Venezia 2026, Samantha Casella: "Fare cinema indipendente è ancora possibile, serve un enorme sacrificio. La vera pornografia è la pura bellezza"
"Non mi interessa il mio nome sulla sedia, mi interessa il film": la regista racconta la sua idea di cinema, la Trilogia del Subconscio e il nuovo film presentato a Venezia

C’è un serpente che si morde la coda, un tempo che non procede in linea retta e un subconscio che diventa teatro di traumi, colpe e rinascite. È questo l’universo nel quale Samantha Casella ha scelto di muoversi con il suo cinema. Un percorso cominciato con i cortometraggi e arrivato alla Trilogia del Subconscio, inaugurata da Santa Guerra, proseguita con Katabasis e ora chiusa da La Tenerezza del Serpente. Il nuovo film, di cui Casella è regista, sceneggiatrice e protagonista, arriva a Venezia, dove sarà presentato in un evento speciale.
Al centro della storia c’è Sofia, un’attrice enigmatica coinvolta in una relazione morbosa con una giovane collega. Un copione che racconta di un’antica comunità matriarcale dominata da una strega riporta a galla una storia che sembra appartenere al passato, fino a confondere i confini tra realtà e incubo. Casella costruisce così un cinema profondamente simbolico, nel quale l’uroboro diventa la rappresentazione di un tempo ciclico e di una continua possibilità di rigenerazione. Ma dietro la mitologia c’è soprattutto una ricerca personale: il rifiuto della morte, l’esplorazione delle zone più oscure dell’animo umano e la volontà di trasformare il trauma in una possibilità di rinascita.
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Entra nel canale WhatsAppSamantha Casella: la trilogia, il subconscio e il ritorno a Venezia
Da dove nasce la necessità di creare una trilogia e di chiuderla, proprio, con La Tenerezza del Serpente? Ci racconta la genesi e lo sviluppo di questo progetto e cosa significa presentarlo proprio a Venezia?
La trilogia si fonda su una mia personale rivisitazione delle dottrine orfiche, governate dalle divinità mitologiche di Chronos (il Tempo) e Ananke (la Necessità). Motore trainante è un trauma, una ferita che innesca una catena di eventi trasformando il subconscio nel teatro di una punizione e catarsi circolare, visivamente rappresentata dall’uroboro. Rifiutando una struttura lineare, il tempo si avvolge su se stesso in un eterno ritorno che intrappola i personaggi nella ripetizione continua del proprio ciclo. Credo che La Tenerezza del Serpente sia il film che indaga maggiormente la dimensione ancestrale del serpente, facendone un vero e proprio attore, scavando in concetti come la rinascita e di come la vita sia governata da energie che sfuggono al controllo umano. Indubbiamente avere la possibilità di presentare il film a Venezia è un grande onore, un’opportunità di cui sono molto grata.
Quando ha capito che il cinema non sarebbe stato semplicemente un lavoro, ma il suo modo di raccontare il mondo?
L’aspetto che più mi entusiasma del fare cinema è la possibilità di evocare mondi che superano i confini della cruda realtà. In me risiede un profondo rifiuto della morte e della fine biologica delle cose. Per questo i miei film sono abitati da una temporalità espansa, fatta di non-luoghi capaci di attraversare epoche diverse e di abbattere la frontiera invisibile che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Il mio è un percorso di ricerca radicato sin dai miei primi cortometraggi. Non si tratta di una scelta deliberata: questi temi albergano così profondamente dentro di me che sento di non aver avuto altra scelta se non quella di dar loro voce.
Cinema indipendente: "Non mi interessa la sedia da regista con il mio nome"
Perché ha scelto di costruire una trilogia intorno al subconscio e cosa vuole trovare, attraverso questi film, dentro la parte più nascosta dell’essere umano?
Immergersi nella parte più intima e nascosta dell’essere umano significa accettare di sprofondare in un maelstrom nero. In questa discesa, il subconscio cessa di essere un semplice archivio psicologico per farsi teatro di una vera e propria legge cosmica. La perdita in Santa Guerra, l’abuso in Katabasis e il senso di colpa in La Tenerezza del Serpente sono ferite assolute, rese ancor più dolorose dall’architettura del tempo circolare. Attraverso la figura mitica dell’uroboro, il tempo si avvolge costantemente su se stesso.
Ma è proprio in questo abisso inesplorato che si concentra la mia ricerca: dentro la parte più nascosta dell’essere umano non cerco una spiegazione clinica o razionale, ma le correnti sotterranee dell’anima, quelle forze primordiali e ancestrali che sfuggono al controllo della mente conscia. Scavare così a fondo mi permette di toccare il punto in cui il trauma si fa mito e dove risiede il mio più intimo rifiuto della morte. Esplorare l’oscurità del subconscio non serve a certificare la fine, ma a trovare il nucleo di una resistenza spirituale; quel punto cieco in cui la sofferenza della ripetizione si spezza, i confini della cruda realtà si dissolvono, e i personaggi possono finalmente intravedere una catarsi e una metamorfica rinascita.
È ancora possibile oggi fare cinema indipendente senza scendere a compromessi con quello che il pubblico, i produttori o le piattaforme si aspettano?
Sì, è ancora possibile, ma occorre un enorme spirito di sacrificio e una rigida durezza interiore. Personalmente, sono stata messa nelle condizioni di mantenere un controllo totale e profondo sulle mie opere. Questo non significa che io non accetti i consigli, tutt’altro. Significa che pretendo di essere al corrente di ogni singola dinamica, sotto ogni punto di vista: dalle scenografie, ai costumi, fino al trucco. Non mi interessa la sedia da regista con il mio nome sopra; mi interessa solo ciò che è meglio per il film e vigilare su ogni singola fase del processo. Credo fermamente che i film, alla fine, vivano di vita propria, quindi non pretendo che l’opera sia "mia" in senso possessivo. Pretendo, però, una dedizione assoluta da parte di chiunque si avvicini al progetto. È proprio questo rigore l’unico vero scudo contro le aspettative standardizzate. L’indipendenza oggi si difende così: non scendendo a compromessi sulla qualità della dedizione che si deve all’opera.
Dai festival al grande pubblico: "Voglio che i simboli siano un ponte"
Ha raccolto moltissimi riconoscimenti nei festival internazionali. Vorrebbe che il suo cinema arrivasse a un pubblico più ampio o preferisce pensare al percorso fatto, alla nicchia che si è costruita e a quello che ancora vuole realizzare?
Sinceramente, sto lavorando affinché i miei film diventino sempre più fruibili, ma non semplificandoli, bensì facendo in modo che i simboli non siano un ostacolo, ma un ponte. Vorrei che questo ponte permettesse agli spettatori di risvegliare qualcosa che galleggia dentro di loro, qualcosa che risiede nella loro anima a livello ancestrale. Il mio desiderio è che, in quel caos visionario, ognuno possa scorgere un frammento di se stesso, qualcosa che lo riguarda da vicino. Se questo accade, il coinvolgimento del pubblico non sarà più determinato da ciò che succede passivamente sullo schermo, ma da ciò che si muove attivamente dentro di loro.
Dopo La Tenerezza del Serpente, qual è la prossima storia che sente di dover raccontare? E c’è qualcosa che nel suo cinema non ha ancora avuto il coraggio di affrontare?
Ho moltissimi soggetti nel mio cassetto, ma sento che questa esplorazione non è ancora giunta al termine. Non so se questa sensazione derivi dal mio profondo rifiuto per la fine, o se questa stessa fine non esiga invece un nuovo inizio; come se l’origine profonda di queste tematiche avesse ancora bisogno di prendere forma. Forse non ho ancora avuto il coraggio di affrontare la felicità, credo che immergersi nella pura bellezza sia il tema più estremo, la vera pornografia.
