Sebastiano Somma: "Con mia figlia sul set c'è una sintonia bellissima, come nella vita reale. Albertazzi e Proietti due mostri sacri" - Intervista

Intervista esclusiva a Sebastiano Somma: il premio a Cinemagia, l'amore per il teatro, i ricordi con Albertazzi e Proietti e il debutto della figlia in Mare Fuori.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Trionfatore alla quinta edizione di Cinemagia con il premio come miglior attore e miglior film per La partita delle emozioni, Sebastiano Somma si racconta in questa intervista esclusiva senza filtri. Dalla riflessione sulle difficoltà dei giovani nel raccontarsi e mostrare le proprie fragilità alla magia del cinema indipendente, passando per la gioia di aver lavorato al fianco della figlia e il racconto del suo debutto nell’amato fenomeno tv Mare Fuori. Ma anche l’amore viscerale per il teatro, considerato un’ancora di salvezza mai abbandonata, l’incontro con mostri sacri come Giorgio Albertazzi, Gigi Proietti e Pupi Avati, e una maturità artistica che oggi gli permette di scegliere progetti autentici e liberi da condizionamenti.

Il trionfo a Cinemagia e la forza del cinema indipendente

Alla quinta edizione di Cinemagia hai vinto il premio come miglior attore per La partita delle emozioni, un’opera che si è aggiudicata anche il riconoscimento come miglior film. Hai ritirato il premio insieme a produttore fiorentino Matteo Cichero, ti aspettavi questo risultato e cosa ricordi di quella serata di circa dieci giorni fa?

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Sinceramente non mi aspettavo né l’uno né l’altro premio. È un film molto semplice, ma evidentemente ha colpito proprio per il suo messaggio. In concorso c’erano anche altri titoli interessanti, ma la forza di questo progetto sta tutta nella sua idea drammaturgica. È la storia di un professore che decide di scavare nel mondo delle emozioni dei suoi giovani allievi, i quali hanno difficoltà a tirarle fuori. Prima delle vacanze pasquali assegna loro un tema chiedendo proprio di raccontarsi. È un argomento delicato e profondo, scritto da Fabrizio Guarducci, un autore che ha molto a cuore le tematiche giovanili.

Con Guarducci avevi già collaborato in passato, vero?

Sì, l’aveva già fatto in un film dove ero interprete, Mare di Grano, e poi in un altro lavoro intitolato Una sconosciuta, molto interessante, legato a una società in movimento che ha difficoltà nel confronto umano e ideologico. In La partita delle emozioni, invece, il focus è interamente sui giovani e sulla loro difficoltà nel raccontare ciò che provano. Essendo un film molto semplice e un ruolo vicino al mondo dei ragazzi, non ho avuto grandi difficoltà nell’interpretazione. Mi ha sorpreso e piacevolmente colpito che abbia raccolto sia il premio per l’interpretazione che quello come miglior film.

È un tema estremamente attuale che, tra l’altro, si potrebbe tranquillamente estendere anche agli adulti: la capacità di sapersi ascoltare.

Guarda, è un argomento che avevamo trattato anche in Una sconosciuta, che tra l’altro ho co-scritto insieme a Guarducci. Era la storia di questa donna che arrivava in un borgo "addormentato" a causa di un grosso trauma — un chiaro riferimento al Covid, anche se non esplicitato. L’arrivo di questa sconosciuta riportava la gente in piazza a curiosare, confrontarsi e parlare, rappresentando un elemento di rottura. Guarducci ama scavare in queste zone intime dell’essere umano ed evidentemente questo aspetto ha conquistato la giuria.

Che atmosfera si respirava durante la serata di premiazione?

È stata una serata piacevolissima e ricca di ospiti, dedicata al cinema indipendente e ai corti d’autore. Quando si ha a che fare con l’indipendenza, a mio avviso, emerge una dose maggiore di creatività: non si è costretti a seguire i canoni prestabiliti che purtroppo spesso incidono sul nostro cinema. La serata è stata organizzata da una giovane produttrice, Sveva Bucci, insieme a suo padre. C’erano tantissimi ospiti, dai meno giovani come me fino a colleghi come Andrea Roncato, Giulio Berruti, Mimmo Calopresti, Maurizio Mattioli e tanti giovani autori. Si è creata una bella commistione.

Il rapporto con la figlia sul set e l’esordio in Mare Fuori

Nel film recita anche tua figlia. Che esperienza è stata lavorare insieme?

Sì, mia figlia interpreta un’ex allieva e ha una bellissima scena con me, ce la siamo un po’ cucita addosso. C’è una grande verità in quel momento: c’è il rapporto tra un padre e una figlia a cui il genitore vuole trasmettere un sapere senza però salire in cattedra. Sul set eravamo un professore e un’ex allieva, ma la sintonia era talmente bella che rispecchiava ciò che viviamo nella vita reale: la voglia di trasmetterle cose senza imporre nulla, ricevendo in cambio la sua energia.

Tua figlia ha anche debuttato di recente nella sesta stagione di Mare Fuori, uno dei fenomeni televisivi più importanti degli ultimi anni. Che effetto ti ha fatto vederla in un progetto di tale portata? Le hai dato consigli o hai preferito lasciarla libera?

Con mia figlia ho un rapporto particolare. È cresciuta artisticamente seguendo il mio lavoro e quello della madre, venendo con noi in tournée a teatro. Nel suo DNA sa già come la penso: questo mestiere non si fa per i soldi o per il successo, si fa per amore. È una professione che ti dà e ti toglie continuamente, proprio come una storia d’amore, e bisogna amarla sia nei momenti positivi sia nelle inevitabili delusioni.

Ti ha sorpreso vederla all’opera in quel contesto?

Mi ha sorpreso molto la sua capacità di recitare in napoletano. Lei è nata e cresciuta a Roma e, pur essendo figlia di un napoletano, non aveva mai parlato il dialetto in modo così credibile. Mi ha colpito la sua maturità recitativa: il modo di misurare il personaggio, i silenzi, le pause, gli sguardi. Noi avevamo già lavorato insieme, oltre che in questo film, anche a teatro ne Il vecchio e il mare, dove lei interpreta il giovane Manolin e io Santiago. Ma in Mare Fuori ha mostrato una grande crescita, e lo dico da papà profondamente orgoglioso.

Nel film La partita delle emozioni hanno recitato anche ragazzi non professionisti. Com’è per un attore navigato lavorare con chi è alle prime armi?

È una prerogativa di Fabrizio Guarducci dare spazio ai giovani e farli affacciare a questo mondo. Per me è sempre una bella esperienza. Proprio in questi giorni sto girando un bellissimo corto storico diretto da Luciano Luminelli e scritto da Manuela Boccanera, intitolato L’ultimo saluto. Il giovane protagonista, Antonio Vallebella, è alle prime armi ed è felicissimo di potersi confrontare con un attore con qualche anno di esperienza in più. Lavorare con i giovani e vederli crescere ti riempie di gioia.

Il teatro come «porto sicuro» e i grandi maestri

Guardando alla tua carriera, a un certo punto — proprio mentre eri all’apice del successo televisivo con le fiction — hai scelto di rallentare con la tv per dedicarti di più al teatro. Come mai?

In realtà il teatro non l’ho mai abbandonato. Quando facevo molta fiction c’era semplicemente meno tempo a disposizione, ma ho sempre saputo che il teatro sarebbe stato la forma d’arte che mi avrebbe accompagnato fino alla fine dei miei giorni. Il teatro non ti tradisce mai. La televisione e il cinema cambiano, passano gli anni e arrivano le zone d’ombra. Il teatro per me è il "primo amore" — e come diciamo a Napoli, ‘o primm ammor nun se scorda maie — ma soprattutto è il porto sicuro.

Cosa rappresenta per te il palcoscenico oggi?

Finché ci sono energia e forza, a teatro puoi portare avanti progetti grandi o piccoli. Finché c’è una parola, c’è un pubblico attento che risponde. Certamente la grande popolarità televisiva di quegli anni mi ha aiutato a portare più gente a teatro, e di questo ringrazio la tv. Ma il palcoscenico resta l’ancora di salvezza, il luogo della magia e una vera e propria terapia per l’essere umano, sia per chi recita sia per chi guarda.

A proposito di teatro, nella tua carriera hai lavorato con giganti come Giorgio Albertazzi e Gigi Proietti. Che ricordo conservi di loro?

Sono due figure straordinarie. Con Giorgio Albertazzi ho avuto un rapporto splendido: abbiamo girato due anni in tournée ed è stato un punto di riferimento umano eccezionale. Con Gigi Proietti il rapporto lavorativo è stato più breve, legato a uno spettacolo comico dove si lavorava per far ridere e sorridere, e mi ha dato insegnamenti tecnici preziosissimi. Al di là dell’aspetto professionale, di entrambi mi resta dentro la straordinaria grandezza umana e attoriale. Due mostri sacri.

Un altro grande nome con cui hai collaborato di recente è il mio conterraneo Pupi Avati…

Lavorare con Pupi Avati è qualcosa di straordinario. Ho fatto con lui il film Nel tepore del ballo uscito di recente, e ora sto girando una nuova fiction per Rai 1 diretta da lui. Sentirlo parlare, raccontare e dirigere è una ricchezza immensa perché c’è una cultura smisurata dietro. Quando incontri questi giganti devi solo mettere da parte l’ego, spalancare le orecchie e il cuore per assorbire il più possibile. È quello che faccio fin da ragazzo, da quando ho iniziato con il teatro dei Giuffré, e se dopo 44 anni di carriera raccolgo ancora soddisfazioni significa che questo atteggiamento paga.

La maturità artistica e la libertà di scegliere

Se oggi ti arrivassero contemporaneamente due proposte — una grande fiction per una rete generalista e un piccolo film indipendente molto sentito — cosa sceglieresti? E cosa direbbe questa scelta del punto in cui sei arrivato?

Oggi ho 66 anni suonati da poco e ho la facoltà e la forza di poter scegliere. Non sento più il bisogno di accettare per forza qualcosa che non mi convince. La televisione è bellissima e fare il protagonista in un grande progetto è sempre auspicabile, ma oggi ho bisogno di lavorare sul personaggio, di avere un confronto umano e un dialogo aperto con il regista. Non voglio le pressioni o la sensazione di dover accontentare gli altri a tutti i costi: ho bisogno di accontentare anche me stesso. È un traguardo, ma anche un nuovo punto di partenza da cui ho deciso di ricominciare.


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