Sal Da Vinci, da eroe di Sanremo e pericolo per l'Italia: decisamente troppo "vero" per l'Eurovision. La resistenza dell'eterno scugnizzo

Conto alla rovescia per Sal Da Vinci che si prepara per la finale di Eurovision 2026 con l'etichetta dello sfavorito già cucita addosso. E se fosse lui l'outsider?

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Sal Da Vinci non ha ancora messo piede sul palco dell’Eurovision 2026, ma la sua presenza a Vienna ha già l’aria di un glitch nel sistema o di un colpo di stato melodico orchestrato dai poteri forti del "belcanto". Con Per Sempre Sì, il vincitore di Sanremo si presenta come un intruso nel sistema rigido del Contest, uno di quelli che non puoi ridurre a meme in tre secondi o archiviare in uno scroll compulsivo tra un balletto e una ricetta di TikTok.

Un interprete stratificato, cresciuto tra teatro e melò napoletano, non è di certo l’ennesimo post-adolescente con il drop scritto a tavolino per le reaction. E così, vederlo proiettato tra LED rotanti, fiamme chimiche e banger sintetici è quasi un esperimento sociale. È l’Italia che, per una volta, manda in gara un pezzo di sé senza inganni. O almeno con il coraggio di chi non ha paura di sembrare "antico" in un mondo che scade dopo sei ore.

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Sal Da Vinci, la trappola della nicchia popolare

Sal riempie le piazze ma scompare dai radar tutte le volte che il discorso si sposta su Europa, streaming, numeri, playlist. Ha vinto il Festival di Sanremo 2026 con Per Sempre Sì, chiudendo la finale con il 22,2% dei voti complessivi e bruciando Sayf sul traguardo per una manciata di decimali, in un fotofinish che ha fatto discutere per giorni.

Il televoto da solo avrebbe premiato qualcun altro, ma l’incrocio con stampa e radio ha cambiato il copione, come se una parte del sistema avesse deciso consapevolmente di assumersi la responsabilità di dire: questa roba qui va difesa. Lui, dal canto suo, ha reagito con grande integrità, senza lasciarsi sedurre da pericolose crisi d’identità o restyling dell’ultimo minuto per sembrare "giovane". Ai cronisti ha confermato la partenza per Vienna con un "certo che sì" talmente ovvio da far sembrare la domanda un insulto alla sua carriera.

L’ubiquità del non giovane a Eurovision 2026

Dopo il trionfo, Sal si è materializzato ovunque, dai salotti di Domenica In al confessionale di Belve, dove persino Francesca Fagnani ha dovuto deporre gli artigli davanti a un’integrità d’altri tempi (e a una dose di lacca che avrebbe fermato un proiettile). Ma il sistema televisivo ha fiutato il colpaccio: un napoletano doc con un titolo programmatico, pronto a sfidare uno show che solitamente preferisce l’idea di "nuovo" a quella di "radicato". Il pubblico generalista lo conosce da una vita ma l’Europa non ha la minima idea di cosa l’aspetti. Ed è esattamente qui che la faccenda si fa divertente.

C’è poi la questione del tour, che liquida in un attimo la solita retorica del "mi rimetto in gioco" che sta piacendo tanto negli ultimi anni. Per sedersi al tavolo dell’Eurovision, Sal Da Vinci ha dovuto rimescolare carte pesanti, posticipando il tour negli Stati Uniti con Fausto Leali. Non parliamo di una sagra di paese, ma di una tournée nordamericana con il debutto ad Atlantic City fissato proprio la sera della finale. E spostare i contratti dei casinò americani per un contest europeo è un gesto di grande strategia: se proprio devi esportare il pacchetto completo, meglio farlo davanti a tutta Europa che in una bolla dorata per soli expat nostalgici che ricordano l’Italia in bianco e nero.

Che ne farà l’Europa di questo Belcanto

La domanda è brutale: cosa se ne fa l’Eurovision di uno come lui? Il contest ha sdoganato tutto, dai demoni finlandesi al folklore techno, ma un uomo in giacca con la voce "importante" potrebbe essere l’unico vero atto radicale della serata. "Per Sempre Sì" è Sanremo che entra di forza in un format straniero senza cercare di mimetizzarsi. La melodia è larga, l’arrangiamento non teme quelle modulazioni che certi critici snobbano in pubblico per poi canticchiarle in segreto chiusi in bagno.

Il rischio è dietro l’angolo perché le giurie europee potrebbero archiviarlo come l’ennesima "cartolina italiana" da mandare al nonno all’estero e tornare al loro amato minimalismo svedese. Ma esiste una parte di pubblico che potrebbe riconoscere in questa sovraesposizione emotiva proprio quello che manca al contest: la faccia tosta di essere sé stessi invece di inseguire l’ennesima copia sbiadita di Harry Styles. Tutto dipenderà da quanto l’Europa sarà disposta a sospendere il cinismo per tre minuti di orologio.

Purtroppo però l’interrogativo è il solito. Siamo il Paese che si commuove sui classici napoletani a tavola e poi si vergogna di esportarli, come se fossero un peccato originale da nascondere ai vicini eleganti. Sal Da Vinci manda in cortocircuito questa dinamica. È napoletano senza scuse e teatrale senza giustificazioni, troppo vero per essere incasellato in un genere: o lo prendi, o ti rassegni al playback.

L’atto di fede finale

In definitiva, il trofeo è un dettaglio per le statistiche. L’aspetto rilevante è l’immagine dell’Italia che Sal porta con sé: un uomo con alle spalle anni di palchi veri. L’eterno scugnizzo che dice "sì" a un palco statisticamente ostile, mette in pausa l’America e accetta il giudizio di chi, fino a ieri, pensava che la musica italiana fosse finita con i Måneskin (o peggio, con Toto Cutugno). Se l’Italia arriva a Vienna con un atto di fede nella tradizione anziché con un tentativo di mimetizzazione, questo signore di mezza età con zero ironia e molto pathos rischia di essere la cosa più punk che potessimo spedire oltreconfine.


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