Sarah Jane Morris, la leggenda del soul britannico torna con The Sisterhood 2: "Amy Winehouse vittima della stampa come Lady D" - Intervista

21 artiste rivivono attraverso la voce straordinaria di Sarah Jane Morris che in Sisterhood 2 diventa testimone della loro grandezza. La celebre vocalist britannica si racconta a Libero Magazine

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Qualcuno doveva farlo: fermarsi, guardare indietro e ricordare le donne che hanno reso possibile tutto. Sarah Jane Morris ha vissuto questo percorso con la delicatezza di chi sa che sta maneggiando qualcosa di sacro, trasformando un progetto di ricerca in un atto d’amore: The Sisterhood, un album – e ora un secondo volume – dedicato alle donne che hanno reso possibile la musica che ascoltiamo oggi.

Da Sinéad O’Connor ad Amy Winehouse, da Janis Ian ad Aretha Franklin, Morris ha cucito vite e voci insieme a Tony Rémy. Queste donne sono precursori, ispiratrici, torce passate di mano in mano attraverso generazioni. E Morris, a 67 anni, canta la loro storia meglio che mai: libera, indipendente, convinta che la memoria non sia mai malinconia, ma responsabilità. Noi di Libero Magazine l’abbiamo intervistata per scoprire cosa si nasconde dietro a questo viaggio straordinario.

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Hai citato tre requisiti per la "Sisterhood": eccellenza, essere autrici e avere coscienza civile. Quale di questi è più difficile da trovare nella musica di oggi?

La coscienza sociale, la terza che hai citato.

Cosa si prova a portare la testimonianza di queste donne attraverso la tua voce?

Inizialmente l’idea è nata come un progetto di ricerca, poi mi sono letteralmente innamorata di tutte queste cantanti perché, pur conoscendo la loro musica, non ne conoscevo la storia. Quando ho sentito questo amore profondo per loro, ho capito che volevo che il mondo intero le comprendesse e le celebrasse allo stesso modo; è diventato un progetto appassionante.

Fino a ora, le 21 artiste di cui io e Tony abbiamo scritto sono tutte collegate al mio passato. Mi hanno preparata a essere ciò che sono; quelle più giovani di me, invece, mi hanno spinta ad ascoltarle con la prospettiva di una cantante più matura, ispirandomi in modo diverso.

Il mio obiettivo era far conoscere al mondo quanto fossero brave e uniche in un’industria musicale dominata dagli uomini. Mi sono resa conto che il mio scopo era dedicare un album e delle canzoni a queste artiste, affinché la loro storia, il loro coraggio e la loro potenza venissero diffusi. Volevo che tutti conoscessero quelle che per me sono state precursori e ispiratrici, sperando che altre persone possano essere ispirate da loro, proprio come è successo a me.

Tu e Tony Rémy lavorate insieme dagli anni ’80. C’è ancora qualcosa che ti sorprende della vostra chimica creativa?

Certamente. Ho scritto con molte persone negli anni, perché mi piace vedermi come un’autrice. Quando lavoro con qualcun altro, riesco a scrivere melodie e ritmi molto interessanti. Da sola mi sento abbastanza limitata, sebbene sia brava a comporre testi e melodie, ma con Tony c’è un background molto simile: lui ha un gusto per la musica che riflette tutto ciò che amo.

Nonostante io sia un po’ più grande di lui, la nostra formazione musicale è quasi identica, il che lo rende il co-autore perfetto per me. Siamo anche ottimi amici. Con la musica abbiamo la sensazione di sapere esattamente dove andare: quando gli ho presentato i testi e gli ho raccontato le storie di queste donne, lui ha preso la chitarra e ha iniziato a suonare, e io sono andata dietro a ogni sua nota.

Poiché i testi erano già pronti, scrivevamo la canzone e registravamo il demo con ogni parte necessaria in appena un’ora. Io gli cantavo le parole e lui iniziava subito ad arrangiare note e melodie; creavamo insieme senza alcuna difficoltà. Io riadattavo le parole, lui la musica, e i brani nascevano così, in modo naturale. Grazie alla nostra piccola differenza d’età e alla profondissima conoscenza musicale di Tony, siamo riusciti a fare questo lavoro incredibile.

Su Sinéad O’Connor: Il brano "Oh Mother My Mother" punta sulla riconciliazione. Perché hai scelto questo punto di vista specifico e spirituale?

Ho conosciuto Sinéad perché abbiamo lavorato insieme, eravamo "amiche musicali". È venuta a mancare proprio mentre terminavamo la revisione del Volume 1, quindi abbiamo capito che non potevamo escluderla. Facendo delle ricerche e leggendo la sua autobiografia, ho scoperto quanto la sua storia familiare fosse travagliata: sua madre soffriva di problemi mentali e aveva reso la vita della famiglia molto difficile.

Sua madre morì quando Sinéad aveva solo 18 anni, prima che raggiungesse il grande successo, e questo trauma l’ha accompagnata per sempre. Verso la fine della sua vita, Sinéad parlava di come avesse perdonato sua madre e di come aspettasse di andare in cielo per ricongiungersi a lei.

Così ho pensato di scrivere una canzone su di lei come se fosse una storia di Ovidio, una Metamorfosi: ho immaginato lei e sua madre trasformate in creature della natura – un uccello pescatore e un corvo – che si incontrano presso un lago immaginario. Lì potevano finalmente parlarsi e ascoltarsi. Forse non era possibile una guarigione completa, ma il fatto stesso di potersi ascoltare era di per sé potente.

Per quanto riguarda la musica, io e Tony stavamo già elaborando il brano quando abbiamo collaborato con Alessandro Quarta a Lecce. È un violinista meraviglioso e abbiamo usato la sua viola per l’apertura: crea una sorta di lamento celtico, tra l’irlandese e lo scozzese, che ci è sembrato musicalmente perfetto. Penso sia una canzone molto riuscita, evocativa e potente, che racchiude ciò di cui Sinéad stessa ha parlato nel suo libro: la perdita dell’infanzia e la perdita della madre. La perdita è una delle esperienze più profonde che possiamo vivere.

In "The Edge is Where the Magic is Found" rendi omaggio ad Amy Winehouse. Credi che il mondo si sia concentrato troppo sulla sua tragedia e troppo poco sulla sua immensa arte jazz?

Ora che non è più con noi, tutto ciò che ci resta è la musica che ha scritto in quei pochi anni. Penso che sia stata una vittima della stampa, proprio come la Principessa Diana. I media vivevano fuori da casa sua, seguivano ogni suo movimento: l’hanno amata e odiata allo stesso tempo, contribuendo alla sua distruzione.

Sono stata sposata con un membro dei Pogues per 25 anni e ricordo bene come il pubblico venisse ai concerti sperando di vedere Shane MacGowan cadere perché aveva bevuto troppo. Sentivo che il mondo stava guardando Amy nello stesso modo. Ma lei era estremamente innovativa, scriveva la sua verità nelle canzoni. Ciò di cui nessuno parla nei documentari o nei film è che stava per iniziare una vita diversa: aveva incontrato una persona nuova, un regista, era innamorata e parlava di sposarsi e avere figli. Invece si continua a parlare solo di Blake Fielder-Civil e della distruzione attraverso l’alcol e la droga.

Amy aveva smesso, ma quella maledetta notte ha bevuto di nuovo e il suo corpo, ormai fragile e provato, non ha retto. È stata la fine della sua vita, ma c’era tanto futuro che stava per arrivare e nessuno ne parla. Si parla solo delle dipendenze, ignorando che ne stava uscendo, che aveva nuovi affetti e che desiderava una famiglia. Si preferisce la tragedia alla sua voce meravigliosa, al suo attivismo e alla realtà cruda che metteva nei suoi testi.

L’album chiude con i 9 minuti per Janis Ian. Questo finale così lungo è un manifesto per l’intero progetto?

Grazie per averlo notato, perché è esattamente così. L’album si apre con l’inno femminista dedicato a Peggy Seeger, Half of Us, che rivendica il desiderio delle donne di essere libere, e si conclude con questa dichiarazione sull’amore: l’amore è per tutti, l’amore è amore.

La cosa meravigliosa di questa canzone è la collaborazione con Enrico Melozzi per l’arrangiamento degli archi. Una volta scritto il brano, io e Tony volevamo che il ritornello avesse uno stile alla Burt Bacharach, quindi abbiamo inserito flicorno e flauto per ottenere quel suono. Amavo questa canzone già a 17 anni, è stata la colonna sonora della mia adolescenza difficile. Quando poi ho scoperto che Janis Ian aveva scritto a soli 15 anni Society’s Child, un brano su una relazione interrazziale… è stato incredibile. Si trovava su un autobus, era una studentessa e vide un ragazzo bianco e una ragazza nera tenersi per mano; tornò a casa e scrisse riflettendo su come quella situazione fosse vista male negli anni ’60, in piena segregazione. Quel coraggio le costò minacce di morte, ma a 15 anni scrisse qualcosa di fondamentale.

Volevamo scrivere una canzone che onorasse il suo stile. Poi abbiamo scoperto che lei stessa aveva comprato il mio CD a New York ordinandolo dal mio sito. Quando l’ho saputo, le ho scritto chiedendole cosa ne pensasse e lei mi ha risposto: "The Dignity of Love: non avrei potuto scrivere la mia canzone meglio di così". Ha confermato tutto il senso del progetto: un viaggio che parte dal femminismo e si chiude con la celebrazione dell’amore.

Sei descritta come una "portatrice di torcia" per queste sorelle. A quale giovane artista vorresti passare questa torcia oggi?

In un certo senso è così. Nella mia testa, Kate Bush ha passato la torcia a me, io l’ho passata a Sinéad e Sinéad l’ha passata ad Amy. Nel prossimo album voglio scrivere una canzone su Raye: è una giovane cantautrice molto interessante, padrona del proprio percorso, autentica e fuori dai canoni del pop convenzionale, nonostante il grande successo. Nella mia visione, Amy Winehouse ha passato la torcia a Raye.

L’idea del progetto è proprio questo passaggio tra "sorelle", riassunto nel testo del brano per Aretha Franklin che dà il titolo al lavoro:

"Ci prendiamo a braccetto nella sorellanza, come ogni donna farebbe, se solo ogni donna potesse farlo."

Voglio che si capisca che artiste come Raye, Olivia Dean o Lola Young sono lì grazie alle donne di cui parlo. Poggiano sulle spalle di giganti come Bessie Smith, Janis Joplin, Annie Lennox o Dolly Parton. La nuova scena musicale esiste grazie al loro coraggio. I diritti che abbiamo oggi non sono scontati: devono essere difesi per costruire un mondo più giusto.

Dopo cinque decenni di carriera straordinaria, cosa significa per te la vera libertà?

Per me la libertà è poter realizzare un progetto come Sisterhood. Se fossi sotto contratto con una major o gestita da altri, non avrei questa autonomia. Raye ha fatto una scelta simile abbandonando la sua etichetta per diventare indipendente; io ho fondato la mia etichetta nel 2000 perché sapevo che una grande casa discografica non mi avrebbe mai permesso di raccontare le storie umane che mi affascinano.

Il successo per me è questo: a 67 anni canto meglio che mai, amo quello che faccio, riesco a sostenerlo economicamente e ho la libertà totale di portarlo avanti. Gestire la mia etichetta mi permette di produrre Sisterhood 1, 2 e in futuro il 3. Anche se ci sono limiti economici, sono orgogliosa di questa indipendenza perché sento che questo lavoro è fondamentale.

Sarah Jane Morris & Band tornano in Italia per presentare dal vivo il nuovo album il 23 Aprile a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, l’8 e 9 Maggio al Blue Note di Milano e il 22 maggio a Pesaro al Teatro Sperimentale.


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