Da Zurigo alla Maremma, il sognatore Ruedi Gerber tra neorealismo e Paola Cortellesi: "Ecco dove sbaglia il cinema italiano" - Intervista
Il regista svizzero ha parlato a Libero Magazine di "Tatti, paese di sognatori", il suo docufilm al cinema dal 9 aprile: “McConaughey e DiCaprio? No grazie, mi tengo i gemelli Verniani”

Negli ultimi anni l’Italia è tornata a essere un magnete creativo per chi è in cerca di storie autentiche, dai colossi dello streaming fino ai documentaristi indipendenti: non più semplici set da cartolina, ma territori vivi, comunità reali, microcosmi che diventano cinema.
Tra le storie più sorprendenti c’è quella di Ruedi Gerber, regista e imprenditore svizzero che ha trovato in Toscana una nuova vita… oltre che l’ambientazione di Tatti, paese di sognatori, in arrivo nelle sale italiane il 9 aprile 2026 dopo il passaggio al Zurich Film Festival e l’anteprima nazionale al Festival dei Popoli di Firenze. Il docufilm – nel quale cui gli "attori" sono proprio i tatterini, regista compreso – racconta la vera storia di rinascita del piccolo borgo della Maremma grossetana grazie alla collaborazione tra gli abitanti, gli agricoltori locali e i forestieri proprio come Gerber: "Ma non chiamiamolo documentario, perchè poi la gente pensa che sia noioso mentre con Tatti si ride e ci si emoziona". Merito anche delle musiche di Martin Tillman, compositore svizzero che vive a Los Angeles dove collabora con Hans Zimmer.
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Entra nel canale WhatsAppUn passato nel teatro, già autore di produzioni internazionali come Breath Made Visible, Gerber si è trasferito a Tatti negli anni ’90 in cerca di silenzio e di un ritmo diverso. Nella nostra chiacchierata abbiamo parlato del suo nuovo film nel quale si intrecciano memoria privata e osservazione sociale, dove il "vecchio" e il "nuovo" collaborano per ridare vita a un territorio altrimenti condannato all’abbandono.
Gerber infatti non è stato un semplice osservatore: è diventato parte integrante della comunità grazie al progetto Sequerciani, che comprende un’azienda agricola con il suo agriturismo, un bed and breakfast e un ristorante. Produttore di olio e vino biodinamico, promotore di una rete di collaborazione locale, il "forestiero" Gerber è diventato insomma uno dei protagonisti della rinascita di Tatti. E proprio questa doppia identità – regista e cittadino del borgo – rende il suo sguardo unico, capace di trasformare un microcosmo toscano in un diorama universale di resilienza, comunità e speranza.
Manca pochissimo al debutto nelle sale di Tatti, paese di sognatori. Come sta vivendo questo momento?
Sono emozionatissimo, l’Italia è un grande Paese, un punto di riferimento per il cinema e il fatto che un mio film venga distribuito in Italia per me è un grande motivo di orgoglio.
"Sono partito alla ricerca del silenzio e della tranquillità e, per caso, ho trovato questo piccolo paese, Tatti. Nel mezzo di niente, ho trovato questa casa. Era bellissimo". Il film inizia con queste sue parole: cosa l’ha colpita di più di questo piccolo borgo italiano sperduto nella campagna toscana?
Il panorama mozzafiato di questa casetta a due chilometri da Tatti, che emanava un’atmosfera unica anche se di fatto erano quattro mura senza infissi, né luce, né acqua. Ho percepito subito un feeling che continuo a sentire ancora oggi, a distanza di tanti anni.
C’è un ricordo personale legato a Tatti che porta sempre con sé?
Estate del 1992, sono seduto in questo ristorante che compare anche nel film, nel silenzio del primo pomeriggio, con una coppia di adolescenti che ride e si scambia i primi baci di nascosto. All’epoca non potevo saperlo, ma è per momenti come quello che ho deciso di girare Tatti.
A questo proposito, il film è stato presentato al Festival di Zurigo e in anteprima nazionale al Festival dei Popoli di Firenze, dove sono arrivati tre pullman da Tatti per assistere alla proiezione…
Un momento indescrivibile. Nessuno di loro aveva ancora visto il film ed ero molto agitato che lo criticassero: "qui non hai detto questo, lì non hai intervistato quello"… Invece abbiamo riso, cantato e pianto tutti insieme durante la proiezione, è stato bellissimo.
Perché oggi l’Italia interessa così tanto ai registi stranieri? Ha notato un nuovo interesse internazionale per i borghi e le comunità italiane?
Perchè in Italia avete un patrimonio inestimabile di bellezza da riscoprire, di zone dimenticate dalla grande globalizzazione che hanno tantissimo da raccontare e che non hanno nulla da invidiare al Midwest americano o al Nord Europa, anzi. E infatti fuori dall’Italia se ne stanno accorgendo…
Ecco, non le sembra che il cinema italiano non stia sfruttando allo stesso modo la ricchezza che ha sotto casa? Quante occasioni stiamo perdendo?
Nel neorealismo i registi italiani guardavano dentro se stessi e comunicavano senza filtri, oggi nel vostro cinema non trovo più questo coraggio. La provincia italiana ormai viene raccontata principalmente nelle commedie, ma è stereotipata. Non ci si chiede più "chi siamo realmente?", forse per paura di mostrare i difetti – di una persona in difficoltà, di un borgo in declino, di una società che non funziona – quando invece sono quelli a rendervi, anzi renderci, unici. Io ho provato a farlo girando Tatti, che si è dimostrata incredibilmente tollerante verso di me che ero lo straniero, il "diverso".
C’è qualche regista italiano che stima particolarmente, o a cui si è ispirato per Tatti?
Paola Cortellesi ha fatto un capolavoro, C’è ancora domani: con un film in bianco e nero, ambientato nel 1946, è riuscita a essere attuale come pochi altri. E poi Gianfranco Rosi, bravissimo, oppure Alice Rohrwacher.
Il film parla di natura, sostenibilità, tempo lento e solidarietà, gli stessi valori che guidano il progetto Sequerciani. Crede che questo sia un messaggio (anche) politico sul futuro delle comunità? Più natura, più cooperazione, meno consumo…
In una scena mettiamo a confronto i metodi di coltivazione industriali della grande produzione con quelli naturali che adottiamo a Tatti. E’ il contrasto tra l’anywhere e il somewhere: noi portiamo avanti l’idea del somewhere, del trovare un posto "tuo" dove mettere radici e dove sai che tra 100 anni ci sarà qualcuno ancora aggrappato a esse.
Qual è il suo prossimo progetto? Pensa di raccontare altre storie italiane?
Per ora no. A me piace raccontare la mia esperienza, prendo frammenti del mio vissuto e cerco di trasformarli in un messaggio universale. Ma per farlo ci vuole tanto amore e passione, con Tatti mi è venuto naturale ma non credo riuscirei a replicarlo altrove.
Il suo motto è "Think big", per cui facciamo un gioco: se avesse un budget illimitato, chi scritturerebbe in un’ipotetica versione blockbuster di Tatti, paese di sognatori?
Rifarei tutto con i tatterini (ride, ndr). McConaughey o DiCaprio? No grazie, mi tengo i gemelli Verniani, i due protagonisti del film se così vogliamo definirli: Marco e Massimo hanno una capacità unica di bucare lo schermo, tra l’altro hanno vissuto momenti personali molto delicati proprio durante le riprese e raccontare la loro storia con altri volti risulterebbe artefatto. Senza quel vissuto di cui abbiamo tanto parlato, senza quelle relazioni, non c’è Oscar che tenga…
