Romy Schneider, la Principessa Sissi che il mondo ha trasformato in mito: il successo di una dea del cinema e la tragica fine di una favola
Dai set in bianco e nero di Sissi ai set parigini con Delon e Visconti: la storia di una donna che ha spezzato la sua gabbia dorata per diventare vera.

Ci sono attrici che costruiscono una carriera film dopo film, mattone dopo mattone, e alla fine si riconoscono in quello che hanno fatto. Romy Schneider è stata invece un’attrice che ha trascorso trent’anni a demolire quello che aveva costruito nei primi tre. La trilogia di Sissi (girata tra il 1955 e il 1957 quando aveva diciassette anni) le aveva regalato la fama di mezzo continente e le aveva appiccicato addosso un’immagine da cui non si sarebbe mai liberata del tutto: quella della principessa buona, romantica, eternamente sorridente. Lei ha fatto di tutto per smentirla. Ha scelto Visconti, Welles, Zuławski. Ha interpretato donne spezzate, ambigue, adulte. Ha vinto premi, ha convinto la critica, ha cambiato pubblico e paese. Eppure, ancora oggi, il nome Romy Schneider evoca quasi inevitabilmente quella ragazza con la crinolina.
Romy Schneider, un’attrice nata due volte (e morta troppe)
Basta metterle l’una accanto all’altra per avere il giusto confronto. Due figure, due mondi distanti. Da un lato, una giovane dai capelli biondi e dall’espressione luminosa, vestita con abiti d’altri tempi, protagonista di una fiaba (per così dire) Dall’altro, una donna sulla quarantina dallo sguardo segnato dalla stanchezza (splendida e fragile insieme) con lo sguardo di chi ha bruciato una vita intera in pochissimi anni. La prima è Sissi. La seconda è Romy Schneider. Due figure che il mondo ha a lungo confuso, nonostante non abbiano mai avuto nulla in comune se non il volto.
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Entra nel canale WhatsAppRomy Schneider (Rosemarie Magdalena Albach-Retty) nasce a Vienna nel 1938, e cresce in una famiglia di attori. Il padre Wolf Albach-Retty è attivo nel cinema austriaco, la madre Magda Schneider è una nota attrice tedesca. Immersa fin da piccola in quel mondo, vive il cinema come parte naturale della sua vita e per questo si dedica alla recitazione.
Romy Schneider e la trilogia di Sissi: il successo che diventa una trappola
È il 1953 quando Romy, appena quindicenne, debutta nel film Fiori di lillà di Hans Deppe, un melodramma tedesco. L’anno successivo arriva L’amore di una grande regina di Ernst Marischka, in cui interpreta la giovane regina Vittoria d’Inghilterra, e la critica inizia ad accorgersi di lei. Ma è il 1955 a cambiare tutto. Sissi, sempre diretto da Marischka, è un trionfo immediato e assoluto. La storia dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, giovane, ribelle, romantica, sembra cucita addosso alla ventenne Romy, che affianca la propria madre Magda nel ruolo della duchessa Ludovika. Il film incassa cifre record in tutta Europa e lancia la Schneider nell’impero delle star internazionali. Seguono i due capitoli successivi della trilogia: Sissi – La giovane imperatrice (1956) e Sissi – Il destino di un’imperatrice (1957), che consolidano il fenomeno. In tre anni, Romy Schneider diventa una delle attrici più amate del continente. Ma il successo ha un rovescio. La dolcissima Sissi dei film è una costruzione molto lontana dalla vera Elisabetta d’Austria, donna tormentata e anticonformista, e ancor più lontana dalla Romy vera, colta, ambiziosa, insofferente alle convenzioni. Quando le propongono un film in quarto della saga, l’attrice rifiuta. È uno dei gesti più coraggiosi della sua carriera.
Nel 1958, conosce Alain Delon, con cui si fidanza e si trasferisce a Parigi, dove collabora con registi del calibro di Visconti, Welles e Preminger. Rimane in Francia anche dopo la rottura con Delon nel 1964, e nel 1968 recita di nuovo al suo fianco ne La piscina. Gli anni Settanta rappresentano il culmine artistico della sua carriera, con importanti riconoscimenti riconoscimenti per La Califfa, Ludwig e L’importante è amare.
Romy Schneider, il declino e il tragico epilogo
Intanto, la sua vita privata si è trasformata in un calvario. Due matrimoni falliti, uno con il regista Harry Meyen e l’altro con il giornalista Daniel Biasini. Il suicidio di Meyen nel 1979, padre del suo primogenito David, è un duro colpo per lei. Ed ecco che subentrano l’alcol e la depressione. Un tumore che nel 1981 le costa l’asportazione di un rene. E poi, il 5 luglio 1981, la morte di David, quattordici anni, rimasto infilzato in un cancello arrugginito durante un gioco. È un dolore da cui Romy Schneider non si riprende. Continua a lavorare, quasi per istinto, quasi per non fermarsi. Fantasma d’amore (1981) di Dino Risi è un film che sembra contenere segni premonitori: lei interpreta una donna che torna come fantasma a tormentare il proprio ex amante. Il suo ultimo film, è ancora nelle sale quando Romy Schneider muore il 29 maggio 1982, nella casa parigina del suo ultimo compagno, il produttore Laurent Pétin. Ha quarantatré anni. La causa ufficiale è un arresto cardiaco, ma in molti hanno sempre sospettato che la verità fosse un’altra: il suicidio. È sepolta al cimitero di Boissy-sans-Avoir, nella campagna francese, non lontano da dove si era rifugiata negli ultimi anni.
Lì, accanto a lei, riposa anche David. Romy Schneider ha interpretato più di cinquanta film in quasi trent’anni di carriera, eppure il mondo la ricorda soprattutto come Sissi. Un’immagine leggera e consolatoria che lei stessa aveva rifiutato e combattuto per tutta la vita. E in tutto questo, forse, c’è un po’ di egoismo: il pubblico ama le icone immobili, le preferisce ai caratteri forti. Romy ha avuto il coraggio di rifiutare la prigione di cristallo che il successo le aveva costruito intorno, e ne ha pagato il prezzo: solitudine, incomprensioni, dolori che il cinema non poteva risarcire.
