Russell Crowe a Venezia 2026, in 'What love builds' non recita più: "Non so quante estati mi rimangano. Voglio stare dove sono i miei figli""

'What love builds' è il documentario in cui Russell Crowe mescola la sua passione per la musica con il cinema. Semplice, diretto e spontaneo: a Venezia 2026 ha conquistato tutti

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Redazione

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Questa volta, non c’è un personaggio dietro cui ripararsi. Russell Crowe è sbarcato al Lido con What Love Builds, il documentario presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, e stavolta ha portato soltanto se stesso: l’uomo che scrive canzoni e sale sul palco con la chitarra. Il progetto è partito quindici anni fa, ma "saltava sempre fuori qualcos’altro e rimandavo", ha raccontato in conferenza stampa. Quando finalmente si è seduto a un tavolo per dargli forma, il girato era diventato una montagna.

L’obiettivo era capire dove finisce l’attore e dove comincia il musicista. Per lui, però, la risposta è sempre la stessa: recitazione e musica nascono dalla medesima sorgente creativa. Nel film lo spiega una volta per tutte, visto che glielo chiedono di continuo. "Spero che nessuno me lo domandi più", ha scherzato.

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What Love Builds, il documentario di Russell Crowe e la scelta di Venezia

Per sfoltire ore e ore di riprese, Russell Crowe ha voluto al suo fianco Patrick McKinley: da buon batterista, gli ha fatto trovare il ritmo giusto. "È raro incontrare qualcuno che vede le cose come le vedi tu", ha detto. Se gli si chiede cosa ami di più della musica rispetto al cinema, non ha esitazioni: il rapporto con il pubblico. Anche quando non ha nessuno davanti, pensa sempre a cosa arriverà a chi ascolta. "Non ne sono schiavo, ma ne riconosco la potenza".

Verso la fine della lavorazione si era detto che presentarlo a Venezia sarebbe stato il massimo: è il festival più divertente, c’è profondità e, quando la sala ama qualcosa, lo senti. Complice un piccolo buco in agenda, ha chiesto a Gabriele Muccino l’indirizzo email di Alberto Barbera, ha superato la selezione ed è arrivato l’invito. Per un lavoro così intimo e personale, assicura, non esisteva posto migliore.

Russell Crowe tra Hollywood, origini italiane e il tempo per i figli

A 62 anni Crowe si stupisce ancora di ricevere proposte: pensava che avrebbe girato un solo film, e ci teneva a farlo bene. Non ha mai avuto un piano, ha seguito le occasioni e i progetti che sentiva suoi, e non cambierebbe nulla, nemmeno i periodi bui da cui ha imparato tanto. Con Hollywood, ammette, non ha mai saputo muoversi granché bene, ma alla fine ci ha guadagnato. All’inizio lo credevano americano, invece viene da un’altra cultura e la sua franchezza non sempre è piaciuta. La regola non è cambiata: accetta solo i copioni che sente come una necessità emotiva. "Forse non è il modo migliore per costruirsi una carriera, ma è quello giusto per me".

Con gli irlandesi, compagni di tanti progetti, il legame è anche di sangue. Le ricerche online gli hanno rivelato radici irlandesi, ascendenze scozzesi molto antiche e perfino origini italiane: un suo antenato, Luigi Ghezzi, sposò Mary Ann Curtain, e solo grazie al test del DNA si è scoperto che lei era irlandese.

Il sogno nel cassetto? "I miei cassetti sono tutti pieni", risponde. I progetti non mancano, ma adesso fa i conti con il tempo: "Sto invecchiando e mi chiedo quante estati mi rimangano". Ama passare molto tempo in Europa e sempre più spesso pensa a scelte che lo portino dove sono i suoi figli, più che su un set. Detto da uno che ha conquistato il mondo con una spada in mano, suona come la battuta più vera della sua carriera.


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