Samurai Jay sbanca Sanremo con Ossessione, l'effetto Tananai senza fine che lo porta in vetta alle classifiche di Spotify, TikTok e YouTube

Un successo inarrestabile che si avvertiva già sul palco di Sanremo: Samurai Jay presidia le classifiche a dispetto della viralità di Per sempre sì

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Ogni anno, la storia si ripete con nomi diversi. Quest’anno il protagonista del post Sanremo è Samurai Jay: Ossessione guida le classifiche, occupa le playlist di Spotify, rimbalza su TikTok con quella frequenza che ormai è il segnale inequivocabile di un brano che ha davvero attecchito. Tutto questo mentre il vincitore ufficiale del Festival, Sal Da Vinci, segue dalle retrovie in attesa di un rilancio a breve termine che lo riporti a presidiare le chart piuttosto che ridursi a colonna sonora di una parodia infinita che non diverte più nessuno.

Ma il successo di Ossessione fuori dall’Ariston era prevedibile. Un effetto Tananai, potremmo quasi definirlo. Perché nel 2022, la sua Sesso Occasionale arrivò infatti ultima e nei mesi successivi divenne uno dei singoli italiani più ascoltati in streaming, con decine di milioni di riproduzioni e una coda discografica ancora più fortunata. Non era un’eccezione ma la conferma che il podio di Sanremo e le classifiche di marzo appartengono a due mondi paralleli che si toccano raramente.

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Sal Da Vinci e un altro modo di stare nella musica

Il confronto con Sal Da Vinci è illuminante, non per sminuire nessuno dei due, ma perché evidenzia due idee molto diverse di cosa significhi portare una canzone a Sanremo. Da Vinci non si presenta al Festival per scalare le chart digitali ma per proporre una musica che ha già una platea fedele, costruita negli anni, e quella presenza è un risultato già di per sé, non certo una porta d’ingresso verso nuovi ascoltatori. Per sempre sì ha raccolto rispetto ed è tornato al suo pubblico senza passare per le for-you page di nessuno.

Un approccio solido, ormai insolito per il mercato musicale di oggi, che tende a premiare la frizione immediata e non la sedimentazione. Ma Samurai Jay ha il gancio – quel ritornello ruffiano e martellante in maniera quasi fastidiosa – mentre Sal Da Vinci ha la carriera. Le classifiche premiano Ossessione, ma la domanda su cosa resterà tra dieci anni non ha una risposta così scontata.

Zucchero, Vasco e il tempo che ribalta tutto

Quando si cerca una prospettiva su questi fenomeni, si torna sempre agli stessi due episodi. Zucchero arrivò penultimo a Sanremo 1985 con Donne, e non è difficile capire perché. All’Ariston, portava una contaminazione blues e soul di matrice americana che la kermesse di metà anni Ottanta non era attrezzata a metabolizzare. Il canone sanremese premiava la melodia distillata, il testo universale e forma impeccabile: Zucchero portava attrito, grana e un’identità sonora che non stava di certo nei ranghi. Quella distanza dal formato fu però, paradossalmente, il segreto della sua durabilità. I brani che vivono a lungo non sono infatti quelli che funzionano in ogni contesto ma quelli che hanno una voce così specifica da diventare irrinunciabili in alcuni momenti precisi della vita.

Vasco Rossi si presentò Vita Spericolata nel 1983 e finì in fondo alla classifica per ragioni analoghe ma ancora più radicali. La giuria cercava precisione formale, presentabilità, qualcosa che suonasse come un pezzo da Festival. Vasco portava una confessione quasi autobiografica, un rock nervoso e grezzo che arrivava direttamente da dentro. Il testo era troppo diretto per sembrare una canzone, troppo personale per sembrare un inno, eppure è esattamente quello che è diventato. Si premiò ciò che era immediatamente leggibile; il pubblico, nei mesi e negli anni successivi, scelse ciò che nessuna costruzione poteva replicare.

La verità che questi due casi mettono a fuoco è che le giurie di Sanremo (compreso il pubblico, che è parte del giudizio col televoto) – qualunque forma abbia preso nel tempo – valuta le canzoni nel contesto sbagliato. Le esamina sul palco, sotto le luci, in competizione con altre ventinove canzoni (come nel caso di Samurai Jay) nello stesso momento. Il pubblico le ascolta altrove: in macchina, per caso, in un momento che appartiene alla vita vera. Ed è quindi inevitabile che le misure cambino completamente.

L’effetto Sanremo che resiste a tutto

La cosa più affascinante di questa vicenda non riguarda Samurai Jay in sé ma il fatto che, nonostante lo streaming abbia trasformato la distribuzione, nonostante i social abbiano ridefinito le traiettorie di popolarità e l’offerta musicale sia più frammentata che mai, il Festival continua ad avere una forza amplificatrice che nessuna campagna promozionale riesce a replicare.

Il motivo è abbastanza semplice: Sanremo è uno dei pochissimi momenti rimasti in cui un Paese intero condivide la stessa esperienza in tempo reale. Ossessione ha trovato il terreno giusto. Forse Samurai Jay ha solo scritto una buona canzone nel momento giusto. Ma il risultato è lo stesso: è in vetta alle classifiche, il Festival è finito da un mese, e da qualche parte una radio di paese la sta passando tra le previsioni del tempo e la pubblicità del concessionario locale. È la vittoria più italiana che esista.


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