quello che avevano fatto loro. E, dopo un’oretta, siamo usciti con il risultato finale.

Tu, però, non sei accreditato come compositore.
All’epoca c’erano già tanti miei brani sul mercato. Non volevo sembrare il lupo mannaro che si mangia tutto.

A questo ci arriviamo a breve. Ti aspettavi il successo che poi Rumore ha avuto?
Sai, ci sono canzoni che una volta finite dici: "Bella, voglio riascoltarla". Altre ti fanno dire: "Bella, ma non me frega un cazzo".

Rumore è nella prima categoria.
Sì. Pensa che quando abbiamo registrato il provino che poi è stato sottoposto a Raffaella abbiamo iniziato verso le 9. Io avevo già una fotografia in testa di come dovesse venire. Ci piaceva talmente tanto che abbiamo fatto le 4 del mattino senza accorgercene.

E questo provino poi come è arrivato alla Carrà?
Tramite Alfredo Cerruti (storico discografico, oltre che fondatore degli Squallor, ndr). Lui si è messo in contatto con Gianni Boncompagni che era, tra le altre cose, il compagno di Raffaella.

"Siamo andati a registrarla a Milano e Shel Shapiro, il produttore me l’ha fatta cantare due toni sopra, due giorni e alla fine ero senza voce", ha detto la Carrà in un’intervista.
Sì. Si lamentava, scherzosamente, del culo che le ho fatto per cantarla in questo modo.

Un anno dopo hai firmato un altro brano per lei. Male. Ce ne sono stati altri?
Non mi pare.

La Carrà però non è l’unica signora della musica per cui hai scritto. È difficile lavorare con le dive?
No. Se ci sono degli atteggiamenti particolari, sono quelli che poi fanno in modo che il personaggio funzioni. Quindi li accetti. Ci possono essere delle differenze di vedute, quello sì. E lì devi essere bravo a convincere l’artista che la direzione che vorrebbe prendere, magari, non è quella giusta.

Tra le altre, ha lavorato anche con Ornella Vanoni.
Eravamo amici molti anni fa. Lei era legata alla mia prima moglie. Insieme abbiamo fatto la canzone Stupidi, con il testo di Paolo Limiti. Era molto brava, ma eravamo molto diversi. Lei era molto classica, io più disintegratore. Rispetto ad altre colleghe ha un repertorio molto più lineare.

Sicuramente molto più lineare rispetto a quello di Patty Pravo. Per lei ha scritto brani come Non ti bastavo più e Un po’ di più. Entrambi molto amati dai fan.
Non ti bastavo più è una perla.

Siete rimasti in contatto?
In contatto sì. Capita che ci si senta. Mi dice di passare a Roma ogni tanto. Poi però quando uno è a Roma è lì per fare altro e finisce che non ci si vede mai.

Patty Pravo è tra gli artisti in gara a Sanremo 2026. Hai visto il cast?
Sì. Non ho un’opinione chiara perché molti non li conosco. Ma poi non sono troppi? 30 big e quattro giovani. Un po’ un ipermercato.

Beh, quando hai partecipato nel 1967 coi The Rokes non era tanto diverso. C’erano 30 brani in gara in doppia esecuzione. Solo che in finale ne arrivavano la metà.
Non ricordavo fossimo così tanti. Eravamo in coppia con Lucio Dalla che era proprio agli inizi. Cantavamo Bisogna saper perdere. Sai in quanti vedevano la finale all’epoca?

No, ma immagino tantissimi.
28 milioni di telespettatori. Oggi se fai la metà di quei numeri ti devono fare una statua.

Già. Non c’era però concorrenza. Hai più riprovato a partecipare a Sanremo?
Sì. E credo mi siano state rifiutate almeno due o tre canzoni molto belle.

Di recente?
Negli ultimi sei, sette anni.

Perché non ti hanno preso?
Sono un po’ scomodo, forse. Sono un polemico. Non sto zitto. Dico sempre quello che penso. Un grande errore per chi fa questo lavoro. A meno che non tu non sia famosissimo, allora lì tutto è permesso.

Anche il fatto di non avere una major alle spalle avrà il suo peso.
Quello certo. Poi ho anche un’età che non attrae le multinazionali. Preferiscono i 16enni così possono guadagnare. È comprensibile, ma non è necessariamente così che la musica bella sopravvive.

Tornando a Mark Ronson. Siete entrambi londinesi. Lo conoscevi già prima del remix di Rumore?
Lui sicuramente è uno che ha fatto delle cose belle. Basterebbe anche solo Back to black, l’album meraviglioso che ha prodotto per Amy Winehouse. Mi sembra impossibile che il remix che ho sentito sia della stessa persona che ha prodotto Back to black.

In cosa è impegnato Shel Shapiro in questo periodo dopo il disco dello scorso anno?
Sto lavorando a uno spettacolo, una specie di concerto teatrale che debutterà nei prossimi mesi. Scritto con Walter Veltroni e con testi di Andrea Purgatori e Edmondo Berselli.

C’è qualcuno per cui vorresti scrivere brani oggi?
Sai che io non ho mai scritto per nessuno? Scrivevo e scrivo per me. E poi capivo chi avrebbe potuto interpretare quella canzone piuttosto che un’altra. Di cantanti che trovo interessanti ce ne sono tantissimi. Ti faccio due nomi: Levante e Madame.

Prima hai detto di non aver firmato Rumore perché eri già sul mercato con altri pezzi. Una delle critiche che viene fatta alla musica mainstream italiana di oggi è che sono sempre gli stessi nomi che scrivono. Non è sempre stato così però? Gli autori di successo del momento vengono chiamati un po’ da tutti.
La mia impressione è che ci fosse un approccio diverso negli Anni ’70. Mi sembrava che fosse un lavoro più artigianale. Oggi mi pare molto industriale, molto omologato. Si assomigliano un po’ tutti.

Prima di salutarci, tra i tanti brani che hai scritto ce n’è uno che meriterebbe un rilancio oggi? Magari con un’operazione che non lo snaturi.
Qualche anno fa Irene Grandi aveva fatto la cover di E poi di Mina. Oltre a quella, per Mina ho firmato anche Giorni. Nonostante non sia stato uno dei suoi singoli di maggior successo mi dicono che sulle piattaforme fa buoni numeri rispetto agli altri brani dell’album in cui è inserita (su Spotify la versione contenuta in Mina con bigné è sopra ai 3 milioni, ndr). Forse quella.


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